martedì 31 marzo 2026
Tre Nastri, una Corda e un Corpo Spezzato: la Vera Storia di Antonio Russo
lunedì 30 marzo 2026
On Air Off Air, Empaticamente Stronza
venerdì 27 marzo 2026
La V Blu e la M Verde, la storia del primo canale di video musicali non stop in Europa prima di MTV....
giovedì 26 marzo 2026
Distopia70 Episodio 3 (Di P.Lirangi -M.Maneggio -A.Moretti)
Pochi secondi, pochi parole sussurrate, gelide.
«Comandante… l’operazione è conclusa, Subito. Fine.»
Borghese impallidì, il golpe era partito: gruppi armati in movimento, alcuni già dentro il Ministero dell’Interno, poi, il contrordine, da Borghese stesso, una telefonata misteriosa? Una soffiata dall’alto? Gelli che tirava i fili? Andreotti che sapeva troppo? O solo paura, quella vera, che ti congela le viscere?
L’uomo magro sparì nel nulla come un fantasma che aveva già deciso il finale al suo posto.
Chi era quell’uomo? Perché fermò la storia con due frasi? Il mistero resta lì, appeso come una corda al collo, aspettando il prossimo giro di carte.
martedì 24 marzo 2026
Rotten.com – Il re del marcio che l’internet selvaggio incoronò (e poi seppellì)
lunedì 23 marzo 2026
Antieroi Sportivi: Vito Santacroce..... "I Pugni Vuoti del Cobra"
Vito Santacroce veniva da un quartiere dove i sogni morivano prima dei vent'anni, figlio di un pescatore, uno che si era ubriacato fino a cadere in mare Senza più riemergere, crebbe con le nocche già spaccate dai muri e lo stomaco pieno di rabbia, a diciassette anni aveva già mandato all'ospedale gente più grossa di lui, addirittura pure un carabiniere che aveva provato a toccargli la sorella, a diciannove combatteva nei sotterranei di Napoli, contro zingari, marinai ubriachi e qualche ex carcerato con tatuaggi che sembravano fatti con il carbone.
Lo chiamavano Il Cobra perché mordeva una volta sola, un colpo solo, dritto al mento, e l'avversario crollava come una sedia sfondata, non danzava, non schivava, non faceva spettacolo, arrivava al centro del ring come un condannato a morte che vuole farla finita in fretta, occhi neri, zigomi da lama, capelli unti pettinati all'indietro con la brillantina da due soldi, sempre la stessa sigaretta spenta tra le labbra durante la pesata, mai un sorriso.
Il suo manager era un ex allibratore con tre dita mancanti alla mano sinistra, tale Mimmo "Zoppo" De Luca, diceva, «Vito non combatte per la gloria. Combatte perché se perde, domani non mangia e se vince, domani mangia, ma con dentro il veleno.»
Vito diventò leggenda quando accettò l'incontro truccato contro "Il Torero" Esposito, il favorito dei casinò di Capri, un tipo con la mascella di marmo e i soldi della camorra nelle mutande, tutti sapevano che doveva perdere al sesto round, tutti tranne Vito.
Al quarto round il Torero gli spaccò il sopracciglio sinistro, sangue che colava come vernice rossa su un quadro di schifo, al quinto lo mandò al tappeto con un gancio al fegato, Vito si rialzò contando mentalmente le banconote che gli servivano per pagare l'affitto arretrato e le medicine della madre, al sesto round, invece di buttarsi come concordato, sparò il suo colpo, un destro corto, sporco, nato nei vicoli, Il Torero crollò con gli occhi spalancati, come se avesse visto la Madonna e lei gli avesse detto «Figlio di puttana, oggi ti ho scelto.»
Il palazzetto esplose, la camorra perse milioni, Mimmo O Zoppo sparì quella notte stessa con una valigia di contanti e una prostituta bionda platino, Vito invece rimase lì, sul ring, con il sangue che gli colava sul petto nudo, a fissare il Torero immobile, non festeggiò, si limitò a sputare la sigaretta spenta e a mormorare «Pagatemi.»
