mercoledì 27 maggio 2026

Antieroi Leggendari: El Trinche Carlovich, il re Senza corona


Nel ventre caldo e violento di Rosario, dove il calcio è religione pagana fatta di fango, sangue e umiliazioni, nacque un demonio con i piedi di seta, si chiamava Tomás Felipe Carlovich, ma tutti lo conoscevano come El Trinche l’uomo che infilzava difensori come spiedini e li lasciava lì, immobili, a chiedersi che diavolo fosse appena successo.
Alto, magro, zazzera selvaggia e sguardo da pistolero che si annoia facilmente, camminava come se il mondo intero gli dovesse delle scuse e in fondo, forse era così.
Negli anni ’70, mentre il calcio argentino si vendeva l’anima tra soldi, dittature e gloria, El Trinche giocava come se fosse ancora nei campetti polverosi di Rosario. Controllo di palla da stregone, visione da cecchino, dribbling lenti ma letali che facevano sembrare i marcatori delle statue di sale, inventò il doppio tunnel, due volte nello stesso movimento solo perché una volta non bastava per farli sentire ridicoli.
Lo volevano nell' Albiceleste, lo chiamarono, El Trinche ascoltò, fece spallucce e andò a Pescara, no grazie, non gli interessava la Selección, non gli interessava la Primera División, non gli interessava la gloria, i club di Buenos Aires e qualche  emissario di club europei che offrirono contratti che avrebbero cambiato la vita di chiunque, lui li mandò tutti a fanculo, voleva il suo Central Córdoba, la sua Segunda, le sue birre fredde, le sue notti a Rosario e le sue partite giocate come atti di ribellione pura.
Era l’antieroe perfetto, il Maradona che non volle mai diventare Maradona, Diego stesso, il Dio, lo ammise senza giri di parole «El Trinche era meglio di me». José Pekerman lo definì «il più grande centrocampista che abbia mai visto», ma lui se ne fotteva altamente, giocava per il piacere sporco del tocco geniale, per umiliare il sistema con un controllo di prima, per far sognare i poveracci delle tribune che in lui vedevano la rivincita di chi non si vende.
Pochi video, quasi nessuna immagine nitida, la sua leggenda vive di racconti di bar, di voci che passano di bocca in bocca, come le storie dei pistoleri del West, a Rosario dicono tutti di averlo visto giocare, bugie bellissime, perché El Trinche è diventato mito proprio perché non si è fatto ingabbiare. Non ha vinto trofei importanti, ha giocato pochissimo in Primera. Ma ha lasciato un segno più profondo di tanti campioni con gli armadi pieni di medaglie.
Lento? Sì, Pigro? Assolutamente. Geniale? Senza discussione. Giocava con l’eleganza assassina di un coltello a serramanico sotto la luna di Rosario.
È morto come è vissuto, in strada. Nel 2020, a 74 anni, un ladro gli rubò la bicicletta e lo colpì alla testa, una fine brutale, senza redenzione hollywoodiana, senza lieto fine, una fine da vero antieroe pulp.
El Trinche Carlovich non è stato solo un calciatore, è stato un atto di resistenza con i calzettoni abbassati, un uomo che ha scelto la libertà della sua città, la strada, il piacere immediato contro il successo, gli stadi pieni e i compromessi.
Nel pantheon degli antieroi leggendari, lui siede lassù, con una sigaretta in bocca e un pallone tra i piedi, che ride di tutti noi che abbiamo accettato il gioco del sistema.
E ogni volta che in qualche campetto polveroso di Rosario qualcuno fa un tunnel impossibile a un difensore più grosso di lui, si sente un sussurro nel vento,
«Questo l’avrebbe fatto meglio El Trinche.»
Il calcio vero non è mai stato per tutti e lui l’hai capito prima degli altri.

martedì 26 maggio 2026

La Storia del Blitz


Londra, fine anni ’70, il punk è morto, strafatto di vomito e spille da balia, e Margaret Thatcher sta già preparando il coltello per sgozzare la classe operaia, in mezzo a questo schifo grigio e piovoso, in un seminterrato di Great Queen Street a Covent Garden, nasce uno dei posti più bastardi, belli e maledetti della storia della notte, il Blitz Club.

Era il 1979 quando Steve Strange e Rusty Egan decidono di prendersi un wine bar mezzo morto e trasformarlo nel loro personale regno di decadenza glamour, solo martedì sera, solo una sera a settimana, perché chi cazzo vuole aprire tutte le sere quando può creare una setta?

Steve Strange stava alla porta come un Cerbero truccato con eyeliner e rossetto, vestito come un pirata del XVIII secolo incrociato con un extraterrestre, guardava la gente con quegli occhi da pazzo e decideva chi era degno di entrare,niente giacca di pelle da punk? Fuori, jeans normali? fuori, facce da impiegato? Vai a morire altrove, darling.

Dentro, invece, entravi in un altro mondo, un bordello di Weimar che aveva preso l’LSD e aveva deciso di ballare sul cadavere del punk. Ragazzi e ragazze (e tutto quello che c’era in mezzo) vestiti come aristocratici decaduti, con pizzi, spadoni finti, cappelli piumati, trucco colato e sguardi da chi ha già visto l’apocalisse e la trova noiosa.

Dentro al Blitz c’erano loro, i Blitz Kids, una ciurma di bastardi creativi che avrebbe cambiato per sempre la musica e la moda,

Boy George stava al guardaroba, rubando soldi e occhieggiando tizi con cui copulare da lì a poco e da lì avrebbe trasformato Culture Club in un fenomeno mondiale mentre si faceva come se non ci fosse un domani, gli Spandau Ballet suonavano lì i loro primi pezzi, ancora con i capelli cotonati e le camicie da pirata, in poco tempo da quel mondo proibito a Top of the Pops, Marilyn, Princess Julia, Stephen Jones (che poi avrebbe fatto cappelli per la regina e Madonna), tutti lì a pisciare champagne e inventare il futuro.

La musica? Rusty Egan sparava Bowie, Roxy Music, Kraftwerk, disco europea e tutto quello che aveva le palle per essere nuovo. Niente tre accordi, li si ballava con sintetizzatori freddi come il ghiaccio mentre fuori l’Inghilterra bruciava.

Non fatevi fregare dal nome “New Romantic” non era romanticismo da cioccolatini era sesso esplicito, gender bending prima che esistesse la parola, e droga a fiumi, quella merda bianca che ti faceva sembrare un dio per due ore e uno zombie per il resto della vita.

Il Blitz era un posto dove un ragazzo poteva mettersi il rossetto, scoparsi un altro ragazzo, una ragazza, o tutti e due, senza che nessuno battesse ciglio, era queer prima che diventasse una bandiera arcobaleno da multinazionale, era libertà vera, sporca, sudata, pericolosa.

Si scopava nei bagni, si vomitava nei lavandini, si sniffava sui tavoli, si ballava come se il mondo stesse finendo (perché in fondo stava finendo davvero).

Il Blitz è durato pochissimo, dal 1979 al 1981 circa, poi, come tutte le cose belle e troppo intense, si è bruciato, la fama ha attirato i turisti del cazzo, gli idioti, i giornalisti, la droga ha iniziato a uccidere, Steve Strange ha cominciato a perdere il controllo e il sogno si è sbriciolato.

