martedì 31 marzo 2026

Tre Nastri, una Corda e un Corpo Spezzato: la Vera Storia di Antonio Russo


Era una notte d’ottobre del 2000, nera come l’inchiostro di una macchina da scrivere rotta, sulla stradina di campagna vicino a Ujarma, a quaranta chilometri da Tbilisi, il corpo di un uomo giaceva in un fosso, mezzo nascosto dall’erba bagnata, quaranta anni, ossa rotte, polmoni sfondati da un colpo secco di un oggetto contundente,  una corda  stretta intorno ai polsi, il telefono satellitare sparito, il computer sparito, la videocamera sparita, e oprattutto tre nastri, le prove che la Russia non voleva far uscire dalla Cecenia.
Quell’uomo si chiamava Antonio Russo, questa è la sua storia, sporca, cruda, vera, una storia come quelle che si leggevano negli anni Quaranta, solo che qui non c’è finzione, c’è solo sangue, verità e un giornalista freelance che non aveva nemmeno la tessera dell’Ordine perché, diceva, «io non mi iscrivo a nessun club di potenti».
Antonio nasce a Chieti nel 1960, cresce selvatico, senza padrini né protezioni, vive a Semproniano, in Maremma, con una madre che probabilmente lo ha visto partire troppe volte senza sapere se sarebbe tornato, non è un eroe da film con la sigaretta tra i denti e la giacca di pelle,è uno che va dove nessuno vuole andare, Algeria sotto la repressione, Burundi e Ruanda quando i machete ancora gocciolavano, Sarajevo sotto le granate, Colombia, Iraq , ma il suo capolavoro è il Kosovo, 1999, mentre la NATO bombarda, lui è l’unico giornalista occidentale rimasto dentr, documenta la pulizia etnica contro gli albanesi, scappa dai rastrellamenti serbi, si infila in un convoglio di rifugiati e cammina fino in Macedonia, due giorni sparito, quando riappare, ha negli occhi quello che nessuno vuole vedere.
Poi arriva la Cecenia, i russi fanno terra bruciata, Antonio è lì, a Tbilisi, con Radio Radicale, come sempre senza scorta, senza rete di sicurezza, solo con la sua rabbia e la sua videocamera. 
Registra torture, bambini massacrati con armi vietate, prove che fanno tremare il trono di Putin, dice che tornerà in Italia alla fine del mese con quei nastri, non ci arriverà mai.
La notte tra il 15 e il 16 ottobre qualcuno lo aspetta, lo picchia fino a spaccargli le costole, lo lega, lo soffoca, perquisisce la casa come un professionista, solo i nastri, solo le prove. I Georgiani parlano di rapina, ma e' piu' una spedizione punitiva, i segni sul corpo non sono di un ladro da strada, la Digos  e la procura di Roma puntano dritto, omicidio su commissione, forse un servizio segreto straniero o forse chi non voleva che quelle immagini finissero in tv.
Nessuno è mai stato condannato, il caso è ancora aperto, come una ferita che non si chiude, Antonio Russo non era un santo, era una spina nel fianco di tutti, dei potenti, dei pacifisti che una volta lo picchiarono perché raccontava le cose senza bandiere, dei colleghi che preferivano le conferenze stampa ai fossi di fango, era uno che pagava di tasca sua i voli, che dormiva dove capitava, che trasmetteva notti intere da linee satellitari gracchianti. Un freelance puro, vice-presidente della FLIP, International Press Freelance, in cui credeva, quello di chi non ha padroni.
Eppure, quando leggi le sue corrispondenze, senti la voce di un uomo che non si era arreso alla nausea del mondo, un uomo che, orfano di protezioni e di illusioni, aveva scelto di stare dalla parte dei morti senza nome.
Oggi, venticinque anni dopo, c’è una Fondazione che porta il suo nome, premi giornalistici, libri, documentari, ma la cosa più commovente non è il ricordo ufficiale, è sapere che un ragazzo di Chieti, senza santi in paradiso, è morto perché tre videocassette non finissero nel dimenticatoio.
Antonio Russo non è morto per un articolo, è morto perché la verità, quella vera, quella che fa male, fa ancora paura.
Se state leggendo questo post,  non dimentichiamolo, Non dimentichiamo che c’è stato un giornalista italiano che ha preferito finire in un fosso georgiano piuttosto che stare zitto.

 

lunedì 30 marzo 2026

On Air Off Air, Empaticamente Stronza

Le telecamere si accendono, ronzio da vecchio frigo,
sorriso da spot pubblicitario, predica Berlinguer come se avesse inventato la pietà,
occhi lucidi, voce che trema al momento giusto...
Poi arriva il Cut..
luci giù, il sorriso casca come una cicca sotto lo stivale,
ghigno da iena, rabbia che prende il volante,
Goebbels in il tailleur, il lato oscuro dipinto di nero che le cola dagli occhi..
Nella solitudine le mire diventano avide, ambire in quei luoghi dove si decide quanto deve soffrire il mondo, brindando con sulle macerie altrui.. 
Le sue campagne africane, cinque minuti tra i bambini per due selfie, filtro “anima buona” acceso, poi dritta al resort, piscina infinity e massaggio mentre le scrivono il prossimo copione.
L’apparenza è la bugia più schifosa del mondo.
Si trucca da empatica, recita la voce dei senza-voce....
Ma spegni le luci e resta sola carne nuda, maschera che cade più veloce di un politico con le braghe calate.
Noi continuiamo a guardare, ovvio, più comodo così.
La prossima volta che si accen dono quelle luci, conta fino a tre, p oi spegnile con la mente,  dimmi, quando cala il buio… chi cazzo stai ancora applaudendo, eh?

 


venerdì 27 marzo 2026

La V Blu e la M Verde, la storia del primo canale di video musicali non stop in Europa prima di MTV....

Era il 1984, l’Italia puzzava ancora di Piaggio e sigarette Nazionali senza filtro, Reagan sparava missili dalla tv, Craxi si pettinava con la lacca nonostante il taglio, e i ragazzini con le creste e capelli cotonati si masturbavano guardando i poster di Madonna, ma non c’era un posto dove vedere quei video a raffica, senza interruzioni da quiz del cazzo o telegiornali con la cravatta, MTV? Un sogno per ricchi yankee, 5 milioni di dollari per partire, e loro non ce li avevano.

Entra in scena Marialina Marcucci, una tipa con gli occhi da lupo mannaro e i capelli che sembravano esplosi in un forno a microonde, figlia di Guelfo Marcucci, il re delle aspirine lucchesi, quello che stampava soldi con le pillole e poi li buttava via per sogni più grandi. Marialina e il marito Pier Luigi Stefani tornano da un viaggio in America sulla East Coast, hanno visto MTV e hanno visto il futuro. Bob Pittman, il dio di MTV, gli ride in faccia, «Tornatevene in Toscana a fare sciroppo per la tosse.»

Loro tornano, ma con due palle d’acciaio e un’idea che brucia, una tv solo musica, 24 ore su 24, videoclip non stop, niente fiction, niente soubrette con le tette rifatte (per ora).

Guelfo firma l’assegno senza fiatare, «Fate casino, ma non finite in galera.» L’avvocato Michele Lo Foco inventa la formula magica, rete tematica, niente obblighi generalisti, solo ritmo e sudore, Ciro Dammicco, ex cantante dei Daniel Sentacruz Ensemble, diventa direttore artistico, fiuto da discografico, mani sporche di nastri, Daniele Baima Besquet porta i contatti con le major, Il logo? Una V Blu e una M verde enorme, disegnata da Graziano Gregori (che poi finirà a Hollywood), scenografie stile Blade Runner firmate da Bruno Rubeo, futuro Oscar-winner.

La sede? Non Milano, non Roma, "Il Ciocco", un resort per ricchi depressi in mezzo alla Garfagnana, nebbia fitta, curve da vomito, castagni e silenzio rotto solo dai cinghiali, studi ricavati in un sotterraneo vicino alla lavanderia, divani sfondati, monitor Sony che ronzano come calabroni incazzati, posacenere straripanti di Marlboro, lattine di birra calda, cassette U-matic che costano un rene e si mangiano il nastro ogni due per tre.

La notte tra l’1 e il 2 aprile 1984 a Mezzanotte passata, parte il segnale su Elefante TV (ex TVS Telexpress), primo frame, Lionel Richie – All Night Long, colori acidi, sorrisi da pubblicità del dentifricio, coreografie da ubriachi in calore.

Poi subito Video Killed the Radio Star dei Buggles e Boom. La prima tv musicale d’Europa vera e propria è accesa, MTV Europe? Ancora un progetto nel cassetto, Music Box in UK balbetta, qui si fa sul serio con due lire, un trasmettitore che tossisce e una voglia di spaccare tutto.