Da quel momento fu marchiato, lo cercarono in tutti i modi, minacce, puttane mandate per corromperlo, incidenti d'auto "casuali", lui rispondeva a modo suo, con i pugni. Vinse titoli regionali, poi nazionali, poi internazionali, ma sempre nello stesso modo, sporco, brutale, senza un briciolo di fair play, i giornalisti lo odiavano, lo chiamavano «l'animale», «il delinquente coi guantoni», il pubblico lo adorava proprio per quello, perché era uno di loro, incazzato, sfregiato, senza redenzione.
La sua fine arrivò nel '78, contro un americano di colore, "Lightning" Jackson, un gigante veloce come il diavolo, mandato apposta per spezzarlo, l'incontro era a Roma, sotto i riflettori RAI, con il presidente della federazione in tribuna col sorrisonpiu falso di sempre, Vito arrivò con trentasei anni, tre costole incrinate da un pestaggio di due settimane prima, e un fegato che sembrava carta vetrata.
Combatterono, quindici round d'inferno, Lightning lo massacrò di jab, lo fece sanguinare dal naso, dalla bocca, dalle orecchie, al tredicesimo Vito sembrava finito, barcollava, vedeva doppio, poi, all'improvviso, si fermò al centro del ring, tirò fuori dalla bocca la solita sigaretta spenta, la guardò un attimo come se fosse l'unica amica rimasta al mondo, e la sputò.
Quindicesimo round, Lightning partì con un gancio sinistro da ko tecnico, Vito non lo schivò, lo prese in pieno, ma mentre incassava, infilò il suo colpo, il Cobra morse per l'ultima volta, un uppercut al mento che sembrò partire direttamente dall'inferno, Lightning crollò come un albero colpito dal fulmine, silenzio, poi il boato.
Vito non festeggiò, si inginocchiò accanto all'avversario svenuto, gli mise due dita sul collo per sentire il battito, annuì tra sé e sé, poi si alzò barcollando verso l'angolo, prese l'accappatoio sporco di sangue, se lo mise sulle spalle e uscì dal ring senza guardare nessuno, mai più salì su un quadrato.
Sparì, qualcuno disse che faceva il buttafuori in un locale malfamato di Secondigliano, altri che era morto di cirrosi in un ospizio dimenticato da Dio, qualcun altro giurava di averlo visto, anni dopo, su una spiaggia deserta della Calabria, a tirare pugni all'aria contro il tramonto, con la stessa sigaretta spenta tra le labbra.
Nessuno sa la verità, ma nei bar di Napoli, quando piove e la birra sa di rimpianto, c'è ancora chi alza il bicchiere e sussurra:
«A Vito il Cobra, L'unico che ha vinto senza mai vincere davvero.»
E tutti bevono in silenzio, perché gli eroi muoiono in piedi, gli antieroi muoiono in piedi... ma prima sputano per terra.
venerdì 20 marzo 2026
Recensioni a scoppio ritardato: The Paper
giovedì 19 marzo 2026
Distopia70 Episodio 2 (Di P.Lirangi -M.Maneggio -A.Moretti)
In Italia c’è un solo uomo che tiene le chiavi di tutto: nomi, tempi, luoghi, favori, minacce, uno che muove i fili dall’ombra mentre il paese finge di dormire, Licio Gelli.
Di facciata un imprenditore di materassi, un signor nessuno con la fabbrica a Frosinone. Ma quel capannone puzza: ministri, vescovi, generali, questori che entrano e escono come clienti fissi. Clienti di cosa? Di materassi o di potere?
A diciotto anni si arruola nelle camicie nere, va a sputare sangue in Spagna coi franchisti, poi marcia con Mussolini, entra nella Repubblica di Salò, ma gioca sporco, fa il doppio gioco coi partigiani, si compra l’immunità, dopo la guerra? Si sussurra un patto con la CIA, referente occulto made in Italy, entra in massoneria e in pochi anni trasforma la loggia Propaganda Due in un mostro tentacolare, in Italia il vero potere ha una tessera…la sua.
E ce l’aveva anche Borghese, Tessera n. 1567, mai messo piede a una riunione, ma il nome era lì, inciso come un marchio a fuoco.
Il Principe Nero punta dritto su Arezzo, verso Villa Wanda, Ricorda i tempi della RSI, stima reciproca, strette di mano fredde, ma mai vera alleanza, Borghese sa del doppio gioco di Gelli, Aveva ordinato alla sua flottiglia di squartarlo, troppo tardi, gli Alleati lo avevano già preso sotto l’ala.