Ma cazzo se ha lasciato il segno, dal Blitz sono usciti Visage, Spandau Ballet, Boy George, Duran Duran (che ci andavano a spiare), designer, fotografi, stilisti. Hanno inventato gli anni ’80 prima ancora che arrivassero, hanno preso il grigiore post-punk e gli hanno dato una coltellata in pancia, facendone uscire paillettes e sangue.

Il Blitz Club non era un nightclub, era una setta, una chiesa eretica, un’orgia di vanità, talento, follia e giovinezza assoluta.

Se oggi ti vesti in modo strano, se ti trucchi, se osi essere eccessivo, se credi che lo stile possa essere un’arma… devi ringraziare quei geni strafatti che ballavano al Blitz mentre l’Inghilterra cadeva a pezzi.

E se mai dovessi trovare un modo per tornare indietro nel tempo, io so esattamente dove voglio andare, Martedì sera, Great Queen Street 1979,fuori piove merda thatcheriana,dentro… beh, dentro c’è il futuro che si fa una pista e balla come un dio.

lunedì 25 maggio 2026

La fine dello show di Colbert e il valore civile dei late show americani


La chiusura del "Late Show with Stephen Colbert" non è soltanto la fine di un programma televisivo di enorme successo, è un piccolo terremoto culturale, perché negli Stati Uniti i late show non sono mai stati solo intrattenimento serale, sono stati, per decenni, uno spazio di critica politica, di satira feroce, di libertà di parola e di resistenza culturale, oggi in un clima politico sempre più polarizzato e aggressivo, la loro funzione è diventata ancora più importante.

Chi guarda i late show americani superficialmente vede monologhi, battute, ospiti famosi e applausi, ma dietro quel formato c’è qualcosa di molto più profondo, una tradizione democratica.

Da Johnny Carson a David Letterman, da Jon Stewart a Stephen Colbert, fino a John Oliver e Seth Meyers per arrivare a Jimmy Kimmel e Jimmy Fallon, la comicità politica americana ha svolto una funzione quasi giornalistica, ha smontato propaganda, evidenziato contraddizioni, ridicolizzato il potere.

E ridicolizzare il potere è una delle forme più alte di libertà, la satira funziona perché costringe il pubblico a vedere ciò che il linguaggio ufficiale prova a nascondere, una battuta ben costruita può essere più efficace di un editoriale di dieci pagine, può arrivare a milioni di persone che magari non leggerebbero un giornale politico ma che, davanti a un monologo di Colbert, iniziano a porsi delle domande.

Negli ultimi anni, soprattutto durante la presidenza Trump, i late show sono diventati anche un punto di riferimento emotivo e culturale per una parte enorme dell’America, non semplicemente “contro Trump”, ma contro l’idea che il potere debba essere immune dalla critica.

Donald Trump ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la comicità politica, non perché lo prendano in giro, tutti i presidenti americani sono stati bersaglio di battute,ma perché la satira rompe il meccanismo dell’autorità.

Trump costruisce consenso attraverso il controllo della narrazione, slogan semplici, polarizzazione, spettacolarizzazione continua, la satira interrompe quel flusso, lo desacralizza, trasforma la figura del leader forte in un personaggio vulnerabile, grottesco, umano.

Ed è proprio questo che il potere tende a temere, quando un governo o un leader iniziano a considerare giornalisti, comici, scrittori o artisti come “nemici”, non siamo più nel territorio della semplice polemica politica. Entriamo in una zona pericolosa, dove la libertà di espressione diventa un fastidio da controllare.

In questo senso, gli attacchi continui di Trump ai media, ai programmi satirici e ai comici non sono episodi isolati, fanno parte di una visione politica in cui la critica viene percepita come slealtà.

Eppure la democrazia funziona esattamente al contrario, Colbert non era solo un conduttore,
Stephen Colbert ha incarnato perfettamente questo ruolo.

Prima con The Colbert Report e poi con il Late Show, ha trasformato il sarcasmo in un linguaggio politico accessibile, ha saputo essere tagliente senza perdere intelligenza, popolare senza diventare superficiale.

Nei momenti più tesi della politica americana, il suo show è stato uno spazio in cui molti spettatori cercavano non soltanto risate, ma anche lucidità, ed è questo il punto fondamentale, la comicità politica non serve soltanto a far ridere, serve a mantenere viva la capacità critica di una società.

Una democrazia senza satira diventa rapidamente una democrazia più fragile, quando la comicità diventa servizio pubblico

C’è un elemento che spesso in Europa si fatica a comprendere fino in fondo, negli Stati Uniti i late show hanno rappresentato, soprattutto negli ultimi vent’anni, anche una forma di educazione civica.

Programmi come quelli di Colbert, Jon Stewart o John Oliver hanno spiegato temi complessi, guerre, elezioni, fake news, diritti civili, economia a milioni di persone usando il linguaggio della comicità e lo hanno fatto spesso con maggiore efficacia di molti media tradizionali.

Non è un caso che intere generazioni americane abbiano iniziato a interessarsi alla politica proprio attraverso la satira televisiva,in un’epoca dominata dagli algoritmi, dalla disinformazione e dalla polarizzazione estrema, quei monologhi serali sono diventati uno degli ultimi spazi in cui il potere poteva ancora essere sfidato apertamente davanti a un pubblico di massa.

Ed è proprio qui che si comprende perché figure autoritarie o populiste vedano questi programmi come una minaccia.

La satira non controlla eserciti, non firma leggi e non governa economie, ma ha una forza enorme, può incrinare il mito dell’uomo forte, può mostrare l’assurdo nascosto dentro la propaganda, può togliere paura attraverso il ridicolo.

Per questo la libertà di fare satira è sempre un termometro della salute democratica di un Paese, la lezione che riguarda anche noi, guardando agli Stati Uniti viene spontaneo fare un paragone con l’Europa e con l’Italia, da noi la satira politica esiste, ma raramente possiede la centralità culturale che hanno i late show americani.

Negli USA, milioni di persone si informano anche attraverso quei programmi, questo dice molto sia sulla crisi dei media tradizionali sia sulla capacità della comicità di intercettare il linguaggio contemporaneo.

Ma soprattutto ci ricorda una cosa essenziale, la libertà di espressione non si difende solo nei tribunali o nelle costituzioni, si difende ogni sera, quando qualcuno può ancora salire su un palco, guardare il presidente più potente del mondo e farci sopra una battuta.

Finché esiste quello spazio, esiste ancora una parte sana della democrazia, ed è proprio per questo che chi ama il potere senza limiti prova sempre, prima o poi, a spegnere le risate.



 

martedì 19 maggio 2026

Non tutto deve funzionare...



Ci hanno venduto la velocità come una religione, produci, pubblica, spingi,sfrutta, ottimizza e guadagna.

Numeri, target, strategia, algoritmi, ogni parola deve colpire qualcosa, ogni immagine deve convertire, ogni gesto deve servire a diventare qualcuno.

Dimenticando il gusto sporco e meraviglioso di fare le cose senza chiedere permesso.perdendo il diritto di perder tempo, di rallentare fino a sentire il rumore dei pensieri, di creare senza il fiato addosso delle statistiche, senza l' obbligo dei risultati immediati, senza quell’ansia da prestazione travestita da ambizione, perché non tutto deve arrivare da qualche parte.