Il caos è poesia sporca, i Veeyay arrivano da ogni buco, Clive Griffiths, inglese con l’accento che taglia come un rasoio, capelli cotonati, camicie hawaiane aperte sul petto peloso. Larry Pignagnoli, futuro produttore dance ma allora un pazzo con la parlantina da commentatore calcistico strafatto, Rick, Savage, Paola Maugeri con i suoi Segnali di Fumo, Lorenzo Scoles e Alessandra Luna in Caffè Arcobaleno (tre volte al giorno, come un caffè vero ma con videoclip).

Annunci gridati al microfono, errori live che diventano cult, nastro inceppato? Schermo nero con scritta «PROBLEMI TECNICI – FUMATE UNA SIGARETTA E TORNIAMO». Classifiche scritte a mano su cartoncino Bristol con pennarello che sbava, telefonate in diretta da ragazzini rincoglioniti, «Metti i Litfiba! Metti Rockit dei Clash! Quando fate l’intervista ai Kiss?».

Videoclip a raffica, senza pietà, Duran Duran che sembrano usciti da un film porno soft, Madonna che fa la vergine porca in Like a Virgin, Wham! in bermuda hawaiani che ballano come deficienti felici, Michael Jackson moonwalking sul serio, Queen con Radio Ga Ga, Clash che sputano in faccia al sistema con Rock the Casbah, e gli italiani, Litfiba con la cresta da indiani in guerra, Skiantos che vomitano sul conformismo, Enrico Ruggeri, Alberto Fortis, band che in una notte diventano leggende grazie a un passaggio alle 4 del mattino.

Programmi cult nascono dal nulla, Hot Line, Blue Night (magazine culturale notturno con l’odore di hashish), Rock Revolution (storia della musica anni ’60-’80 con archivi recuperati da cantine polverose), Metropolis (libri e cultura per chi non dorme mai), Roxy Bar (che poi sopravvive al massacro), Coloratio con Dj Mix Bo, notiziari internazionali con Superchannel, concerti in esclusiva (a volte condivisi con Rai per fare i fighi).

4 milioni di spettatori al giorno alla fine degli ’80. 30 miliardi di lire di fatturato. Copertura al 75% d’Italia, roba da network, senza essere network.

Le major fiutano l’affare: i videoclip diventano armi promozionali, e Videomusic è l’unico canale che li passa senza chiedere favori sessuali, i ragazzini si inchiodano, per la prima volta vedono la musica, non solo la sentono dalla radio, è sesso, è ribellione, è fuga dal mondo grigio di scuola e lavoro.

Poi arriva il lupo con il sigaro, Vittorio Cecchi Gori, 1995, fiuta i soldi, compra Beta Television dai Marcucci (che nel frattempo avevano preso anche Superchannel da Branson ma non ce la facevano più), strappa via la purezza, ribattezza TMC2, la musica resta solo di notte e mattina; pomeriggio e sera, sport, telefilm, soubrette, stronzate generaliste.

Studio spostato da Il Ciocco a Firenze, poi Roma. La V blu e la M verde sbiadisscono. Nel ’96-’97 sparisce del tutto, TMC2 prova a tenere qualche brandello (Roxy Bar resiste come un reduce di guerra), ma il pubblico giovane scappa su MTV (che arriva nel 2001 sulle stesse frequenze), su Rete A, su VIVA.

Fine brutale:,2001, Telecom prende tutto, butta via TMC2, fa nascere La7, L’archivio, 22.000 videoclip, 1.200 speciali, 5.200 interviste e concerti, finisce in mano a MTV, come trofei di guerra.

Ma per quegli anni ’84 l’Italia ha avuto una tv che non chiedeva permesso, una tv artigianale, incasinata, cattiva, bellissima, che puzzava di lacca per capelli, caffè bruciato, vinile graffiato, sudore di veejay che dormivano due ore a notte.

Una tv che ha preso a calci il perbenismo e ha urlato ai ragazzini, «Il mondo là fuori è una prigione di noia, qui c’è solo ritmo, immagini che ti scopano il cervello, libertà a 24 fotogrammi al secondo e spacca il culo a tutti.»

Fade out su nero, sigla distorta che gracchia come un vecchio mangianastri.

La M verde lampeggia un’ultima volta, tatuata nel midollo di chi l’ha vissuta


 

giovedì 26 marzo 2026

Distopia70 Episodio 3 (Di P.Lirangi -M.Maneggio -A.Moretti)

 


Per tutto il 1969, Junio Valerio Borghese girò l’Italia come un lupo affamato, coordinava i pezzi del puzzle, neofascisti, militari deviati, forestali pronti a marciare, picciotti mafiosi, ma il sangue non basta, servono soldi……Tanti soldi, per armi, camionette, tangenti, silenzi comprati.
Tutto passava dal denaro, senza casse gonfie, il golpe restava un sogno bagnato.
A Villa Wanda, la tana del ragno profumata di potere marcio, Gelli, il Gran Maestro con il sorriso da serpente, indicò la preda, il gotha degli armatori genovesi, quelli che muovevano navi, caffè, acciaio, e decidevano chi viveva e chi affogava nel Mediterraneo. «Vai lì, Comandante, sono miei, pagheranno.»
Gelli selezionò i nomi, pochi, fidati, loggia P2 tatuata nell’anima, fissò l’incontro, da quell’ufficio doveva uscire fiducia cieca e valigie piene di banconote. Borghese partì, pochi chilometri da Genova, una villa aggrappata alla scogliera come un rapace, mare nero sotto, vento che porta odore di salsedine e paura, non sapeva esattamente chi lo aspettava, solo che dovevano essere i soldi per armare il suo esercito ombra.
Entrò nel soggiorno immenso, lampadari di cristallo che tremavano come denti. D’avanti a lui, gli armatori Alberto e Sebastiano Cameli, re del mare, l’imprenditore del caffè Tubino, con le mani che puzzavano ancora di chicchi tostati, Luigi Fedelini, direttore IMI, cravatta stretta come un cappio. E poi… lui, Andrea Piaggio l’uomo che teneva in pugno le aziende strategiche d’Italia, motori, aerei, potere vero, Borghese sgranò gli occhi, era come vedere il diavolo in smoking.
Il Principe spiegò tutto, dettagli freddi, precisi, occupazione del Viminale, Quirinale, RAI, Sequestro di Saragat. Teste che rotolano se serve. Ma le parole non bastavano,Borghese sapeva, il terrore è un linguaggio universale.
Quel pomeriggio la stanza si riempì di un silenzio pesante come piombo, ogni sguardo era una supplica muta, Il Principe Nero fece quello che gli riusciva meglio, fissarli uno per uno, occhi che scavavano anime, prese fiato, voce bassa, tagliente come una baionetta.
«Signori, una scelta, senza alternative o entrate nel nostro progetto con i vostri soldi, o restate fermi a guardare mentre il vostro mondo brucia.»
Andrea Piaggio provò a ribattere, un mezzo sorriso da uomo abituato a comandare: «Catastrofista, Principe…»
Borghese non lo lasciò finire, alzò la voce, un ringhio….
«Quando il PCI prenderà il governo e consegnerà l’Italia al Patto di Varsavia, il prezzo sarà il triplo, le vostre aziende? Confiscate. I vostri sacrifici? Cenere, la statalizzazione sarà la vostra esecuzione pubblica, in piazza, con il plotone.»
Occhi inchiodati su Piaggio, silenzio, cinque minuti eterni, fuori, il mare sbatteva contro le rocce come mille carri armati rossi in arrivo, il pericolo comunista, sempre lì, rosso sangue, anche se non aveva mai governato, il nero? Solo un male minore, un’opportunità, Prestigio. Arricchimento e Sopravvivenza.
Alla fine, cedettero tutti…… L’appoggio fu totale, soldi subito sul tavolo, uomini di fiducia a disposizione, il golpe aveva il carburante.
Due giorni dopo, nella sede del Fronte Nazionale, aria densa di fumo e sudore, irruppe un’ombra….. Un uomo magro, scavato nel viso come un teschio ambulante, occhi ombrosi che non battevano ciglio, non si presentò, scansò gli uomini del comandante, con un passo da predatore, entrò nell’ufficio di Borghese come se fosse casa sua.

Pochi secondi, pochi parole sussurrate, gelide.

«Comandante… l’operazione è conclusa, Subito. Fine.»

Borghese impallidì, il golpe era partito: gruppi armati in movimento, alcuni già dentro il Ministero dell’Interno, poi, il contrordine, da Borghese stesso, una telefonata misteriosa? Una soffiata dall’alto? Gelli che tirava i fili? Andreotti che sapeva troppo? O solo paura, quella vera, che ti congela le viscere?