Anni dopo, però, il destino li rimette faccia a faccia, Borghese ha bisogno di quella chiave arrugginita per scardinare la Repubblica.
Arriva alla villa. Attesa infinita, dubbi che rodono come topi, finalmente Gelli lo riceve, nessun sorriso, nessuna mano tesa.
“Sapevo che la sua flottiglia mi avrebbe dato la caccia e mi avrebbe fatto fuori,” esordisce il Gran Maestro, voce bassa, quasi un sibilo.
Borghese non batte ciglio. “Vero, non avremmo esitato un secondo, bastava un giorno in più in quella caserma.”
“L’unico vero fallimento della sua gloriosa carriera militare…” lo trafigge Gelli. “Eppure le ho reso omaggio, le ho mandato la mia tessera, non l’ha gradita?”
Borghese incassa, poi cala l’asso che sa di avere in comune: “Credo invece che lei non gradisca affatto l’ascesa dei comunisti, Gran Maestro.”
Gelli si accarezza la barba, pausa, si guarda intorno come un attore consumato, vorrebbe un rabarbaro, ma stringe i denti, guarda la finestra, il buio fuori.
“Vede, Borghese, lei vede il mondo troppo di traverso, tutto bianco o nero, ha due strade, accettare un compromesso… oppure trasformare il suo golpe in una patetica farsa fascista da operetta.”
Scacco matto.
Quella notte Gelli detta legge, indica i generali da corrompere, i colonnelli da ricattare, i politici da ungere, fa i nomi degli industriali che sganceranno i miliardi, indica i canali per i servizi segreti europei e la CIA, mediare, promettere, minacciare e poi i nomi dei boss mafiosi da arruolare nel progetto, ha tutto in testa, catalogato come un archivio del diavolo.
Sarà lui, il Gran Maestro, a occuparsi del sequestro del Presidente della Repubblica, ha il lasciapassare per il Quirinale, un passepartout insanguinato.
Mentre Borghese si allontana nella notte gelida, Gelli lo richiama sulla soglia, ultimo colpo di scena:
“Vede, Comandante… se quel giorno fosse arrivato ventiquattr’ore prima in quella caserma, oggi sarebbe un vecchio rincoglionito perso nei ricordi, invece eccoci qui, a giocare a scacchi con la storia.”
La porta si chiude piano, il golpe ha già il suo burattinaio e l’Italia non sa ancora quanto sia vicina al baratro.
martedì 17 marzo 2026
Dal Sangue della Guerra al Freddo di Piacenza – André Ndereyimana: Il Burundese che ha Preso a Schiaffi la Fame e Ha Fondato un Impero di Polli e Speranza
Riesce a fuggire dall’inferno, arriva in Italia, niente soldi, niente famiglia, solo un visto e una valigia piena di traumi, va a Viterbo, si iscrive ad Agraria all'Università della Tuscia, studia come un pazzo, masticando Italiano stentato e pane secco, si laurea in Scienze e tecnologie alimentari. Non si ferma, si trasferisce a Piacenza, Università Cattolica – dottorato in Agrisystem, e notte dopo notte, libri illuminati da lampade al neon, mentre il freddo emiliano gli entra nelle ossa e gli ricorda che l'Africa è lontana ma la fame no.
E lì nasce l'idea, non elemosina, non aiuti che umiliano, la parola è “Microcredito in natura” niente soldi cash che spariscono, attrezzature, animali, vaccini, mangimi, crea una rete capillare di piccoli produttori familiari, contadini rurali e peri-urbani che allevano polli, capre, mucche, producono latte, uova, carne, nasce la startup che si chiama Buslin (Burundi Smallholders' Livestock Network), André la fonda con partner italiani, ricercatori, sognatori come lui, Specializzata in filiera animale e ortofrutticola, alta qualità nutrizionale, igienica, sensoriale, obiettivo, sfamare l'Africa subsahariana, sradicare povertà assoluta, malnutrizione, fame cronica.
Nel 2015 all’ Expo Milano, André sale sul palco, mani callose, occhi che hanno visto troppi cadaveri e vince il Sustainable Technologies and Cooperation in Food and Agriculture & UNIDO International Award. Tra 150 progetti da 30 paesi, scelgono lui.