Non tutto deve piacere, non tutto deve essere utile, c'è una forma di libertà quasi violenta nel fare qualcosa solo perché ti brucia dentro, scrivere una frase inutile,scattare una foto storta, restare in silenzio mentre il mondo urla “muoviti”.

Non c è sensazione migliore di sputre fuori ciò che hai addosso senza lucidarlo per renderlo digeribile, snza trasformarlo nell’ennesimo prodotto confezionato per raccogliere approvazione rapida da gente che scorre tutto e sente niente.

Oggi ti insegnano a stare dentro i bordi “Fai così.” “Comunica cosà.” “Questo funziona.” “Questo vende.”

Come se la creatività fosse una catena di montaggio con le luci al neon e il cronometro appeso al collo, ma di diventare una macchina educata, beh non si ha tanto voglia, meglio il caos lento, le idee che maturano male, le pause lunghe e gli errori o gli orrori grammaticali.

Le cose fatte per il piacere di far PP PPlo, non per strategia, chi continua a dire che senza seguire certe regole “non arrivi da nessuna parte”, beh stikazzi.

Perché forse il punto è proprio quello non voler arrivare dove stanno andando tutti, ma di fare le cose semplicemente per il piacere di farle, perdita di tempo? la risposta è  già nota.....






 

lunedì 18 maggio 2026

Distopia 70 Episodio 8 (Di P.Lirangi A.Moretti M.Maneggio)

 





Il capo dei servizi segreti Vito Miceli, non ci metterà molto a scoprire chi si cela dietro l’attento di Gioia Tauro, la mano che ha fatto deragliare il “Il Treno Del Sole” è quella del Fronte Nazionale di Borghese con l’aiuto di alcuni ambienti della ndrangheta….

Dopo aver fatto rapporto con sequela di omissis, Miceli si dirige a fare rapporto al Gran Maestro, ma questa volta non omette nessun dettaglio, il gran maestro è totalmente distratto, sembra non ascoltare quanto il capo del Sid gli espone…… aveva anche previsto che Borghese non sarebbe stato buono nell’angolo ad aspettare……

“Cosa credeva, che il capo della più spietata flottiglia della Repubblica di Salò non avrebbe reagito?”

Gelli lo fissa e non capacitandosi di come un uomo del genere rappresenti l’Intelligence Italiana……

“Gran Maestro, gli Americani probabilmente sapranno e solo questo porterà al termine di tutte le operazioni, abbiamo la possibilità di fermarci in tempo“

“In tempo da Cosa? Miceli lei stà troppo sulla superficie delle cose è questo non è un bene per il SID…..”

Gelli risale nelle sue stanze senza congedarlo, più irritato da quell’uomo che di quanto stà per succedere…..

L’Attentato alla Freccia del Sud era solo l’inizio per il Principe nero, sapeva che tenere sotto scacco Gelli e la P2 doveva dare una prova di forza….

In quel Luglio del 1970, vengono istituiti gli enti Regionali e per la Calabria viene scelto come capoluogo Catanzaro, a discapito di Reggio Calabria, nella città dello stretto monta il malcontento, già in quell’estate iniziano le prime proteste contro l’assegnazione governo centrale….

E’ Remo Orlandini a prospettare al Comandante l’improvvisa opportunità che si è presentata, sfruttare il malcontento popolare, trasformarlo in protesta ed infine farla diventare una vera e propria guerra civile, anticipando il colpo di stato cogliendo tutti di sorpresa….

In quei giorni a Reggio Calabria arrivano da tutta Italia uomini del Fronte Nazionale e di Avanguardia Nazionale, alcune cosche della Ndrangheta forniscono gli armamenti per combattere ad oltranza….

Inizialmente la protesta di Reggio Calabria era una protesta popolare, con una partecipazione trasversale della politica, ad esclusione del PCI, una casualità?

Nel giro di poche settimane le cose precipitano, e la città diventa un vero e proprio campo di battaglia, al grido “Boia Chi Molla” le forze dell’ordine e l’esercito non riescono a ristabilire l’ordine, per le vie si muore e si combatte senza pause, vengono assaltati sedi del PCI e del Partito Socialista, uffici pubblici…

Reggio Calabria è il CAOS in carne ed ossa…….

Mentre in centro infuria la battaglia in una piccola baracca si riuniscono dei ragazzi, sono chiamati “Gli Anarchici della Baracca” Gianni, Annalise, Angelo, Franco e Luigi, sono giovanissimi, tutti sui 20 anni e tutti con una personalità molto decisa…….

Sembrano tipi strani con quei capelli lunghi, ma in realtà sono ragazzi che sognano un mondo migliore, sono ostinati e credono nel vero senso della parola libertà, non scendono a compromessi, in quei giorni di rivolta i 5 ragazzi riescono ad infiltrarsi negli ambienti di destra….

Acquisiscono le prove di come quella rivolta fosse un mezzo per indebolire lo stato, creare Caos eliminare i Comunisti e prendere il potere, quella rivolta era il Colpo Di Stato in atto…..

Le prove in possesso dei ragazzi sono esplosive, intanto negli ambienti di destra dove si sono infiltrati qualcuno ha notato che questi ragazzi fanno troppe domande ,la copertura rischia di saltare è tempo di portare a Roma le prove raccolte durante quell’estate rovente…..

Vogliono consegnare tutte le prove alla redazione de “L’Umanità Nova” testata anarchica, e fissano un appuntamento con l’Avvocato Di Giovanni che aveva collaborato alla controinchiesta della strage di Piazza Fontana…….

La Sera prima di partire per Roma, Gianni Chiama sua Madre e gli confida “Mamma Abbiamo scoperto cose che faranno tremare l’Italia”

La sera del 25 Settembre i 5 ragazzi si mettono in viaggio per Roma, durante il viaggio, Gianni ha la sensazione che qualcuno li insegue, è una sensazione che cerca di tenere lontano dalla sua mente….

Alle prime luci dell’alba al Km 58 tra Ferentino e Frosinone c’è un Camion che rallenta vistosamente, la Mini Morris con a bordo i 5 giovani sorpassa ma improvvisamente il Camion travolge la vettura….. è un impatto spaventoso……..

Da quell’impatto non si salverà nessuno…..

Quel tratto di Strada viene immediatamente chiuso al traffico da alcuni mezzi pesanti………

Una volta liberata la strada e arrivata la Polizia sul posto viene accertato che l ‘incidente è stato causato da una manovra azzardata della Mini Morris con a bordo i 5 ragazzi…….

 Nella Sede del Fronte Nazionale il Comandante Borghese riceve una Telefonata, si sente una voce flebile che gli dice….. “Il Viaggio è Finito…….”