L’uomo magro sparì nel nulla come un fantasma che aveva già deciso il finale al suo posto.

Chi era quell’uomo? Perché fermò la storia con due frasi? Il mistero resta lì, appeso come una corda al collo, aspettando il prossimo giro di carte.


martedì 24 marzo 2026

Rotten.com – Il re del marcio che l’internet selvaggio incoronò (e poi seppellì)



Era il 1996, l’anno in cui il web puzzava ancora di plastica bruciata e caffè freddo, internet non era il parco giochi luccicante di oggi, era un sottoscala illuminato al neon, pieno di modem che urlavano come gatti in calore e di stanze buie dove i nerd si chiudevano a chiave per ore.
Un programmatore, nick Soylent, perché era così che firmava, un nome preso da quel film distopico dove la gente finiva tritata e impacchettata come cibo, aveva scritto un bot schifoso, non era roba da hacker hollywoodiani, era solo uno script che scandagliava il database dei domini in cerca di parole singole, brevi, ancora libere. Parole che suonassero bene, che avessero un sapore. “Fuck”. “Shit”. “Dead”. “Rotten”.
Rotten, marcio, putrido e perfetto.
Pagò i 70 dollari (o forse meno, era il '96), registrò rotten.com il 23 luglio 1996 e si chiese “E adesso?”, all’inizio era solo un passatempo malato, raccolse le immagini più luride che giravano nei newsgroup di Usenet, alt.binaries.pictures.dead, alt.gore, alt.sex.necrophilia, roba che oggi farebbe chiudere un server in tre secondi netti,incidenti d’auto con la faccia spalancata come una cerniera rotta, autopsie dove la pelle si staccava a strisce come carta da parati umida. Feti in barattolo che sembravano guardarti dritto negli occhi. Esecuzioni con machete arrugginiti in posti dove la legge era un optional.
Niente banner, niente ads, niente “iscriviti alla newsletter”, solo uno sfondo bianco sporco, link neri, titoli secchi “Plane crash – 3rd world style” “Decomposing – week 4” “Sawed in half – industrial accident”
Cliccav e Bam, l’immagine si caricava lenta, pixel per pixel, sul monitor da 14 pollici, mentre il modem strideva come un urlo soffocato e tu restavi lì, con il cuore che martellava, lo stomaco che si rivoltava, e poi… cliccavi di nuovo, perché l’orrore era gratis, e l’orrore era vero.
La voce si sparse veloce, come un virus analogico, nei cybercaffè di periferia, nei floppy disk passati di mano in mano nei corridoi delle superiori, nei primi forum IRC dove tutti usavano nick tipo “GoreHound69” o “BloodLust420”. “Non andare su rotten.com se non hai le palle.” E tutti ci andavano.
Arrivarono le prime fiammate di panico morale, genitori che trovarono il figlio in lacrime davanti allo schermo. Politici con la cravatta storta che urlavano “pensate ai bambini!”. Giornali che titolavano “Il sito della morte invade le case americane”, denunce, minacce di chiusura, server buttati fuori da undici provider diversi in pochi anni. Soylent rispondeva sempre allo stesso modo, con un FAQ scritto in caratteri Courier New “Free speech, motherfucker. Se non ti piace, non cliccare. Se vuoi censurarci, preparati a combattere.”
Era l’epoca del Communications Decency Act, dei primi tentativi di mettere il guinzaglio al web. Rotten divenne, volente o nolente, una bandiera nera, non era pornografia, non era politica, era solo la realtà nuda, sporca, senza filtri, la realtà, si sa, fa schifo quando la guardi da vicino.
Il picco arrivò tra il 2000 e il 2005, YouTube non esisteva ancora, google era un motore di ricerca, non un censore, quando Al-Qaeda iniziò a diffondere video di decapitazioni, coltello da cucina contro gola, urli strozzati, sangue che schizzava come vernice, Rotten li ospitava senza battere ciglio, quando uscirono le foto di Abu Ghraib, le torture fai-da-te, i corpi gonfi dopo lo tsunami del 2004, i cadaveri carbonizzati in Iraq… Rotten era lì, archivio impassibile, senza like, senza commenti, senza morale.
Poi arrivò il grande reset. YouTube, Facebook e la moderazione, i termini di servizio, i parental control, SafeSearch, il web si lavò la faccia, si mise la cravatta, iniziò a sorridere in camera, Rotten rallentò, gli aggiornamenti una volta settimanali, poi mensili, diventarono rari come un’eclissi, nel 2009 quasi sparirono, l ultima immagine caricata? Febbraio 2012, una foto dimenticata, probabilmente un incidente stradale o un corpo in decomposizione, poi silenzio.
Il dominio rimase registrato (ancora oggi lo è, fino al 2033, proprietà di chissà chi, di Soylent o qualcun altro). Ma il sito vero e proprio? Down dal 2017 circa, con brevi riapparizioni fantasma, l’ ultima archiviazione decente su Wayback Machine è del febbraio 2018, dopo? Buio, oggi, nel 2026, rotten.com è un relitto digitale, un indirizzo che punta al nulla, o forse a un parking page dimenticato, ma il traffico c’è ancora, qualche nostalgico, qualche curioso, qualche ragazzino che ha letto “quella roba che traumatizzava i millennial” su TikTok o Reddit.
Rotten.com non era solo un sito, era un buco nero che risucchiava la parte più oscura dell’umanità e la vomitava in faccia a chi aveva il fegato di aprire gli occhi, era l’internet prima degli algoritmi, prima della bolla di comfort, prima che qualcuno decidesse per te cosa potevi vedere e cosa no.
Era il re indiscusso del marcio, in un’epoca in cui il marcio era ancora permesso, e quando il mondo ha deciso di pulirsi la bocca e fingere di essere civile, lui è semplicemente… svanito.
Come un film noir che finisce a metà rullino, schermo nero, sigaretta che brucia da sola nel posacenere, e il ronzio di un modem che non collega più niente.




 


lunedì 23 marzo 2026

Antieroi Sportivi: Vito Santacroce..... "I Pugni Vuoti del Cobra"



 
Negli anni '70, quando il pugilato era ancora una religione per i disperati e i palazzetti puzzavano di linimento e di scommesse perse, nacque una leggenda che nessuno osava pronunciare ad alta voce nei bar dopo mezzanotte.

Vito Santacroce veniva da un quartiere dove i sogni morivano prima dei vent'anni, figlio di un pescatore, uno che si era ubriacato fino a cadere in mare Senza più riemergere, crebbe con le nocche già spaccate dai muri e lo stomaco pieno di rabbia, a diciassette anni aveva già mandato all'ospedale gente più grossa di lui, addirittura pure un carabiniere che aveva provato a toccargli la sorella, a diciannove combatteva nei sotterranei di Napoli, contro zingari, marinai ubriachi e qualche ex carcerato con tatuaggi che sembravano fatti con il carbone.

Lo chiamavano Il Cobra perché mordeva una volta sola, un colpo solo, dritto al mento, e l'avversario crollava come una sedia sfondata, non danzava, non schivava, non faceva spettacolo, arrivava al centro del ring come un condannato a morte che vuole farla finita in fretta, occhi neri, zigomi da lama, capelli unti pettinati all'indietro con la brillantina da due soldi, sempre la stessa sigaretta spenta tra le labbra durante la pesata, mai un sorriso.

Il suo manager era un ex allibratore con tre dita mancanti alla mano sinistra, tale Mimmo "Zoppo" De Luca, diceva, «Vito non combatte per la gloria. Combatte perché se perde, domani non mangia e se vince, domani mangia, ma con dentro il veleno.»

Vito diventò leggenda quando accettò l'incontro truccato contro "Il Torero" Esposito, il favorito dei casinò di Capri, un tipo con la mascella di marmo e i soldi della camorra nelle mutande, tutti sapevano che doveva perdere al sesto round, tutti tranne Vito.

Al quarto round il Torero gli spaccò il sopracciglio sinistro, sangue che colava come vernice rossa su un quadro di schifo, al quinto lo mandò al tappeto con un gancio al fegato, Vito si rialzò contando mentalmente le banconote che gli servivano per pagare l'affitto arretrato e le medicine della madre, al sesto round, invece di buttarsi come concordato, sparò il suo colpo, un destro corto, sporco, nato nei vicoli, Il Torero crollò con gli occhi spalancati, come se avesse visto la Madonna e lei gli avesse detto «Figlio di puttana, oggi ti ho scelto.»