E non si ferma, 11 anni dopo, Buslin è ancora viva e pulsante, sito attivo, segreteria in Burundi, distribuzione di volaglie e attrezzature a centinaia di famiglie, centri pilota, reti che crescono in Uganda e oltre, André coordina R&D, viaggia tra continenti, combatte burocrazia infernale, pregiudizi che puzzano di razzismo strisciante, crisi che divorano tutto, ma lui va avanti, ha creato posti di lavoro veri, valore tangibile, speranza che non si spegne, progetti che nutrono bambini, allevamenti che tengono in piedi villaggi interi.
André Ndereyimana non è arrivato in Italia per mendicare un futuro, è arrivato per rubarlo al destino e ridistribuirlo a chi lo ha perso, dal fango insanguinato del Burundi al freddo industriale di Piacenza, Uno che ha guardato la fame negli occhi e le ha detto "Ora tocca a te crepare."
🖤🇧🇮🇮🇹
lunedì 16 marzo 2026
JOEY & PAUL, L’AMICIZIA, QUELLA VERA, GLI SLIPKNOT E IL TRISTE DESTINO CHE LI HA RESI LEGGENDE….
Joey Jordison, piccolo demone con le mani che sembrano lame da macellaio, occhi che ti trapassano come proiettili, batteria come un mitra inceppato che spara a raffica, 220 bpm di pura furia, Paul Gray, basso appeso come un cappio al collo, tatuaggi che sembrano cicatrici raccontate a bassa voce, quel sorriso storto da psicopatico che ti vuole bene, insieme non erano una sezione ritmica, erano il cuore nero pulsante di Slipknot prima che qualcuno osasse dargli un nome, erano fratelli, di quelli che non chiedono permesso per entrarti nelle vene.
Il Capodanno del '92, Joey solo in casa, a fissare il soffitto come un cadavere, Paul che guida nella tormenta, quattro piedi di neve, strade invisibili, vento che urla come un demone, solo per non lasciarlo marcire da solo. "Non ti lascio passare l'anno nuovo come un coglione, stronzo." Arriva, spalanca la porta coperto di ghiaccio, e gli butta una birra in faccia, niente parole, solo un abbraccio che sa di neve e sudore, fratellanza vera, quella che non si compra con like o interviste.
Prove infinite in scantinati che puzzano di umido e rabbia, Joey scarabocchia riff su foglietti sporchi di sangue (suo, di Paul, di chi cazzo importa), Paul li inchioda con bassi così pesanti da far tremare le ossa del cranio, "Sic", "Spit It Out", "Eyeless" – quei pezzi non nascono in studio pulito, nascono da loro due che si guardano attraverso il sudore e le maschere, ridono come matti sapendo che stanno per scatenare l'apocalisse su un palco, durante Ozzfest '99, mentre il pubblico lancia batterie contro Mushroomhead, Joey e Paul si voltano, si fissano e scoppiano a ridere sotto le maschere, risate da pazzi, da chi sa di essere invincibile, Corey Taylor lo ricorda ancora "Erano inseparabili. Joey ti medicava il naso rotto con una lattina gelata dopo una rissa, Paul ti abbracciava dopo averti mandato a fanculo per ore. Amore metal: crudo, violento, letale.
Tour bus infernali, odore di sudore acido, sigarette spente sul pavimento, urla che rimbalzano come proiettili, Joey dietro le pelli, coperto di vernice rossa come un reduce da un massacro rituale. Paul al suo fianco, basso che rimbomba come un cuore impazzito, di guardavano durante "People = Shit" e sapevano. questo è nostro, 1uesto caos è nostro, questo dolore è nostro.
Poi il 24 maggio 2010, Paul crolla in una stanza d'albergo schifosa, overdose, il mondo si spacca in due, Joey, che lo chiamava "Balls" da sempre, scrive un tributo che ti strappa le budella:
"Hey Paul, È stato fottutamente bello passare del tempo con te ieri e oggi. Parlare dei vecchi tempi, sentirti rispondere con raffiche di vento fortissime, le più forti che abbia mai sentito. Tu dicevi sempre le cose come stavano. Eri lo stesso stronzo che nel '92 non mi ha lasciato passare Capodanno da solo, che ha guidato nella tormenta solo per stare con me. Non c'era nessuno come te. Per questo eri il mio migliore amico. Tutta la musica che abbiamo fatto insieme, tutti i momenti che abbiamo condiviso, vivranno per sempre. Mi manchi ogni cazzo di giorno. Va bene Balls, ci vediamo sul palco. Facciamo casino. Non ci sarà mai un altro #2. Ti amo."