IN MEMORIA DI

GIANNI ARICO’ – ANNALISE BORTH – ANGELO CASILE – FRANCO SCORDO – LUIGI LO CELSO


venerdì 15 maggio 2026

Recensioni a scoppio ritardato: Flea Honora


Nel vicolo buio di Los Angeles, dove il funk sudato dei Red Hot si mischia al veleno notturno del jazz, arriva Flea con un coltello tra i denti e una tromba in mano, Honora non è un disco, è un’esecuzione, un’imboscata sonora da 51 minuti che ti prende per il bavero, ti sbatte contro il muro e ti sussurra all’orecchio “Hai mai sentito il basso del diavolo che impara a volare?”
Flea ha mollato per un attimo il suo basso infernale, quello che ha tenuto in piedi i Chili Peppers per decenni come un’ancora incazzata e ha preso in mano la tromba, il suo primo amore da ragazzino, e non fa il turista, ci spacca dentro, suoni caldi, taglienti, sporchi, eleganti, ferocia, Jazz vero, di quello che ti fa male al petto, con Joshua Johnson alla produzione che sa esattamente dove mettere le lame.
C’è Thom Yorke che fluttua come un fantasma su Traffic Lights, Nick Cave che sembra aver appena seppellito qualcuno su una versione di Wichita Lineman da brividi, Frank Ocean rivisitato con rispetto carnale, e quel maledetto Maggot Brain di Eddie Hazel che Flea fa suo senza pietà. 
Le composizioni originali? Oro nero, groovy, libere, piene di fiato e di rischio, niente orpelli da rockstar in pensione, qui c’è sangue, umiltà da duro e un’audacia da bastardo che sa di non dover dimostrare niente… ma lo fa lo stesso.
Senza mezzi termini Honora è un capolavoro, un disco che puzza di sigarette, sudore di prove in studio all’alba e genio incontenibile, Flea non suona la tromba, la minaccia, la fa ringhiare, la fa piangere, la fa ballare come una puttana di classe in un bar di Los Angeles alle quattro del mattino.
E sì, sono di parte, quindi?
Per me Flea è il più grande bassista della storia del rock, punto, ma con questo disco, dimostra di essere anche un grande jazzista, uno vero, di quelli che non chiedono permesso,  questo disco non è un vezzo del bassista famoso, è l’urlo di un musicista che si è sempre portato dentro questo fuoco.
Scontato dirvelo, ma ascoltatelo ne vale la pena.
Flea Chapeau

giovedì 14 maggio 2026

Le più inquietanti interferenze televisive della storia...




La televLa televisione è sempre stata percepita come un mezzo “controllato”: immagini curate, segnali stabili, palinsesti programmati al secondo. Proprio per questo, quando qualcosa interrompe improvvisamente la trasmissione, un volto sconosciuto, una voce distorta, un messaggio incomprensibile e l’effetto diventa profondamente disturbante.

Molte interferenze televisive sono state semplici problemi tecnici, altre, invece, sono rimaste misteri irrisolti o veri e propri atti di pirateria del segnale e alcune sono diventate leggende urbane dell’era analogica.

Ecco alcune delle interferenze TV più strane e inquietanti mai trasmesse, evitando volutamente il celebre caso di Max Headroom, a cui abbiamo già dedicato un post.

Una delle intrusioni più famose della storia avvenne nel sud dell’Inghilterra il 26 novembre 1977, durante il notiziario regionale di Southern Television, l’audio venne improvvisamente sostituito da una voce metallica e inquietante. L’entità si identificò come “Vrillon”, presunto rappresentante dell’“Ashtar Galactic Command”, e lanciò un messaggio all’umanità, abbandonare la violenza, le armi e il caos per evitare una futura catastrofe, la trasmissione durò circa sei minuti, le immagini rimasero quasi normali, ma l’audio risultava deformato e ultraterreno, ancora oggi non si sa con certezza chi abbia orchestrato l’interferenza, gli esperti ritengono che qualcuno abbia sfruttato la vulnerabilità dei ripetitori UHF dell’epoca, per molti telespettatori fu un’esperienza traumatica, alcune persone chiamarono la polizia convinte di aver assistito a un vero contatto extraterrestre.

Nel 1992 la BBC trasmise Ghostwatch, un falso documentario in diretta che simulava un’indagine paranormale in una casa infestata, il programma sembrava assolutamente reale, conduttori famosi collegamenti live, telefonate del pubblico, improvvise anomalie video, molti spettatori credettero davvero che la TV fosse stata “interferita” da un’entità soprannaturale chiamata “Pipes”. La BBC ricevette migliaia di telefonate di panico, ancora oggi Ghostwatch viene considerato uno degli esperimenti televisivi più disturbanti mai realizzati.

Nel settembre del 1984, poche ore dopo la discussa esibizione di Madonna con Like a Virgin agli MTV Video Music Awards, alcuni telespettatori americani raccontarono uno strano episodio mai chiarito del tutto, durante la trasmissione notturna di una piccola emittente locale del Midwest, il segnale si interruppe improvvisamente per circa sette secondi, lo schermo diventò quasi completamente nero, si sentiva soltanto un ronzio basso e disturbato, simile a una frequenza radio mal sintonizzata, poi apparve una scritta bianca tremolante:

“DIO STA VENENDO A PUNIRVI”

Subito dopo comparvero immagini rapidissime, una croce illuminata,un volto sfocato, un televangelista che sembrava fissare direttamente la telecamera, l'audio era distorto, ma alcuni spettatori dissero di aver sentito una voce ripetere “La corruzione è entrata nelle vostre case.” L’interferenza sparì quasi immediatamente e la normale programmazione riprese senza spiegazioni, negli anni successivi il caso venne collegato a gruppi religiosi estremisti contrari alla crescente influenza della cultura pop e di MTV negli anni ’80, tuttavia nessuno fu mai identificato ufficialmente.

Tra hacker pionieristici, leggende urbane e veri incidenti tecnici, le interferenze televisive rappresentano uno degli aspetti più strani della cultura mediatica del novecento, alcuni casi sono stati risolti, altri restano misteriosi e altri ancora non sono mai esistiti davvero, ma continuano comunque a sopravvivere online come moderne storie attorno al fuoco.

 

martedì 12 maggio 2026

Reptilia


La stanza bruciava, ma lei si sistemava i capelli davanti allo specchio crepato, New York, tre del mattino, un seminterrato a Chinatown dove il neon rosso stillava come sangue sui muri, io ero appoggiato allo stipite, sigaretta tra i denti, pistola nella cintura che mi mordeva la pelle come un rimorso, lei si chiamava Reptilia, o almeno così la chiamavo io,
«Hai finito di giocare a fare la brava ragazza?» le dissi, la mia voce raschiava come ghiaia sotto gli stivali,
lei sorrise nello specchio, un sorriso lento, freddo, da rettile, labbra rosse come stop di emergenza, «Tu suoni così innocente quando sei incazzato, baby.»
La canzone degli Strokes pompava dagli altoparlanti rotti del locale di sopra, “The room is on fire as she’s fixing her hair…” le pareti vibravano, il pavimento anche, o forse erano solo i miei nervi.

Due ore prima avevamo fatto saltare la cassaforte di quel Russo bastardo al piano di sopra, soldi, coca, e un hard disk che valeva più di tutti e due messi insieme, ora il russo era morto steso sul divano di pelle, un buco in fronte grande come un terzo occhio, e metà dei suoi gorilla ci stavano cercando per la città come cani rabbiosi.

Reptilia si voltò, il vestito nero le scivolava addosso come olio «Ce l’hai tu, vero?»
Io tirai fuori l’hard disk dalla tasca interna della giacca, pesava poco, poteva distruggere mezza Manhattan.
«Ce l’ho, e tu ce l’hai con me, come sempre.»
Lei venne vicino, troppo, il suo profumo sapeva di peccato e benzina, mi passò un dito sul petto, proprio sopra il punto dove batteva forte.
«Questa non è la fine,» sussurrò,
io risi, amaro. «Certo che no, è solo l’inizio della parte in cui ci sparano addosso.»
Dal piano di sopra arrivarono urla, porte sbattute, scarpe pesanti sulle scale, lei mi baciò, fu un bacio da rettile, freddo, preciso, velenoso, poi mi strappò la pistola dalla cintura con la stessa naturalezza con cui si era sistemata i capelli.