Il palazzetto esplose, la camorra perse milioni, Mimmo O Zoppo sparì quella notte stessa con una valigia di contanti e una prostituta bionda platino, Vito invece rimase lì, sul ring, con il sangue che gli colava sul petto nudo, a fissare il Torero immobile, non festeggiò, si limitò a sputare la sigaretta spenta e a mormorare «Pagatemi.»

Da quel momento fu marchiato, lo cercarono in tutti i modi, minacce, puttane mandate per corromperlo, incidenti d'auto "casuali", lui rispondeva a modo suo, con i pugni. Vinse titoli regionali, poi nazionali, poi internazionali, ma sempre nello stesso modo, sporco, brutale, senza un briciolo di fair play, i giornalisti lo odiavano, lo chiamavano «l'animale», «il delinquente coi guantoni», il pubblico lo adorava proprio per quello, perché era uno di loro, incazzato, sfregiato, senza redenzione.

La sua fine arrivò nel '78, contro un americano di colore, "Lightning" Jackson, un gigante veloce come il diavolo, mandato apposta per spezzarlo, l'incontro era a Roma, sotto i riflettori RAI, con il presidente della federazione in tribuna col sorrisonpiu falso di sempre, Vito arrivò con trentasei anni, tre costole incrinate da un pestaggio di due settimane prima, e un fegato che sembrava carta vetrata.

Combatterono, quindici round d'inferno, Lightning lo massacrò di jab, lo fece sanguinare dal naso, dalla bocca, dalle orecchie, al tredicesimo Vito sembrava finito, barcollava, vedeva doppio, poi, all'improvviso, si fermò al centro del ring, tirò fuori dalla bocca la solita sigaretta spenta, la guardò un attimo come se fosse l'unica amica rimasta al mondo, e la sputò.

Quindicesimo round, Lightning partì con un gancio sinistro da ko tecnico, Vito non lo schivò, lo prese in pieno, ma mentre incassava, infilò il suo colpo, il Cobra morse per l'ultima volta, un uppercut al mento che sembrò partire direttamente dall'inferno, Lightning crollò come un albero colpito dal fulmine, silenzio, poi il boato.

Vito non festeggiò, si inginocchiò accanto all'avversario svenuto, gli mise due dita sul collo per sentire il battito, annuì tra sé e sé, poi si alzò barcollando verso l'angolo, prese l'accappatoio sporco di sangue, se lo mise sulle spalle e uscì dal ring senza guardare nessuno, mai più salì su un quadrato.

Sparì, qualcuno disse che faceva il buttafuori in un locale malfamato di Secondigliano, altri che era morto di cirrosi in un ospizio dimenticato da Dio, qualcun altro giurava di averlo visto, anni dopo, su una spiaggia deserta della Calabria, a tirare pugni all'aria contro il tramonto, con la stessa sigaretta spenta tra le labbra.

Nessuno sa la verità, ma nei bar di Napoli, quando piove e la birra sa di rimpianto, c'è ancora chi alza il bicchiere e sussurra:

«A Vito il Cobra, L'unico che ha vinto senza mai vincere davvero.»

E tutti bevono in silenzio, perché gli eroi muoiono in piedi, gli antieroi muoiono in piedi... ma prima sputano per terra.
 

 


 

venerdì 20 marzo 2026

Recensioni a scoppio ritardato: The Paper


Entra nel cesso agonizzante del giornalismo locale il “Toledo Truth Teller”, un foglio di carta igienica stampato che tira ancora fiato solo perché qualcuno ha dimenticato di staccare la spina. Greg Daniels (quello che ci ha regalato Michael Scott e poi si è pentito) torna con la troupe sadica di The Office e ci piazza dentro un idealista con la faccia da cucciolo bastonato, Ned Sampson (Domhnall Gleeson, che sembra sempre sul punto di chiedere scusa per esistere), vuole salvare il mondo con articoli sulla fiera della salsiccia e inchieste da due soldi. Spoiler: il mondo gli ride in faccia e gli piscia sul tesserino stampa.
Accanto a lui c’è Esmeralda Grand (Sabrina Impacciatore in modalità “ho mangiato vetri rotti a colazione”): managing editor che urla come se ogni pixel di clickbait le desse un orgasmo, è stronza, esagerata, rompe i coglioni in continuazione e sì, a volte funziona da dio, altre volte vorresti spegnere tutto e tirarle un monitor in testa. Il resto della redazione? Un circo di falliti carini, la stagista che vive di like, il cronista sportivo fossilizzato negli anni ’80, l’investigativa che sembra uscita da un film noir ma indaga su buche nell’asfalto e Oscar Martinez che appare tipo cameo da ex per ricordarci che una volta c’era roba vera.
I lati schifosi, Parte lentissima, i primi episodi sono un'agonia, battute che cadono come mattoni bagnati, cringe che sa di riciclo, e la sensazione che stiano pompando lo spirito di The Office con una siringa scarica, sembra un fan-fiction scritta da chi ha visto la serie solo su YouTube a velocità 1.5x. Troppo veloce nei ritmi, troppo pigro nei personaggi nuovi – come se avessero paura di osare e finissero per fare il copia-incolla con la Ohio al posto della Pennsylvania, Esmeralda? A tratti insopportabile, un personaggio che urla “guardatemi quanto sono quirky e incazzata” finché non ti viene da vomitare.
I lati che ti salvano il culo poi ingrana, quando molla la presa e smette di leccare il ricordo di Dunder Mifflin, esplode, dinamiche feroci, silenzi al vetriolo, sguardi in camera che ti trafiggono. Gleeson è oro colato, goffo, testardo, patetico e adorabile, il tipo di leader che vorresti seguire in battaglia ma sai che morirà per primo, l’ultima parte della stagione ti spacca, ride, fa male, ti fa incazzare col paywall e con l’algoritmo che ci sta ammazzando tutti. Non è The Office 2.0, è The Office sopravvissuto dopo la chemio, più magro, più amaro, ma con momenti in cui ti ricordi perché amavi quella merda lì.
Non è un capolavoro, è un sopravvissuto, se odi i reboot ma non resisti al mockumentary che ti prende a schiaffi sul fallimento del mondo reale guardalo, altrimenti su Rai Play (e non solo) ti aspetta Imma Tataranni con canestrell Cozz Pelos e Cozz San Giakm (Cit.).
In sintesi, fa schifo quanto basta per essere onesto, fa ridere quanto basta per non spegnere e nel 2026, con le notizie che puzzano di clickbait e merda sponsorizzata, forse è proprio il pugno nello stomaco che ci meritiamo.

 


giovedì 19 marzo 2026

Distopia70 Episodio 2 (Di P.Lirangi -M.Maneggio -A.Moretti)

 




Febbraio 1968, il Principe Nero Junio Valerio Borghese, forte del veleno nero delle formazioni extraparlamentari di estrema destra, sbatte sul tavolo un piano al vetriolo, Avanguardia Nazionale da sola non basta a far saltare il banco, serve carne vera, apparati dello Stato, esercito, carabinieri, questure, l’idea è diabolica, un esercito fantasma, parallelo, pronto a inchiodare alle pareti chi, all’ora X, dovrebbe fermare il golpe con le mani legate dietro la schiena.

In Italia c’è un solo uomo che tiene le chiavi di tutto: nomi, tempi, luoghi, favori, minacce, uno che muove i fili dall’ombra mentre il paese finge di dormire, Licio Gelli.

Di facciata un imprenditore di materassi, un signor nessuno con la fabbrica a Frosinone. Ma quel capannone puzza: ministri, vescovi, generali, questori che entrano e escono come clienti fissi. Clienti di cosa? Di materassi o di potere?

A diciotto anni si arruola nelle camicie nere, va a sputare sangue in Spagna coi franchisti, poi marcia con Mussolini, entra nella Repubblica di Salò, ma gioca sporco, fa il doppio gioco coi partigiani, si compra l’immunità, dopo la guerra? Si sussurra un patto con la CIA, referente occulto made in Italy, entra in massoneria e in pochi anni trasforma la loggia Propaganda Due in un mostro tentacolare, in Italia il vero potere ha una tessera…la sua.

E ce l’aveva anche Borghese, Tessera n. 1567, mai messo piede a una riunione, ma il nome era lì, inciso come un marchio a fuoco.

Il Principe Nero punta dritto su Arezzo, verso Villa Wanda, Ricorda i tempi della RSI, stima reciproca, strette di mano fredde, ma mai vera alleanza, Borghese sa del doppio gioco di Gelli, Aveva ordinato alla sua flottiglia di squartarlo, troppo tardi, gli Alleati lo avevano già preso sotto l’ala.

Anni dopo, però, il destino li rimette faccia a faccia, Borghese ha bisogno di quella chiave arrugginita per scardinare la Repubblica.

