lunedì 23 marzo 2026

Antieroi Sportivi: Vito Santacroce..... "I Pugni Vuoti del Cobra"



 
Negli anni '70, quando il pugilato era ancora una religione per i disperati e i palazzetti puzzavano di linimento e di scommesse perse, nacque una leggenda che nessuno osava pronunciare ad alta voce nei bar dopo mezzanotte.

Vito Santacroce veniva da un quartiere dove i sogni morivano prima dei vent'anni, figlio di un pescatore, uno che si era ubriacato fino a cadere in mare Senza più riemergere, crebbe con le nocche già spaccate dai muri e lo stomaco pieno di rabbia, a diciassette anni aveva già mandato all'ospedale gente più grossa di lui, addirittura pure un carabiniere che aveva provato a toccargli la sorella, a diciannove combatteva nei sotterranei di Napoli, contro zingari, marinai ubriachi e qualche ex carcerato con tatuaggi che sembravano fatti con il carbone.

Lo chiamavano Il Cobra perché mordeva una volta sola, un colpo solo, dritto al mento, e l'avversario crollava come una sedia sfondata, non danzava, non schivava, non faceva spettacolo, arrivava al centro del ring come un condannato a morte che vuole farla finita in fretta, occhi neri, zigomi da lama, capelli unti pettinati all'indietro con la brillantina da due soldi, sempre la stessa sigaretta spenta tra le labbra durante la pesata, mai un sorriso.

Il suo manager era un ex allibratore con tre dita mancanti alla mano sinistra, tale Mimmo "Zoppo" De Luca, diceva, «Vito non combatte per la gloria. Combatte perché se perde, domani non mangia e se vince, domani mangia, ma con dentro il veleno.»

Vito diventò leggenda quando accettò l'incontro truccato contro "Il Torero" Esposito, il favorito dei casinò di Capri, un tipo con la mascella di marmo e i soldi della camorra nelle mutande, tutti sapevano che doveva perdere al sesto round, tutti tranne Vito.

Al quarto round il Torero gli spaccò il sopracciglio sinistro, sangue che colava come vernice rossa su un quadro di schifo, al quinto lo mandò al tappeto con un gancio al fegato, Vito si rialzò contando mentalmente le banconote che gli servivano per pagare l'affitto arretrato e le medicine della madre, al sesto round, invece di buttarsi come concordato, sparò il suo colpo, un destro corto, sporco, nato nei vicoli, Il Torero crollò con gli occhi spalancati, come se avesse visto la Madonna e lei gli avesse detto «Figlio di puttana, oggi ti ho scelto.»

Il palazzetto esplose, la camorra perse milioni, Mimmo O Zoppo sparì quella notte stessa con una valigia di contanti e una prostituta bionda platino, Vito invece rimase lì, sul ring, con il sangue che gli colava sul petto nudo, a fissare il Torero immobile, non festeggiò, si limitò a sputare la sigaretta spenta e a mormorare «Pagatemi.»

Da quel momento fu marchiato, lo cercarono in tutti i modi, minacce, puttane mandate per corromperlo, incidenti d'auto "casuali", lui rispondeva a modo suo, con i pugni. Vinse titoli regionali, poi nazionali, poi internazionali, ma sempre nello stesso modo, sporco, brutale, senza un briciolo di fair play, i giornalisti lo odiavano, lo chiamavano «l'animale», «il delinquente coi guantoni», il pubblico lo adorava proprio per quello, perché era uno di loro, incazzato, sfregiato, senza redenzione.

La sua fine arrivò nel '78, contro un americano di colore, "Lightning" Jackson, un gigante veloce come il diavolo, mandato apposta per spezzarlo, l'incontro era a Roma, sotto i riflettori RAI, con il presidente della federazione in tribuna col sorrisonpiu falso di sempre, Vito arrivò con trentasei anni, tre costole incrinate da un pestaggio di due settimane prima, e un fegato che sembrava carta vetrata.

Combatterono, quindici round d'inferno, Lightning lo massacrò di jab, lo fece sanguinare dal naso, dalla bocca, dalle orecchie, al tredicesimo Vito sembrava finito, barcollava, vedeva doppio, poi, all'improvviso, si fermò al centro del ring, tirò fuori dalla bocca la solita sigaretta spenta, la guardò un attimo come se fosse l'unica amica rimasta al mondo, e la sputò.

Quindicesimo round, Lightning partì con un gancio sinistro da ko tecnico, Vito non lo schivò, lo prese in pieno, ma mentre incassava, infilò il suo colpo, il Cobra morse per l'ultima volta, un uppercut al mento che sembrò partire direttamente dall'inferno, Lightning crollò come un albero colpito dal fulmine, silenzio, poi il boato.

Vito non festeggiò, si inginocchiò accanto all'avversario svenuto, gli mise due dita sul collo per sentire il battito, annuì tra sé e sé, poi si alzò barcollando verso l'angolo, prese l'accappatoio sporco di sangue, se lo mise sulle spalle e uscì dal ring senza guardare nessuno, mai più salì su un quadrato.

Sparì, qualcuno disse che faceva il buttafuori in un locale malfamato di Secondigliano, altri che era morto di cirrosi in un ospizio dimenticato da Dio, qualcun altro giurava di averlo visto, anni dopo, su una spiaggia deserta della Calabria, a tirare pugni all'aria contro il tramonto, con la stessa sigaretta spenta tra le labbra.

Nessuno sa la verità, ma nei bar di Napoli, quando piove e la birra sa di rimpianto, c'è ancora chi alza il bicchiere e sussurra:

«A Vito il Cobra, L'unico che ha vinto senza mai vincere davvero.»

E tutti bevono in silenzio, perché gli eroi muoiono in piedi, gli antieroi muoiono in piedi... ma prima sputano per terra.
 

 


 

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