«Corri,» disse, la guardai un’ultima volta mentre caricava il colpo in canna, occhi da predatrice, labbra ancora umide del mio sangue.

La stanza era davvero in fiamme adesso, letteralmente, qualcuno aveva lanciato una molotov,corsi, lei rise dietro di me, una risata che tagliava l’aria come un rasoio.

I vicoli erano un labirinto bagnato di pioggia acida, sirene ovunque, passi pesanti alle mie spalle. Sparai alla cieca due colpi mentre correvo, il braccio che bruciava per un proiettile che non avevo sentito arrivare,
arrivai all’angolo di Mott Street, il respiro che mi segava i polmoni, mi voltai per un secondo, solo un secondo.

Lei era lì, in mezzo al vicolo, illuminata dal rosso delle fiamme che uscivano dal seminterrato,  vestito strappato, i capelli sciolti come una regina dell’inferno.

Alzò la mia pistola, non verso i russi,
verso di me, sorrise, quello stesso sorriso da specchio crepato.
«Grazie per il disco, baby.»
Lo sparo fu secco, un colpo solo, preciso, da rettile.

Caddi in ginocchio sull’asfalto lurido, il mondo diventò lento, sfocato, vidi lei che si chinava su di me, mi sfilava l’hard disk dalla giacca con due dita eleganti, quasi amorevoli, poi si alzò, si sistemò i capelli con la mano insanguinata e sparì nel buio, inghiottita dalla città che pulsava come un cuore malato.

Mentre il freddo saliva dalle gambe al petto, capii la verità,era sempre stata il serpente, e io, il topo che aveva creduto di essere il suo compagno.

New York continuò a bruciare indifferente.....





 

lunedì 11 maggio 2026

Il Notaio....Come Hugo Stiglitz.....



A Roma lo chiamavano in tanti modi, il Becchino, l’Ombra, il Notaio,
perché sembrava firmare condanne.
Nessuno sapeva da dove venisse davvero, ex militare, dicevano, ex poliziotto, ex detenuto, uno sosteneva perfino d’averlo visto anni prima in una sezione di partito a distribuire volantini con gli occhi pieni di speranza, era quello il punto, la speranza, era marcita prima di lui.

Aveva passato metà della vita a credere a parole enormi, progresso, giustizia sociale, legalità, trasparenza, poi aveva scoperto cosa c’era dietro le porte chiuse dei palazzi romani. Minorenni portati alle feste private come fossero bottiglie pregiate. Appalti truccati, fondazioni usate per lavare soldi, deputati di destra che ridevano a cena con quelli di sinistra mentre in TV fingevano di odiarsi.

Quelli che lo disgustavano di più erano proprio quelli che parlavano e dichiaravano di credere nei suoi ideali di Sinistra, visti come fari, quelli che indicavano,  progresso del rispetto per la diversità, dei deboli e poi vai a scoprire che erano la stessa merda di quei fascisti di merda...

Ogni omicidio era uguale,
rapido, controllato, umiliante,
li costringeva al silenzio prima ancora di colpirli, per lui era quella la vera giustizia togliere finalmente la voce a gente che aveva costruito il potere parlando e predicando ciò in cui serviva per farsi i porci comodi.

Roma impazziva, scorte raddoppiate,
palazzi blindati, deputati nascosti negli hotel, giornalisti che siaccampavano ventiquattr’ore su ventiquattro davanti a Montecitorio scommettendo quasi in maniera macabra sul prossimo cadavere.

Il Notaio continuava sempre invisibile,
sempre un passo avanti,l’ultimo della lista era un deputato del PD, uno di quelli amati dai salotti televisivi, voce calma,  barba curata, conferenze sui diritti civili, foto coi bambini negli ospedali.
Poi c’erano le chat sparite, le testimonianze comprate, i dossier sepolti.

Lo trovò in una villa ai Parioli durante un temporale nero che faceva tremare i vetri, aveva calcolato tutti i tempi nei minimi dettagli, approfittando di mezz ora di buco della scorta....

Il deputato aprì la porta e impallidì subito.
«Tu.»
«Già coglionw»
«La scorta arriva tra cinque minuti»
«E Cristo scende domani....»
L’uomo cercò di chiudere la porta ma il Notaio lo travolse dentro casa, nessuna eleganza, solo rabbia fredda,
il deputato finì contro il muro, ansimando...
«Ascolta… possiamo sistemare questa cosa» ma il notaio che era quasi pronto arrotondando la pezza per trasportarlo all inferno rispose con fermezza «È quello che fate sempre voi.» poi si guardò attorno, libri costosi, premi, fotografie da campagna elettorale, il politico provò ancora a mantenere il tono da uomo importante, «Tu non sai niente.»
a quel punto il Notaio rise davvero, una risata bassa, svuotata.
«Ho visto abbastanza da vomitare pure l’anima.», silenzio, pioggia e
Jazz lontano da uno stereo acceso in cucina.
«Tu sei morto,» disse il deputato, stavolta con odio vero. «non sei un uomo, sei un cane rabbioso.», ilNotaio si avvicinò lentamente, «No» gi occhi gli brillavano di qualcosa di peggio della rabbia.
«I cani hanno fedeltà voi no»
Il deputato cedette allora per la prima volta sparì il personaggio televisivo, restò solo un uomo terrorizzato.

«Non farlo Perché?!?!»
«Perché finirai all’inferno.» il notaio annuì piano..«Ti ci porto io»
Dopo, nel quartiere, alcuni dissero di aver sentito un urlo soffocato coperto dal tuono.

Le sirene arrivarono tardi, tagliando il silenzio dei Parioli mentre nei palazzi attorno si accendevano finestre una dopo l’altra, gente insonne, gente curiosa, gente terrorizzata.

Dentro la villa sembrava fosse passato un incendio invisibile, marmo sporco di sangue bicchieri infranti fotografie strappate, i sorrisi perfetti della campagna elettorale ridotti a brandelli sul pavimento, il deputato era lì, accasciato sotto il gigantesco ritratto di famiglia che usava per le interviste ai giornali, la faccia bloccata in un’espressione che nessuna telecamera gli aveva mai visto addosso, paura vera, niente dignità, niente retorica, niente applausi,solo paura.

La scientifica trovò una frase scritta sul muro nero del salone, vergata con mano calma:
“Predicavate il paradiso mentre costruivate l’inferno.”

Per ore le televisioni impazzirono, parlavano di terrorismo, di vendetta politica,dii follia, ma nei bar, nelle periferie, nei taxi che attraversavano Roma all’alba, la gente parlava a bassa voce di un’altra cosa.

Che forse qualcuno, finalmente, aveva smesso di avere paura dei mostri,
eppure il Notaio, quella notte, non si sentiva vittorioso,camminava lungo il Tevere col cappotto ancora sporco di pioggia e sangue, mentre il cielo diventava grigio sopra Castel Sant’Angelo,sembrava un fantasma,
perché aveva capito troppo tardi una verità semplice, ogni uomo che aveva ucciso gli aveva lasciato addosso qualcosa, un pezzo di marcio un pezzo di odio, un pezzo di inferno.