Arriva alla villa. Attesa infinita, dubbi che rodono come topi, finalmente Gelli lo riceve, nessun sorriso, nessuna mano tesa.

“Sapevo che la sua flottiglia mi avrebbe dato la caccia e mi avrebbe fatto fuori,” esordisce il Gran Maestro, voce bassa, quasi un sibilo.

Borghese non batte ciglio. “Vero, non avremmo esitato un secondo, bastava un giorno in più in quella caserma.”

“L’unico vero fallimento della sua gloriosa carriera militare…” lo trafigge Gelli. “Eppure le ho reso omaggio, le ho mandato la mia tessera, non l’ha gradita?”

Borghese incassa, poi cala l’asso che sa di avere in comune: “Credo invece che lei non gradisca affatto l’ascesa dei comunisti, Gran Maestro.”

Gelli si accarezza la barba, pausa, si guarda intorno come un attore consumato, vorrebbe un rabarbaro, ma stringe i denti, guarda la finestra, il buio fuori.

“Vede, Borghese, lei vede il mondo troppo di traverso, tutto bianco o nero, ha due strade, accettare un compromesso… oppure trasformare il suo golpe in una patetica farsa fascista da operetta.”

Scacco matto.

Quella notte Gelli detta legge, indica i generali da corrompere, i colonnelli da ricattare, i politici da ungere, fa i nomi degli industriali che sganceranno i miliardi, indica i canali per i servizi segreti europei e la CIA, mediare, promettere, minacciare e poi i nomi dei boss mafiosi da arruolare nel progetto, ha tutto in testa, catalogato come un archivio del diavolo.

Sarà lui, il Gran Maestro, a occuparsi del sequestro del Presidente della Repubblica, ha il lasciapassare per il Quirinale, un passepartout insanguinato.

Mentre Borghese si allontana nella notte gelida, Gelli lo richiama sulla soglia, ultimo colpo di scena:

“Vede, Comandante… se quel giorno fosse arrivato ventiquattr’ore prima in quella caserma, oggi sarebbe un vecchio rincoglionito perso nei ricordi, invece eccoci qui, a giocare a scacchi con la storia.”

La porta si chiude piano, il golpe ha già il suo burattinaio e l’Italia non sa ancora quanto sia vicina al baratro.


martedì 17 marzo 2026

Dal Sangue della Guerra al Freddo di Piacenza – André Ndereyimana: Il Burundese che ha Preso a Schiaffi la Fame e Ha Fondato un Impero di Polli e Speranza


Bujumbura, Burundi, 15 anni di guerra civile che ti mangiano vivo, André Ndereyimana, ragazzino con la fame negli occhi e il piombo nelle orecchie, cresce tra spari, villaggi bruciati e pance vuote. Non è un eroe da film, è solo uno che non vuole morire di fame o di proiettile, sopravvive, impara a contare i morti invece delle pecore, a nascondersi invece di giocare, ma dentro c'è un fuoco, "Non finisco così. Non finisco come loro."

Riesce a fuggire dall’inferno, arriva in Italia, niente soldi, niente famiglia, solo un visto e una valigia piena di traumi, va a Viterbo, si iscrive ad Agraria all'Università della Tuscia, studia come un pazzo, masticando Italiano stentato e pane secco, si laurea in Scienze e tecnologie alimentari. Non si ferma, si trasferisce a Piacenza, Università Cattolica – dottorato in Agrisystem, e notte dopo notte, libri illuminati da lampade al neon, mentre il freddo emiliano gli entra nelle ossa e gli ricorda che l'Africa è lontana ma la fame no.

E lì nasce l'idea, non elemosina, non aiuti che umiliano, la parola è “Microcredito in natura” niente soldi cash che spariscono, attrezzature, animali, vaccini, mangimi, crea una rete capillare di piccoli produttori familiari, contadini rurali e peri-urbani che allevano polli, capre, mucche, producono latte, uova, carne, nasce la startup che si chiama Buslin (Burundi Smallholders' Livestock Network), André la fonda con partner italiani, ricercatori, sognatori come lui, Specializzata in filiera animale e ortofrutticola, alta qualità nutrizionale, igienica, sensoriale, obiettivo, sfamare l'Africa subsahariana, sradicare povertà assoluta, malnutrizione, fame cronica.

Nel 2015 all’ Expo Milano, André sale sul palco, mani callose, occhi che hanno visto troppi cadaveri e vince il Sustainable Technologies and Cooperation in Food and Agriculture & UNIDO International Award. Tra 150 progetti da 30 paesi, scelgono lui.

E non si ferma, 11 anni dopo, Buslin è ancora viva e pulsante, sito attivo, segreteria in Burundi, distribuzione di volaglie e attrezzature a centinaia di famiglie, centri pilota, reti che crescono in Uganda e oltre, André coordina R&D, viaggia tra continenti, combatte burocrazia infernale, pregiudizi che puzzano di razzismo strisciante, crisi che divorano tutto, ma lui va avanti, ha creato posti di lavoro veri, valore tangibile, speranza che non si spegne, progetti che nutrono bambini, allevamenti che tengono in piedi villaggi interi.

André Ndereyimana non è arrivato in Italia per mendicare un futuro, è arrivato per rubarlo al destino e ridistribuirlo a chi lo ha perso, dal fango insanguinato del Burundi al freddo industriale di Piacenza, Uno che ha guardato la fame negli occhi e le ha detto "Ora tocca a te crepare."


🖤🇧🇮🇮🇹

lunedì 16 marzo 2026

JOEY & PAUL, L’AMICIZIA, QUELLA VERA, GLI SLIPKNOT E IL TRISTE DESTINO CHE LI HA RESI LEGGENDE….


Des Moines, Iowa, Anni '90, una città che vomita disperazione da ogni tombino, fabbriche arrugginite, campi di mais morti, sogni che puzzano di crack e fallimento, in un garage trasformato in camera a gas, amplificatori che sfrigolano come cavi elettrici scoperti, lattine di birra schiacciate sotto stivali infangati, pareti che sanguinano vernice rossa, due anime perse si incrociano e decidono di fottere il mondo.

Joey Jordison, piccolo demone con le mani che sembrano lame da macellaio, occhi che ti trapassano come proiettili, batteria come un mitra inceppato che spara a raffica, 220 bpm di pura furia, Paul Gray, basso appeso come un cappio al collo, tatuaggi che sembrano cicatrici raccontate a bassa voce, quel sorriso storto da psicopatico che ti vuole bene, insieme non erano una sezione ritmica, erano il cuore nero pulsante di Slipknot prima che qualcuno osasse dargli un nome, erano fratelli, di quelli che non chiedono permesso per entrarti nelle vene.

Il Capodanno del '92, Joey solo in casa, a fissare il soffitto come un cadavere, Paul che guida nella tormenta, quattro piedi di neve, strade invisibili, vento che urla come un demone, solo per non lasciarlo marcire da solo. "Non ti lascio passare l'anno nuovo come un coglione, stronzo." Arriva, spalanca la porta coperto di ghiaccio, e gli butta una birra in faccia, niente parole, solo un abbraccio che sa di neve e sudore, fratellanza vera, quella che non si compra con like o interviste.

Prove infinite in scantinati che puzzano di umido e rabbia, Joey scarabocchia riff su foglietti sporchi di sangue (suo, di Paul, di chi cazzo importa), Paul li inchioda con bassi così pesanti da far tremare le ossa del cranio, "Sic", "Spit It Out", "Eyeless" – quei pezzi non nascono in studio pulito, nascono da loro due che si guardano attraverso il sudore e le maschere, ridono come matti sapendo che stanno per scatenare l'apocalisse su un palco, durante Ozzfest '99, mentre il pubblico lancia batterie contro Mushroomhead, Joey e Paul si voltano, si fissano e scoppiano a ridere sotto le maschere, risate da pazzi, da chi sa di essere invincibile, Corey Taylor lo ricorda ancora "Erano inseparabili. Joey ti medicava il naso rotto con una lattina gelata dopo una rissa, Paul ti abbracciava dopo averti mandato a fanculo per ore. Amore metal: crudo, violento, letale.

Tour bus infernali, odore di sudore acido, sigarette spente sul pavimento, urla che rimbalzano come proiettili, Joey dietro le pelli, coperto di vernice rossa come un reduce da un massacro rituale. Paul al suo fianco, basso che rimbomba come un cuore impazzito, di guardavano durante "People = Shit" e sapevano. questo è nostro, 1uesto caos è nostro, questo dolore è nostro.