Parole da un uomo con il cuore a pezzi, Joey non si è mai ripreso, continuava a massacrare le pelli, ma ogni blast beat aveva un battito mancante, a Sonisphere 2011 stringeva il boilersuit di Paul tra le mani, piangeva apertamente sul palco mentre i fan urlavano il suo nome, indicava il cielo, urlando per il fratello caduto, il dolore era palpabile, elettrico, come un cavo ad alta tensione.
Anni dopo, 26 luglio 2021, Joey se ne va nel sonno, cuore esausto, corpo distrutto da anni di guerra contro la myelitis, dipendenze, il peso di un lutto che non si chiude mai, due colonne abbattute due fondatori che hanno acceso il fuoco infernale di Slipknot senza mai risparmiarsi.
La band sopravvive, certo, ma il groove primordiale e sporco manca, come quell’amicizia che sanguina, di fiducia cieca, di blast beat che spaccano crani e bassi che ti strangolano le viscere, è sepolto con loro due. Clown lo dice ancora, con la voce rotta, "mi mancano”, Corey rimpiange di non aver detto a Joey tutto quello che doveva, ma in fondo lo sanno tutti, Joey e Paul sono ancora lì, ogni volta che il doppio pedale parte come un'arma automatica, ogni volta che il basso ti entra nelle budella, loro sono lì, a ridere sotto le maschere, a distruggere tutto.
venerdì 13 marzo 2026
Recensioni a scoppio ritardato: Gorillaz "The Mountain"
giovedì 12 marzo 2026
Distopia70 Episodio 1 (Di P.Lirangi -M.Maneggio -A.Moretti)
martedì 10 marzo 2026
Antieroi Sportivi: King Eric Il Kung-Fu del Re Ribelle....
lunedì 9 marzo 2026
Unconditional Surrender....
domenica 8 marzo 2026
La storia di Clara Woods: quando i colori parlano più forte delle parole
Immagina una giornata qualunque di tanti anni fa, a Firenze, una mamma giovane, Betina, aspetta il suo primo bambino con il cuore pieno di sogni normalissimi, i primi passi, le prime parole balbettate, le risate in cucina, invece arriva una risonanza che spegne tutto, ictus prenatale, parole pesanti come macigni. «Se nascerà, probabilmente non camminerà, non parlerà, non avrà una vita piena.»
Molti si sarebbero fermati lì, con il fiato spezzato. Betina e Carlo no, hanno preso quella sentenza e l’hanno trasformata in una promessa silenziosa «Vedremo chi è davvero questa bambina.»
Clara è arrivata nel 2006, bionda, con gli occhi che sembravano già sapere troppe cose, non parlava, la manina destra restava chiusa come un segreto, il corpo non obbediva del tutto, ma dentro di lei c’era già un fuoco che nessuno vedeva, capiva l’italiano, il portoghese, l’inglese che arrivava dalle canzoni e dai cartoni, capiva tutto, solo che il mondo non lo sapeva ancora.
Gli anni passano, tra terapie infinite, sguardi di pietà, porte che si chiuse, fino a quel giorno, intorno ai 12-13 anni, quando Clara ha preso in mano un pennello, non era un gioco, era una ribellione.
All’inizio dipingeva e poi distruggeva, tele nere sopra il colore, strappi rabbiosi, come se dovesse urlare tutto quello che non poteva dire, poi qualcosa è cambiato, i colori hanno smesso di essere distrutti e hanno iniziato a restare, a parlare.
Oggi Clara ha quasi 20 anni, vive sotto il sole della California, e i suoi quadri sono diventati un linguaggio universale, sono esplosioni di rosa acceso, blu profondi, gialli che sembrano gridare speranza, raffigurano cuori che battono nonostante tutto, ragazze che corrono anche se zoppicano, sogni che non chiedono il permesso per esistere.