Roma non era stata ripulita, si fermò sul ponte, guardò l’acqua nera scorrere lenta sotto di lui, in lontananza le campane cominciavano a suonare l’alba.

Per un istante sembrò quasi stanco,
poi tirò fuori dalla tasca l’ultima fotografia della lista, la osservò,
un uomo sorridente, un altro volto televisivo, un altro santo di cartone,
sul retro c’era scritto un nome,
il notaio sorrise appena, Roma, dall’altra parte del fiume, continuava a dormire senza sapere che l’incubo non era finito.



 

venerdì 8 maggio 2026

Recensioni a scoppio ritardato: The Lady

 



Se ti avvicini a The Lady aspettandoti una serie, hai già perso, non è una serie, è un’esperienza extracorporea, un trip lisergico girato con la grazia di una riunione di condominio e il budget di un distributore automatico di caffè rotto.

La regia di Lory Del Santo è un atto di fede cieca, di quelle che fai quando hai già venduto l’anima e stai aspettando lo scontrino, ogni scena sembra dire “Vediamo cosa succede”, e poi non succede niente, ma con una sicurezza tale che quasi ti senti in colpa a dubitarne, è cinema quantistico: esiste e non esiste nello stesso momento.

The Lady non infrange le regole della narrazione, le guarda, ride, e poi le investe con una Panda del ’97 senza assicurazione, la trama non si sviluppa, evapora, ipersonaggi non cambiano, si teletrasportano emotivamente come se qualcuno stesse premendo “skip” sulla logica umana, uno è arrabbiato, taglio, è morto dentro, taglio, è seducente, taglio, forse è un’altra persona, ma chi può dirlo davvero?

I dialoghi sono coltellate nel cervello, frasi che arrivano dritte, senza mediazione, senza significato e soprattutto senza rimorso, “Io sono qui… ma anche no” è il tipo di battuta che non puoi nemmeno criticare, puoi solo subirla, come una grandinata di frigoriferi, altro che David Lynch, qui non c’è il mistero, c’è il vuoto che ti guarda e ti chiede i documenti.

La recitazione è una roulette russa senza proiettili, ma con un forte disagio esistenziale, gli attori non interpretano, attraversano lo spazio, parlano come se stessero leggendo i sottotitoli della loro stessa vita, con quello sguardo perso di chi ha appena capito di essere finito nel posto sbagliato ma ormai è troppo tardi per scappare, nessuno ascolta nessuno, è un dialogo tra fantasmi mal sincronizzati.

Il montaggio è una forma di vendetta personale contro il concetto di tempo, le scene iniziano nel mezzo, finiscono nel nulla, e nel frattempo tu perdi ogni appiglio con la realtà, è come essere trascinati in un ascensore rotto che si ferma a piani che non esistono, le inquadrature? Piazzate con l’entusiasmo di chi ha appoggiato il telefono sul tavolo e ha detto “vabbè, giriamo”.

L’audio sembra registrato dentro un acquario pieno di rimpianti, a volte le voci arrivano, a volte no, a volte sembrano provenire da un universo parallelo dove The Lady è fatta bene e tu non puoi entrarci, la colonna sonora, quando c’è, entra come un ospite ubriaco a una cena già finita.

Eppure la cosa più inquietante non è quanto sia fatta male, è quanto sia convinta di essere fatta bene, questa sicurezza granitica, questo sguardo fisso nel vuoto mentre tutto intorno crolla, è ciò che trasforma il disastro in qualcosa di quasi eroico,non è incompetenza, è ostinazione elevata a linguaggio.

Guardarla è come fissare il sole troppo a lungo, sai che non dovresti, senti che ti sta facendo male, ma continui perché vuoi capire fin dove puoi arrivare prima di perdere definitivamente il contatto con la realtà. È un’esperienza che non si guarda, si sopporta, si metabolizza, si racconta agli amici come un trauma condiviso.

E quando pensi di aver toccato il fondo, The Lady prende una pala, scava ancora un po’, ti guarda negli occhi e ti sussurra qualcosa di incomprensibile con una serietà disarmante, tu annuisci, perché a quel punto sei complice, sei dentro, sei diventato parte del problema.

Il finale? non chiude, non apre, non esiste, è semplicemente un punto in cui qualcuno ha deciso di smettere di girare, non c’è catarsi, non c’è senso, non c’è redenzione, solo tu, il silenzio, e la consapevolezza di aver attraversato qualcosa che somiglia vagamente a una serie ma potrebbe benissimo essere stata un’allucinazione collettiva.

E la cosa peggiore è che, mentre scorrono i titoli (o qualunque cosa siano), ti scopri a pensare, “Ne voglio ancora" non per piacere ma per puro sadismo....


giovedì 7 maggio 2026

La Donna che uccideva i sogni.....



Valentina non era bella nel senso classico, era perfetta nella sua freddezza, alta, ossuta, capelli neri lisci come una lama, sempre raccolti in uno chignon severo che non concedeva nemmeno una ciocca ribelle, lavorava allo sportello dell’ufficio postale da quindici anni, lo stesso turno, lo stesso tono di voce, lo stesso sguardo che sembrava catalogarti come pratica inevasa.
Di giorno timbrava raccomandate e pacchi, di sera si sedeva sempre allo stesso sgabello del Bar Lux, quello in fondo al bancone, sotto la luce al neon che le faceva la pelle ancora più pallida, ordinava un bicchiere di vino rosso, mai più di uno, e lo sorseggiava lentamente, come se stesse bevendo il tempo degli altri.
Valentina non attaccava discorso, aspettava, aveva un talento sovrannaturale nel percepire quando qualcuno, nel locale, stava per sognare ad alta voce, allora alzava gli occhi chiari, li puntava sulla vittima di turno e, nel silenzio più assoluto, sentenziava.
Con quella voce bassa, calma, quasi materna, ma tagliente come vetro rotto, «Ma che stai facendo? Cosa diavolo è il piano? Ce l’hai un piano vero, o è solo l’ennesima cazzata da sabato sera? Perché se non ce l’hai, è meglio che resti qui, almeno sai come va a finire, almeno non ti fai ridere dietro».
Lo diceva con un mezzo sorriso di compassione superiore, come se solo lei avesse capito il grande segreto della vita, tutto finisce male, quindi è inutile provarci, lei lo sapeva, Lei aveva capito tutto già da tempo e per questo si sentiva in diritto, no  nel dovere  di prosciugare sul nascere ogni scintilla di ambizione altrui.
Era una vampira moderna, raffinata, non succhiava sangue, succhiava slancio, ti lasciava vuoto, ragionevole, piccolo,ti convinceva che la nullità era saggezza e che il coraggio era solo ingenuità da pagare a rate.
Una sera di ottobre, mentre fuori pioveva obliqua, Marco, trentadue anni, magazziniere, mani callose e occhi ancora stupidi si lasciò scappare al bancone che stava mettendo via soldi per mollare tutto e aprire un’officina di moto custom, ne parlava piano, quasi vergognandosene, ma con una luce dentro che non si vedeva da anni.
Valentina, tre sgabelli più in là, girò la testa con lentezza da predatore, lo fissò nel silenzio più totale del locale. Poi parlò, con quella sua voce da giudice supremo:
«Un’officina di moto… carino, e quando tra sei mesi non entra un cliente e ti ritrovi con i debiti fino al collo? Che figura ci fai? Meglio pensare alle cose, sì… ma senza farle davvero è  più sicuro, più dignitoso.»
Lo disse con dolcezza velenosa, come se gli stesse salvando la vita, Marco sentì il petto stringersi, la scintilla tremolò.
Ma quella notte, mentre tornava a casa sotto la pioggia, qualcosa dentro di lui si ruppe in modo diverso, non fu rabbia, fu disgusto puro, disgusto verso quella donna seduta sul suo trono di fallimenti altrui, che passava le serate a sentenziare dall’alto della sua nullità, sorseggiando vino e guardando gli altri morire lentamente di buonsenso.
Qualche settimana dopo, Marco sparì,
non salutò nessuno, non diede spiegazioni, vendette la macchina, chiuse il contratto d’affitto, lasciò il lavoro al magazzino e partì, l’ultima cosa che si seppe di lui fu una cartolina senza mittente arrivata al bar, con scritto a mano,
«Vaffanculo, Valentina, meglio andare a fallire lontano che restare qui a imputridire con te.»
Da allora non si è più saputo niente di lui, forse sta fallendo miseramente in qualche città del sud, forse sta cambiando gomme in un’officina di merda, forse è ancora in giro a rincorrere un sogno stupido che non si realizzerà mai.
Ma una cosa è certa, se n’è andato.
ha preferito il rischio, il ridicolo, il fallimento possibile, piuttosto che rimanere fermo a sorseggiare veleno insieme a lei, sentenziando dall’alto della propria nullità.
Valentina è ancora lì, ogni sera, allo stesso sgabello, stesso vino, stesso chignon, stesso sguardo da chi sa tutto.
Ma ogni tanto, quando il locale è silenzioso, si vede una piccola crepa nel suo sorriso superiore,  per un secondo, solo un secondo, i suoi occhi chiari tradiscono il dubbio,
perché sa che da qualche parte, nel buio, c’è un uomo che ha preferito il fallimento al veleno, sa benissimo che un giorno, forse, quel fallimento tornerà a cercarla.....