Poi il 24 maggio 2010, Paul crolla in una stanza d'albergo schifosa, overdose, il mondo si spacca in due, Joey, che lo chiamava "Balls" da sempre, scrive un tributo che ti strappa le budella:

"Hey Paul, È stato fottutamente bello passare del tempo con te ieri e oggi. Parlare dei vecchi tempi, sentirti rispondere con raffiche di vento fortissime, le più forti che abbia mai sentito. Tu dicevi sempre le cose come stavano. Eri lo stesso stronzo che nel '92 non mi ha lasciato passare Capodanno da solo, che ha guidato nella tormenta solo per stare con me. Non c'era nessuno come te. Per questo eri il mio migliore amico. Tutta la musica che abbiamo fatto insieme, tutti i momenti che abbiamo condiviso, vivranno per sempre. Mi manchi ogni cazzo di giorno. Va bene Balls, ci vediamo sul palco. Facciamo casino. Non ci sarà mai un altro #2. Ti amo."

Parole da un uomo con il cuore a pezzi, Joey non si è mai ripreso, continuava a massacrare le pelli, ma ogni blast beat aveva un battito mancante, a Sonisphere 2011 stringeva il boilersuit di Paul tra le mani, piangeva apertamente sul palco mentre i fan urlavano il suo nome, indicava il cielo, urlando per il fratello caduto, il dolore era palpabile, elettrico, come un cavo ad alta tensione.

Anni dopo, 26 luglio 2021, Joey se ne va nel sonno, cuore esausto, corpo distrutto da anni di guerra contro la myelitis, dipendenze, il peso di un lutto che non si chiude mai, due colonne abbattute due fondatori che hanno acceso il fuoco infernale di Slipknot senza mai risparmiarsi.

La band sopravvive, certo, ma il groove primordiale e sporco manca, come quell’amicizia che sanguina, di fiducia cieca, di blast beat che spaccano crani e bassi che ti strangolano le viscere, è sepolto con loro due. Clown lo dice ancora, con la voce rotta, "mi mancano”, Corey rimpiange di non aver detto a Joey tutto quello che doveva, ma in fondo lo sanno tutti, Joey e Paul sono ancora lì, ogni volta che il doppio pedale parte come un'arma automatica, ogni volta che il basso ti entra nelle budella, loro sono lì, a ridere sotto le maschere, a distruggere tutto.

  

venerdì 13 marzo 2026

Recensioni a scoppio ritardato: Gorillaz "The Mountain"



Immagina di essere legato a una sedia in una baita dimenticata da Dio, a tremila metri, con il vento che urla come un ex che non accetta il divorzio, fuori nevica piombo fuso, dentro, Damon Albarn ti spara in faccia 15 tracce che non ti chiedono permesso, questo è The Mountain.
Se pensi ancora ai Gorillaz come la band di Clint Eastwood e Feel Good Inc., con quel groove cartoon da sigaretta elettronica e ironia da cartone del sabato mattina, beh, hai sbagliato film, quello era il parcheggio, questo è il dirupo.
Non c’è più traccia di leggerezza da hipster in felpa, qui non si balla per dimenticare, si sale, si sale mentre le suole si squarciano, le dita sanguinano sulle rocce, e pezzi di te, ricordi, persone, certezze, cadono nel burrone uno dopo l’altro, la gestazione di questo disco non è stata una session fighetta in studio con guest star da Instagram, è stata una faticosa, tortuosa, stronza scalata, India nei polmoni, lutti che pesano come zaini da 40 chili, archivi saccheggiati per riesumare voci di morti (Dennis Hopper, Proof, Tony Allen, Mark E. Smith…) e farli duettare con i vivi (Anoushka Shankar, Sparks, Bizarrap, Black Thought, Trueno), è un raduno di fantasmi in alta quota, e non tutti torneranno giù.
Il suono? Denso, stritolato, strati di sitar, tabla, synth malati, beat che sembrano provenire da un tempio elettronico sconsacrato, c’è l’Oriente che respira, ma non è turismo esotico da Coachella, è un Oriente che ti guarda dritto negli occhi e ti dice “muori un po’ con me”. Brani come "The Happy Dictator" (con gli Sparks che sembrano usciti da un incubo glam), "Orange County", "The Manifesto" o l’opener/title-track con sitar e voci fantasma ti prendono per il collo e non mollano, non è un disco che “si fa ascoltare” è un disco che ti fa sudare sangue per arrivare in cima.
Chi cerca il ritornello facile da TikTok o la vibe da festival estivo resterà con un pugno di mosche e le cuffie piene di vertigini, questo non è pop allegro, è un requiem psichedelico travestito da concept album è Albarn e Hewlett che, a 25 anni dal debutto, decidono di non fare più i carini buttano via la maschera da cartoon e ti mostrano la crepa vera, quella da cui entra il freddo mortale.
Voto? Non lo do con i numeri, dico solo, se hai ancora in testa i Gorillaz del 2001, The Mountain ti caccerà via a calci nel culo, se sopravvivi alla scalata, arrivi in cima con meno pezzi di quando sei partito… ma quelli che ti restano pesano il doppio.
Consigliato a chi non ha paura di perdere qualcosa lungo la via.
Il resto può tornare a ballare Feel Good Inc. in loop, Qui si muore o si sopravvive….



giovedì 12 marzo 2026

Distopia70 Episodio 1 (Di P.Lirangi -M.Maneggio -A.Moretti)

 


Negli studi RAI, l’aria sa di caffè stantio e paura, le luci al neon tremano come se sapessero cosa sta per succedere, un uomo entra nel set, Tight nero, cravatta stretta, sguardo che taglia, si siede, sistema il microfono con la calma di chi ha già premuto il grilletto mille volte, fuori, Roma è un cimitero avvolto nella nebbia gelida.
Solo il rombo sordo di camion militari e qualche colpo isolato che echeggia tra i palazzi come un avvertimento, quell’uomo non è un politico qualunque, non è un conduttore, è Junio Valerio Borghese, il Comandante l’artefice del mutamento che, nella notte appena finita, ha strappato il velo alla democrazia italiana e l’ha gettata nel buio.

Parla dritto in camera, voce bassa, rauca, da uomo che ha visto troppi cadaveri: «Italiani, La Patria si è rialzata, La notte ha inghiottito i traditori, i rossi, i venduti. da oggi ricomincia l’Ordine, da oggi ricomincia l’Onore.» Lo schermo sfuma nel nero, niente sigla, solo silenzio e il peso di un Paese che si sveglia in catene.

Ma come siamo arrivati a questo abisso?

Junio Valerio Borghese nasce con sangue nobile nelle vene, famiglia che ha espresso un Papa, legami coi Bonaparte, sangue che chiama guerra, da giovanissimo sceglie l’uniforme invece del salotto, nella seconda guerra mondiale firma i pochi trionfi italiani che contano, incursioni da incubo, siluri che squarciano porti nemici.

Poi l’8 settembre, mentre l’Italia si spacca, lui resta fedele, giura alla Repubblica di Salò, Prende il comando della Xª MAS diventa leggenda per i suoi, incubo per i partigiani, torture nei sotterranei, esecuzioni nei fossi, villaggi bruciati con la benzina e il piombo, sangue che cola lento, odore di carne bruciata.

Fine della guerra, arrestato processo rapido ed ergastolo certo per i crimini della Xª. ma gli americani intervengono, deviano il processo, condanna lieve, pochi anni, poi libertà.

Perché? semplicissimo, hanno bisogno di lui dei suoi metodi, dei suoi uomini, dei suoi segreti, oltre l’Adriatico c’è la Cortina di Ferro, il Blocco Sovietico, L’Italia è la sentinella perfetta. E il PCI? Il più grande partito comunista d’Occidente in ascesa.

Se prende il potere con le urne, addio basi NATO, addio contenimento.addio Guerra Fredda vinta a metà, Borghese libero odia questa democrazia molle, corrotta, infetta dai rossi.

Per lui non c’è confronto, c’è solo Combatterli. Annientarli. Eliminarli, prova la via politica. diventa presidente onorario del MSI, ma la linea è troppo morbida, troppi compromessi con Almirante, incomprensioni, scontri, lascia.

Fonda il Fronte Nazionale, più estremo, più duro, più fascista, pronto alla lotta armata., niente negoziati, solo vittoria totale, al suo fianco c’è Remo Orlandini, aspetto da nonno tranquillo, occhiali spessi, modi docili ma sotto la pelle, un combattente che non si è mai arreso.

Orlandini sogna il ritorno del Fascismo come un sacro fuoco, e lui che sussurra al Comandante l’unica soluzione possibile "Cancelliamo venticinque anni di democrazia con un colpo solo, annientiamo gli oppositori rendiamoli inoffensivi per sempre"

COLPO DI STATO.

Borghese non perde tempo, disegna il piano ,preciso, spietato, niente errori, coinvolge pezzi dello Stato nell’ombra, militari fedeli, servizi deviati, civili pronti a tutto.