Ha esposto in gallerie da Firenze a Miami, ha collaborato con Louis Vuitton durante Art Basel (il muro dedicato a Virgil Abloh), ha dipinto il poster ufficiale delle Olimpiadi invernali, ha venduto centinaia di originali e migliaia di stampe, ha fondato la Clara Woods Collection, non solo un brand, ma un movimento, "The Inclusion Matters". Conduce un podcast, parla (attraverso la mamma, attraverso i colori, attraverso la sua presenza) in giro per il mondo, organizza tour pop-up in Italia, New York, Canada, è stata su Forbes, ha regalato un ritratto ad Alicia Keys, ha costruito una community di quasi due milioni di persone che la seguono.
Clara non ha mai avuto bisogno di parole perfette per farsi sentire, usa i pennelli come se fossero corde vocali, mescola emozioni crude con una gioia quasi feroce, ogni tela è un «io esisto, io sogno, io resisto».
La sua vita è la dimostrazione scomoda che il talento non aspetta diagnosi favorevoli, arriva e basta, si prende lo spazio, rompe i muri, e quando lo fa, costringe tutti noi a guardare diversamente, non con compassione, ma con stupore.
Esattamente come succede a me ogni volta che scorro il suo Instagram (@woods_clara_) o entro nel suo sito.
Non è solo arte, è una dichiarazione di vita.
venerdì 6 marzo 2026
Il mistero irrisolto di Max Headroom: Il Pirata Mascherato che Sculacciò la TV e Nessuno Sa Ancora Chi Cazzo Era...
Ore 21:14 WGN-TV, canale 9, Dan Roan, il tipo con la faccia da ex giocatore di football, sta vomitando highlights dei Bears che hanno massacrato i Lions 30-10. Lo schermo trema. Nero. Silenzio da tomba, implosione,di botto un tizio in maschera di gomma Max Headroom occhiali da sole neri, ghigno da psicopatico congelato, ondeggia come un ubriaco strafatto davanti a una lamiera ondulata che gira lenta, ipnotica, come il fondo glitchato del vero Max.
Niente parole. Solo un ronzio che ti spacca i timpani, un rumore da modem morente in un vicolo, dura 25-30 secondi. Gli ingegneri al John Hancock Center cambiano frequenza al link microwave, fine del primo round. Il pirata sparisce nel nulla, due ore dopo, ore 23:15 circa, WTTW, canale 11 PBS, i nerd di Doctor Who sono incollati a "Horror of Fang Rock", il Dottore sta per combattere mostri alieni, schermo che impazzisce e di botto di nuovo entra lui di nuovo: Max fasullo, stesso completo da quattro soldi, stessa lamiera rotante. Ma stavolta parla. Voce distorta, balbettante, incasinata come un nastro mangiato.
Sputa insulti «Quel fighetto di Chuck Swirsky… liberal del cazzo… fottuti liberal…» Farfuglia su controllo, su "frickin' liberal", su "they’re coming to get me!".Poi il delirio sale, una figura femminile mascherata (forse in abito da cameriera o roba fetish) lo afferra, lo piega sul tavolo. gli cala i pantaloni culo nudo in onda schiaffo secco con una paletta da mosche.
Lui urla, ride isterico, piange. «Bend over, bitch!» grida la tipa. Spanking in diretta pirata, novanta secondi di follia pura, volgare, surreale. taglio netto, Doctor Who torna, silenzio assordante nelle case.
La FCC si incazza, indagini a tappeto, serviva roba pro, trasmettitore portatile potente, know-how da ingegneri o radioamatori incalliti, accesso a un punto alto per sovrapporre il segnale microwave dello studio all'antenna.
Almeno tre persone coinvolte: uno davanti alla camera, uno alla regia audio/video, uno al trasmettitore, zero nomi, zero impronte zero arresti. Quasi 40 anni dopo, siamo nel 2026, il caso è ancora aperto, irrisolto, un buco nero nella storia della TV americana.
Quella notte qualcuno ha preso la satira e l'ha fatta diventare incubo reale, ha indossato la maschera del mostro mediatica, interrotto il flusso pulito della TV, insultato, si è fatto sculacciare in mondovisione locale, ha riso come un folle e è svanito nel buio.
Chi era? Un hacker incazzato coi media? Un pervertito con attrezzatura da pro? Un gruppo di punk cibernetici?