 

martedì 5 maggio 2026

Sid & Nancy




New York, ottobre 1978, il Chelsea Hotel era un mix di piscio, hashish bruciato e sogni morti da tempo.

Sid Vicious, il bassista dei Sex Pistols che non sapeva suonare il basso, giaceva sul letto sfatto della stanza 100 con gli occhi rovesciati, la faccia da cherubino sfregiato dal punk era pallida come un cadavere fresco. Accanto a lui, Nancy Spungen, Nauseating Nancy, la groupie americana che tutti odiavano, si grattava le braccia piene di buchi come se volesse strapparsi la pelle.

Erano la coppia più bella e più tossica del rock, lui, un teppista londinese con la catena al collo e il cervello fritto dal Tuinal, lei, un tizia irrequieta di Philadelphia scappata di casa, bocca larga, lingua velenosa e un talento naturale per procurare roba buona. Si erano trovati a Londra nel '77 come due topi di fogna che si riconoscono al buio, Johnny Rotten l'aveva rifiutata, Sid no, da quel momento erano diventati Siamesi, un cuore solo, due siringhe.

«Ti amo, baby,» biascicava Nancy mentre gli leccava il collo sudato. «Sei l'unico che non mi ha mai mandato affanculo.»

Sid rideva con quel ghigno storto, i denti gialli di nicotina e sangue secco. «Sei la mia puttana, Nance, la mia regina del cazzo.»

Litigavano come belve, si picchiavano, si tagliavano, si scopavano tra le lacrime e le urla, poi si bucavano insieme, stretti stretti, finché il mondo fuori dalla stanza diventava solo un rumore lontano di sirene e risate false.

La sera dell'11 ottobre la stanza 100 era un bordello di degenerati, bottiglie vuote di Jack Daniel's, aghi sporchi sul pavimento, banconote da venti dollari macchiate di vomito, Nancy aveva bisogno di Dilaudid, urlava contro quel coglione di Rockets Redglare, il pusher-guardaspalle, perché non glieli portava abbastanza in fretta.

Sid aveva ingoiato una manciata di Tuinal, trenta pasticche, forse di più, il mondo gli girava intorno come un jukebox rotto che suona "My Way" al contrario.

A un certo punto la notte diventò nera pece, alle sette e mezza del mattino qualcuno sentì dei gemiti provenire dalla stanza, gemiti bassi, da animale ferito, nessuno ci fece caso, al Chelsea eri fortunato se sentivi solo gemiti,

quando Sid si svegliò, la luce filtrava sporca dalle tende strappate, aveva il petto e le mani incrostate di sangue scuro, Nancy non era nel letto, la trovò in bagno, sdraiata sul pavimento lurido, in reggiseno e mutandine nere, sotto il lavandino, un solo buco nello stomaco, netto, profondo. Il sangue aveva fatto un lago fino al water, il coltello, quel bel coltello da caccia Jaguar K-11 che lei stessa gli aveva regalato poche settimane prima era lì accanto, con il manico sporco delle sue impronte.

Sid rimase a guardarla per un tempo che gli sembrò eterno, poi uscì barcollando nel corridoio, gli occhi da pazzo, e mormorò alla prima persona che incontrò: «Ho ucciso la mia ragazza... non posso vivere senza di lei.»

Più tardi disse che non ricordava niente, che forse era caduta sul coltello mentre giocavano, che forse era stato lui oforse era stato qualcun altro, forse era solo l'eroina a parlare.

La polizia lo arrestò, i tabloid impazzirono "SID VICIOUS UCCIDE NANCY" la coppia più punk della storia era diventata la più tragica.

Lui uscì su cauzione, tentò di tagliarsi le vene, disse che voleva raggiungerla, poi, il 2 febbraio 1979, dopo una festa, si fece l'ultima pera. Roba buona, pura al 100%. Quella che Nancy avrebbe approvato, morì con il suo nome sulle labbra, o almeno così raccontarono.

Nel bagno della stanza 100, per sempre, rimase solo l'odore di ferro e di amore marcio di due ragazzini che volevano bruciare il mondo e invece bruciarono se stessi, più veloci di chiunque altro...No future.... No future


lunedì 4 maggio 2026

Distopia 70 Episodio 7 (Di P.Lirangi A.Moretti M.Maneggio)



Aprile 1970, Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia Nazionale, rientra Italia, è un rischio, un rischio che bisogna correre nonostante il mandato di cattura a suo carico…

In un casolare abbandonato nella Maremma il Comandante Borghese raggiunge il suo pupillo…

Delle Chiaie dopo il saluto romano, non dà il tempo al principe nero di Borghese, è frustrato, arrabbiato, deluso……

“Comandante Perché?”

“Questa è la nostra guerra, non la loro, è il nostro momento, noi contro questo stato combattiamo non collaboriamo…..”

Borghese ha lo sguardo perso, lo sguardo di chi sa che la cosa gli sta sfuggendo di mano, ma più che rassegnato è stanco di dover dare sempre spieazioni….

“Abbiamo un obiettivo primario, eliminare i Comunisti, questo volevamo e questo abbiamo ottenuto”

“Comandante e se questa fosse una trappola?…..” chiede Delle Chiaie

“La guerra è fatta di battaglie, vinciamo la prima, poi penseremo ad altro….”ribatte il Comandante convinto di essere dal lato giusto della storia….