Primo contatto: Stefano Delle Chiaie a capo di Avanguardia Nazionale, non un partito. ma un esercito clandestino, squadre d’azione, bombe, pestaggi, fuoco nelle strade. Gruppo che agisce nell’ombra della lotta politica, implicato in stragi che segneranno la storia della nostra repubblica.

Borghese lo incontra, gli espone il piano chiede supporto totale, uomini affidabili. Infallibili, Delle Chiaie ascolta, non esita risponde con una parola sola, secca come una sentenza "Presente, Comandante!"

L’alba dell’8 dicembre 1970 è ancora lontana, ma i camion già si muovono nel buio. le armi sono cariche,i nomi sulle liste nere sono spuntati.

In questa Italia distorta… il contrordine è un opzione non calcolata....

martedì 10 marzo 2026

Antieroi Sportivi: King Eric Il Kung-Fu del Re Ribelle....

Eric Cantona era una fottuta granata coi lacci slacciati e il colletto alzato come un dito medio al mondo, Marsiglia lo partorisce incazzato, litiga con tutti, pesta compagni, spara la palla in faccia all’arbitro a Nîmes a 25 anni sputa sul calcio francese “Ritirato, arrivederci stronzi.” ma non finisce lì, atterra in Inghilterra come un serial killer col pallone.
Il Leeds lo usa per vincere la Premier in cinque mesi secchi, poi li scarica e va al Manchester United, tradimento da film di Tarantino, i tifosi dello Yorkshire ancora oggi lo vorrebbero morto, a Old Trafford diventa il Re senza permesso, sguardo da psicopatico, gol che sembrano omicidi artistici, assist che tagliano gole, Ferguson lo capisce al volo, non lo leghi, lo lasci esplodere.

Poi arriva il botto vero, il 25 gennaio '95, Selhurst Park, espulso per un calcio a un hooligan schifoso, Matthew Simmons che gli vomita merda razzista dalla tribuna, “Torna in Francia, frocio di merda.” Cantona non dice una parola, salta la balaustra come un predatore, kung-fu volante dritto in petto al bastardo, piedi, pugni, pandemonio, il tipo vola all’indietro, la folla impazzisce, la telecamera immortala il momento più punk della storia del calcio.

Squalifica 9 mesi, processo da circo, galera due settimane (poi commutata), la stampa inglese lo massacra, “animale”, “psichiatrico”, “vergogna” lui? in conferenza stampa post-sentenza, rimane un attimo in silenzioi, poi “quando i gabbiani seguono un peschereccio, è perché pensano che le sardine verranno gettate in mare...." Boom, i giornalisti inglesi rimangono con la bocca spalancata come idioti, anni dopo, senza battere ciglio “Il calcio a quel fascista? Uno dei momenti più belli della mia vita.”

Torna e spacca ancora, titoli a raffica, poi a 30 anni, al picco, molla tutto, niente lacrime da puttana, niente addio sdolcinato, “Me ne vado perché mi pare.” Svanisce nella nebbia.

Dopo? Attore da film noir, Ken Loach lo vuole, ruoli da duro incazzato, figlio di migranti, orgoglioso operaio, rivoluzionario nel sangue. “Essere francese è essere contro.” mai un pentimento, mai un “scusate”, mai un sorriso finto da testimonial, Cantona non era calcio, era rabbia pura, talento che brucia, disprezzo per le catene, per i moralisti da salotto, per chi si piega al sistema, ha preso a calci arbitri, allenatori, hooligan di merda, convenzioni del cazzo, Ha vissuto come un bandito, zero filtri, zero rimpianti, zero scuse, ma era vero autentico.

King Eric, non il re da cartolina, Il re che ti spacca la faccia se gli rompi il cazzo e lo fa con classe letale....


 

lunedì 9 marzo 2026

Unconditional Surrender....

Miami sa di cloro stantio e birra versata, 8 marzo 2026, nono giorno, la Camaro scassata rantola sulla 95, stereo che biascica American Idiot a volume basso, come se sapesse che non serve a un cazzo.

Rico non è nessuno, ex marine scaricato per un rapporto scritto male, cicatrice che pulsa quando è nervoso, mani che tremano sulla birra, conosce bene Dover, dove sono arrivate le sei alme dei soldati caduti in Iran, sei vittime, per ora, sa che i nomi finiscono su un comunicato, non su una lapide vera.

Radio accesa per abitudine malata, dopo i Green Day per paradosso, un predicatore che prega per la vittoria, uno spot in stile Truth con Trump che ghigna e poi sempre lui al notiziario, "Colpiremo fino alla resa incondizionta."

Rico spegne, "Don't wanna be an American idiot" mormora, ma è solo un suono vuoto.

Entra al Trump National Doral perché non ha altro posto, summit in corso , lacchè che brindano, influencer che postano, schermi che ripetono “UNCONDITIONAL SURRENDER! MAGA!” come un mantra rotto, dentro puzza di birra light e sudore compiaciuto, al bar un patriota col cappello rosso che biascica “la resa è vicina”, ragazza che scrolla il telefono senza alzare gli occhi.

Rico vede il QR code del TouchTunes sul bancone, scarica l'app con dita goffe, paga due dollari con una carta prepagata quasi scarica, seleziona la canzone, American Idiot parte piano, poi sale ,non spacca nulla, solo irrita.

Il patriota si gira verso di lui "Spegni quella merda traditrice. Il presidente vince. Sei eroi a Dover..."

Rico lo fissa. Voce bassa, stanca, "io ho visto quelle bare. Sei famiglie che non dormono più. Lui posa per le foto, quale vittoria...." Il tizio estrae una pistola placcata oro, mano tremante.

"Chiudi bocca Woke del cazzo e vai a farti fottere dai tuoi amici froci del cazzo"

Rico ha paura, spinge il braccio di lato in maniera goffa, disperata, la pistola cade, spara un colpo nel soffitto. i vetri piovono.

Ma il patriota non molla, si rialza barcollando, afferra la pistola da terra, Rico gli salta addosso, lotta goffa, pugni che non centrano, un altro sparo....

Il proiettile entra nel petto di Rico da vicino, caldo, bagnato, cade all'indietro, urta il bancone, scivola a terra tra vetri e birra rovesciata.

Sangue si allarga sul pavimento lucido, il patriota respira affannato, pistola ancora in mano, guarda il corpo come se non capisse cosa ha fatto.

Panico, gente che corre urlando, sedie che cadono, la ragazza molla il telefono e scappa via piangendo, guardie che arrivano sparando in aria per disperdere.

Rico fissa il soffitto, Il riff di American Idiot continua a gracchiare dall'impianto, distorto, lontano, pensa che ha pagato due dollari per una canzone, ha fatto incazzare un idiota, e ora è steso qui con un buco nel petto.

Non c'è eroismo, non c'è ultimo sguardo significativo, solo sangue che si raffredda e il suono di sirene che si avvicinano.

Il patriota viene trascinato via dalle guardie, qualcuno posta un video “Patriota difende il summit da un terrorista Woke” rigirata la frittata, nessuna morte eroica, i like del mondo Maga arrivano a migliaia.

Teheran brucia ancora, Trump twitta vittoria, con altre bare arriveranno.

Rico smette di respirare, il bar riprende fiato, la guerra continua......


 


domenica 8 marzo 2026

La storia di Clara Woods: quando i colori parlano più forte delle parole


Immagina una giornata qualunque di tanti anni fa, a Firenze, una mamma giovane, Betina, aspetta il suo primo bambino con il cuore pieno di sogni normalissimi, i primi passi, le prime parole balbettate, le risate in cucina, invece arriva una risonanza che spegne tutto, ictus prenatale, parole pesanti come macigni. «Se nascerà, probabilmente non camminerà, non parlerà, non avrà una vita piena.»

Molti si sarebbero fermati lì, con il fiato spezzato. Betina e Carlo no, hanno preso quella sentenza e l’hanno trasformata in una promessa silenziosa «Vedremo chi è davvero questa bambina.»

Clara è arrivata nel 2006, bionda, con gli occhi che sembravano già sapere troppe cose, non parlava, la manina destra restava chiusa come un segreto, il corpo non obbediva del tutto, ma dentro di lei c’era già un fuoco che nessuno vedeva, capiva l’italiano, il portoghese, l’inglese che arrivava dalle canzoni e dai cartoni, capiva tutto, solo che il mondo non lo sapeva ancora.

Gli anni passano, tra terapie infinite, sguardi di pietà, porte che si chiuse, fino a quel giorno, intorno ai 12-13 anni, quando Clara ha preso in mano un pennello, non era un gioco, era una ribellione.