Non lo sapremo mai. Forse è ancora là fuori, in un seminterrato polveroso, a fissare schermi più piccoli, più veloci. Aspettando il prossimo blackout.
mercoledì 4 marzo 2026
30 ANNI DI TRAINSPOTTING: IL FILM CHE TI HA FATTO SCEGLIERE LA VITA... DOPO AVER SCELTO DI MORIRE 100 VOLTE
Trenta. fottuti. anni, tre decadi da quando Renton ha iniziato a correre come un disperato in mezzo alla strada con Iggy Pop che urlava dentro le orecchie e quel “Choose life” che sembrava una presa per il culo cosmica e sapete una cosa? Non è invecchiato di una virgola, è ancora lì, sporco, sudato, luminoso, schifosamente vivo, più vivo di metà dei film che escono oggi con 200 milioni di budget e zero palle.
Nel 1996 Danny Boyle ha preso il libro di Irvine Welsh, già di per sé una bomba a orologeria scritta in dialetto scozzese e l’ha fatto esplodere sullo schermo con una tale violenza stilistica che il cinema britannico si è cagato sotto dalla vergogna di essere stato così noioso fino a quel momento, colori acidi, montaggio che ti schiaffeggia, soundtrack che ancora oggi ti fa venire voglia di buttarti da una finestra ballando.
Ewan McGregor non era ancora Obi-Wan, era un tossico magrissimo con gli occhi che sembravano due buchi neri pronti a risucchiarti l’anima, Robert Carlyle era Begbie, il più terrificante psicopatico che il cinema abbia mai partorito, un secondo e ti rompeva una pinta in testa solo perché gli avevi guardato storto la birra, Sick Boy con quel sorrisetto da serpente, Spud che inciampava nella propria vita, Tommy che si fotteva per amore e per l’eroina nello stesso identico modo e poi Diane, minuscola e letale, a ricordarci che anche le sedicenni possono distruggerti senza nemmeno provarci.
La scena del water? La più ributtante e geniale della storia del cinema, “Baby, baby, baby” di George Baker che parte mentre Renton si tuffa nella merda più profonda della sua vita? Iconica. Underworld che ti spacca il cranio con “Born Slippy”? ancora oggi mi fa venire i brividi lungo la schiena, Trainspotting non è un film “carino”, non è feel-good, non ti fa sentire migliore di quello che sei, ti sbatte in faccia che la vita fa schifo, che le dipendenze sono un buco nero che ti mangia vivo, che gli amici sono quasi sempre peggio dei nemici, e che “scegliere la vita” è la più crudele delle prese in giro… però a volte è l’unica cosa che resta da fare.
Eppure, cazzo, è esaltante.
È un inno al casino, alla giovinezza bruciata, alla ribellione inutile ma necessaria, è il suono di una generazione che si è accorta che il futuro promesso era una fregatura e ha deciso di bucarsi piuttosto che fingere.
Trent’anni dopo è ancora lì a guardarci dritto negli occhi e a dirci “Non è cambiato niente, eh? Stesse merde, stesse bugie, stessa voglia di scappare. Solo che adesso avete lo smartphone in mano mentre vi rovinate.”
Grazie Renton, Begbie, Sick Boy, Spud, Tommy e tutto il resto della banda di falliti gloriosi. Grazie Danny Boyle per averci fatto vedere che si può fare cinema con le budella di fuori. Grazie Irvine Welsh per aver scritto le parole più oneste e sporche degli anni ’90.
Trainspotting non è un film è una coltellata, una dose, una corsa disperata contro te stesso.
Scegli la vita, Magari domani, oggi fai un tuffo nel cesso peggiore di Scozia.....
L'Irlanda suona, mentre noi continuiamo a scrollare....
Ci sono momenti in cui sembra che un paese intero trovi una voce comune, non perché tutti suonino allo stesso modo, ma perché condividono ...
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Inverno tra il 1990 e il 1991, la nebbia è così fitta che inghiotte i lampioni, i modem ululano come bestie ferite nelle cantine di Porta ...
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La notte era umida come il sudore di un mosh pit a San Francisco, primavera del 2000. Nelle ombre digitali di un garage universitario, un ra...
