All’inizio dipingeva e poi distruggeva, tele nere sopra il colore, strappi rabbiosi, come se dovesse urlare tutto quello che non poteva dire, poi qualcosa è cambiato, i colori hanno smesso di essere distrutti e hanno iniziato a restare, a parlare.

Oggi Clara ha quasi 20 anni, vive sotto il sole della California, e i suoi quadri sono diventati un linguaggio universale, sono esplosioni di rosa acceso, blu profondi, gialli che sembrano gridare speranza, raffigurano cuori che battono nonostante tutto, ragazze che corrono anche se zoppicano, sogni che non chiedono il permesso per esistere.

Ha esposto in gallerie da Firenze a Miami, ha collaborato con Louis Vuitton durante Art Basel (il muro dedicato a Virgil Abloh), ha dipinto il poster ufficiale delle Olimpiadi invernali, ha venduto centinaia di originali e migliaia di stampe, ha fondato la Clara Woods Collection, non solo un brand, ma un movimento, "The Inclusion Matters". Conduce un podcast, parla (attraverso la mamma, attraverso i colori, attraverso la sua presenza) in giro per il mondo, organizza tour pop-up in Italia, New York, Canada, è stata su Forbes, ha regalato un ritratto ad Alicia Keys, ha costruito una community di quasi due milioni di persone che la seguono.

Clara non ha mai avuto bisogno di parole perfette per farsi sentire, usa i pennelli come se fossero corde vocali, mescola emozioni crude con una gioia quasi feroce, ogni tela è un «io esisto, io sogno, io resisto».

La sua vita è la dimostrazione scomoda che il talento non aspetta diagnosi favorevoli, arriva e basta, si prende lo spazio, rompe i muri, e quando lo fa, costringe tutti noi a guardare diversamente, non con compassione, ma con stupore.

Esattamente come succede a me ogni volta che scorro il suo Instagram (@woods_clara_) o entro nel suo sito.

Non è solo arte, è una dichiarazione di vita.


venerdì 6 marzo 2026

Il mistero irrisolto di Max Headroom: Il Pirata Mascherato che Sculacciò la TV e Nessuno Sa Ancora Chi Cazzo Era...


Ore 21:14 WGN-TV, canale 9, Dan Roan, il tipo con la faccia da ex giocatore di football, sta vomitando highlights dei Bears che hanno massacrato i Lions 30-10. Lo schermo trema. Nero. Silenzio da tomba, implosione,di botto un tizio in maschera di gomma Max Headroom occhiali da sole neri, ghigno da psicopatico congelato, ondeggia come un ubriaco strafatto davanti a una lamiera ondulata che gira lenta, ipnotica, come il fondo glitchato del vero Max.

Niente parole. Solo un ronzio che ti spacca i timpani, un rumore da modem morente in un vicolo, dura 25-30 secondi. Gli ingegneri al John Hancock Center cambiano frequenza al link microwave, fine del primo round. Il pirata sparisce nel nulla, due ore dopo, ore 23:15 circa, WTTW, canale 11 PBS, i nerd di Doctor Who sono incollati a "Horror of Fang Rock", il Dottore sta per combattere mostri alieni, schermo che impazzisce e di botto di nuovo entra lui di nuovo: Max fasullo, stesso completo da quattro soldi, stessa lamiera rotante. Ma stavolta parla. Voce distorta, balbettante, incasinata come un nastro mangiato.

Sputa insulti «Quel fighetto di Chuck Swirsky… liberal del cazzo… fottuti liberal…» Farfuglia su controllo, su "frickin' liberal", su "they’re coming to get me!".Poi il delirio sale, una figura femminile mascherata (forse in abito da cameriera o roba fetish) lo afferra, lo piega sul tavolo. gli cala i pantaloni culo nudo in onda schiaffo secco con una paletta da mosche.

Lui urla, ride isterico, piange. «Bend over, bitch!» grida la tipa. Spanking in diretta pirata, novanta secondi di follia pura, volgare, surreale. taglio netto, Doctor Who torna, silenzio assordante nelle case.

La FCC si incazza, indagini a tappeto, serviva roba pro, trasmettitore portatile potente, know-how da ingegneri o radioamatori incalliti, accesso a un punto alto per sovrapporre il segnale microwave dello studio all'antenna.

Almeno tre persone coinvolte: uno davanti alla camera, uno alla regia audio/video, uno al trasmettitore, zero nomi, zero impronte zero arresti. Quasi 40 anni dopo, siamo nel 2026, il caso è ancora aperto, irrisolto, un buco nero nella storia della TV americana.

Quella notte qualcuno ha preso la satira e l'ha fatta diventare incubo reale, ha indossato la maschera del mostro mediatica, interrotto il flusso pulito della TV, insultato, si è fatto sculacciare in mondovisione locale, ha riso come un folle e è svanito nel buio.

Chi era? Un hacker incazzato coi media? Un pervertito con attrezzatura da pro? Un gruppo di punk cibernetici?

Non lo sapremo mai. Forse è ancora là fuori, in un seminterrato polveroso, a fissare schermi più piccoli, più veloci. Aspettando il prossimo blackout.

mercoledì 4 marzo 2026

30 ANNI DI TRAINSPOTTING: IL FILM CHE TI HA FATTO SCEGLIERE LA VITA... DOPO AVER SCELTO DI MORIRE 100 VOLTE

 

Trenta. fottuti. anni, tre decadi da quando Renton ha iniziato a correre come un disperato in mezzo alla strada con Iggy Pop che urlava dentro le orecchie e quel “Choose life” che sembrava una presa per il culo cosmica e sapete una cosa? Non è invecchiato di una virgola, è ancora lì, sporco, sudato, luminoso, schifosamente vivo, più vivo di metà dei film che escono oggi con 200 milioni di budget e zero palle.

Nel 1996 Danny Boyle ha preso il libro di Irvine Welsh, già di per sé una bomba a orologeria scritta in dialetto scozzese e l’ha fatto esplodere sullo schermo con una tale violenza stilistica che il cinema britannico si è cagato sotto dalla vergogna di essere stato così noioso fino a quel momento, colori acidi, montaggio che ti schiaffeggia, soundtrack che ancora oggi ti fa venire voglia di buttarti da una finestra ballando.

Ewan McGregor non era ancora Obi-Wan, era un tossico magrissimo con gli occhi che sembravano due buchi neri pronti a risucchiarti l’anima, Robert Carlyle era Begbie, il più terrificante psicopatico che il cinema abbia mai partorito, un secondo e ti rompeva una pinta in testa solo perché gli avevi guardato storto la birra, Sick Boy con quel sorrisetto da serpente, Spud che inciampava nella propria vita, Tommy che si fotteva per amore e per l’eroina nello stesso identico modo e poi Diane, minuscola e letale, a ricordarci che anche le sedicenni possono distruggerti senza nemmeno provarci.

La scena del water? La più ributtante e geniale della storia del cinema, “Baby, baby, baby” di George Baker che parte mentre Renton si tuffa nella merda più profonda della sua vita? Iconica. Underworld che ti spacca il cranio con “Born Slippy”? ancora oggi mi fa venire i brividi lungo la schiena, Trainspotting non è un film “carino”, non è feel-good, non ti fa sentire migliore di quello che sei, ti sbatte in faccia che la vita fa schifo, che le dipendenze sono un buco nero che ti mangia vivo, che gli amici sono quasi sempre peggio dei nemici, e che “scegliere la vita” è la più crudele delle prese in giro… però a volte è l’unica cosa che resta da fare.

Eppure, cazzo, è esaltante.

È un inno al casino, alla giovinezza bruciata, alla ribellione inutile ma necessaria, è il suono di una generazione che si è accorta che il futuro promesso era una fregatura e ha deciso di bucarsi piuttosto che fingere.

Trent’anni dopo è ancora lì a guardarci dritto negli occhi e a dirci “Non è cambiato niente, eh? Stesse merde, stesse bugie, stessa voglia di scappare. Solo che adesso avete lo smartphone in mano mentre vi rovinate.”

Grazie Renton, Begbie, Sick Boy, Spud, Tommy e tutto il resto della banda di falliti gloriosi. Grazie Danny Boyle per averci fatto vedere che si può fare cinema con le budella di fuori. Grazie Irvine Welsh per aver scritto le parole più oneste e sporche degli anni ’90.

Trainspotting non è un film è una coltellata, una dose, una corsa disperata contro te stesso.

Scegli la vita, Magari domani, oggi fai un tuffo nel cesso peggiore di Scozia.....


L'Irlanda suona, mentre noi continuiamo a scrollare....

  Ci sono momenti in cui sembra che un paese intero trovi una voce comune, non perché tutti suonino allo stesso modo, ma perché condividono ...