Delle Chiaie non ci stà “Comandante dobbiamo dare un segno, abbiamo bisogno di una dimostrazione di forza, dobbiamo mettere paura, o rimarremo a mani vuote!…”

Il Principe Nero stizzito gli si avvicina con fare minaccioso “Ritorna da dove sei venuto e non prenderti più licenze poetiche come queste…..”

Delle Chiaie mestamente Lascia L’Italia sapendo di aver fatto un buco nell’acqua, ma non aveva tutti i torti, c’era bisogno di un atto di forza….

Borghese lo sapeva e aveva già pianificato tutto, non era quello il momento in cui dimostrare e mettere paura, ma da li a poco chi pensava di avere Borghese e le sue fazioni politiche tra le mani si sbagliava….

22 Luglio 1970, sono le 17.10 e siamo su un treno, il direttissimo Siracusa Torino, un lunghissimo convoglio di 17 carrozze che attraversa tutta la penisola viene chiamato “Freccia del sud” o “Treno del sole” quel giorno tutti gli scompartimenti sono pieni…

All’altezza di Gioia Tauro, poco prima della stazione, nei pressi di un ponticello il macchinista, sente un colpo sotto al treno, un sobbalzo come se gli fosse mancato il terreno sotto il locomotore…

Il treno lanciato a oltre 150 chilometri orari deraglia quasi tutte le carrozze si comprimono tra di loro, 6 morti e 77 feriti e 12 in gravi condizioni, una sciagura un disastro ferroviario…

In quegli istanti nell’ ufficio di Borghese arriva una telefonata, una breve comunicazione “Comandante il matrimonio è fatto”………

Borghese risponde “Bene ora sposta tutti su Reggio Calabria….”

Il Comandante accende un sigaro, sornione sorride, sapendo che in quella villa vicino Arezzo, qualcuno stà iniziando a preoccuparsi…..

La dimostrazione di Forza era Iniziata, tutta l’estrema destra era in fermento, gli uomini di Avanguardia Nazionale e del Fronte sono tutti a Reggio Calabria, la loro ora X stà per arrivare….

Quel grave incidente ferroviario non era niente in previsione a quello che stava per scoppiare in riva allo stretto….









 

sabato 2 maggio 2026

Alex Zanardi: l’eroe che non ha mai mollato





Oggi il mondo dello sport e non solo piange la scomparsa di Alex Zanardi, ma più che un addio, questo è un momento per celebrare una vita vissuta come un inno alla resilienza, alla determinazione e all’amore per la sfida. Alessandro “Alex” Zanardi, cinlascia all’età di 59 anni, non è stato solo un pilota di talento, è diventato un simbolo universale di come si possa rinascere, più forti di prima, anche dopo i colpi più duri del destino,

dalle piste della Formula 1 e dell’IndyCar alla leggenda

Zanardi ha iniziato la sua carriera correndo con i kart e ha raggiunto rapidamente i livelli più alti del motorsport. In Formula 1 ha gareggiato tra il 1991 e il 1999 (con team come Jordan, Minardi, Lotus e Williams), ma è negli Stati Uniti, nella serie CART, che ha scritto pagine indimenticabili, due titoli consecutivi nel 1997 e 1998, 15 vittorie e momenti iconici come “The Pass” a Laguna Seca, dove sorpassò in modo spettacolare il suo rivale.

Era un pilota veloce, carismatico, amato dal pubblico per il suo sorriso e la sua grinta sembrava destinato a una carriera luminosa, ma la vita aveva in serbo per lui una prova durissima.

Il 15 settembre 2001, il giorno che cambiò tutto

Durante la gara American Memorial 500 al Lausitzring, in Germania, un terribile incidente ad alta velocità cambiò per sempre la sua vita, Alex perse entrambe le gambe e quasi tre quarti del sangue, i medici lottarono per ore per salvarlo, molti avrebbero considerato finita la propria esistenza sportiva, ma non lui 

Con una determinazione sovrumana, progettò protesi su misura e comandi al volante adatti alle sue nuove condizioni, meno di due anni dopo era già tornato a gareggiare nel Campionato Mondiale Turismo con BMW, conquistando anche delle vittorie, non si era arreso, aveva semplicemente cambiato marcia.

La seconda vita,  l’handbike e le Paralimpiadi, quello che molti considererebbero il “dopo” per Zanardi divenne invece il capitolo più ispiratore della sua storia, si dedicò all’handbike con la stessa passione che aveva per le auto, vinse quattro medaglie d’oro paralimpiche (due a Londra 2012 e due a Rio 2016), numerosi titoli mondiali di paraciclismo e imprese straordinarie come la maratona di New York.

La sua filosofia era semplice ma potentissima «Quando mi sono svegliato senza gambe, ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa» e ancora  «Quando senti di aver dato tutto, tieni duro altri cinque secondi, perché è lì che gli altri mollano». La “regola dei cinque secondi” è diventata il suo lascito più prezioso.

Nel giugno 2020, mentre partecipava a una staffetta in handbike in Toscana, un altro grave incidente lo colpì duramente, scontro con un camion, trauma cranico severo e un lungo coma, Alex lottò per anni, con la stessa tenacia di sempre, circondato dall’amore della moglie Daniela e del figlio Niccolò, anche in quel periodo di sofferenza ha continuato a ispirare migliaia di persone.

Ci ha lasciato, ma il suo esempio resta vivo, tanti messaggi di cordoglio da parte di piloti, istituzioni e gente comune lo ricordano come un uomo che ha trasformato il dolore in forza, la limitazione in opportunità, un simbolo per tutti noi, Alex Zanardi non è stato solo un campione dello sport, è stato un maestro di vita, ci ha insegnato che la vera forza non sta nell’evitare le cadute, ma nel rialzarsi ogni volta, magari in modo diverso, ma con ancora più determinazione.

La sua storia ci ricorda che le difficoltà non definiscono chi siamo, ma come scegliamo di affrontarle.

Il corpo può avere dei limiti, ma la volontà e il cuore no.

Non mollare mai non significa non soffrire, ma scegliere di andare avanti nonostante il dolore.

Grazie Alex, per le emozioni in pista, per le medaglie, per i sorrisi, per le lezioni di vita, hai corso la tua gara più bella fuori dalle auto, mostrando al mondo intero che un uomo vero non si arrende.

Riposa in pace, campione, la tua corsa continua nei cuori di milioni di persone chi hai ispirato.

venerdì 1 maggio 2026

Il Primo Maggio che graffiava

C’era un tempo in cui il Concertone non era solo un palco, ma un campo di battaglia. Non quello elegante delle rivoluzioni raccontate nei libri, ma uno sporco, elettrico, sudato: cavi aggrovigliati, chitarre che fischiano, e parole che facevano tremare i palazzi—soprattutto quelli con l’antenna della Rai sopra.
Partiamo da lì. Dalle censure. Dalle facce tirate nei corridoi di Viale Mazzini mentre qualcuno sussurra: “Questa non può passare.” E invece passa. O quasi. Gli Elio e le Storie Tese giocano sul filo, come acrobati ubriachi sopra un pubblico che vuole solo una cosa: verità travestita da follia. E la Rai, che prova a tappare buchi con cerotti di moralismo, finisce sempre per sanguinare un po’.
Poi arriva lui, Pelù. Non canta soltanto, sputa. E quella parola—“Woytilaccio”—non è solo una provocazione, è un corto circuito. Perché in quel momento il Concertone smette di essere intrattenimento e diventa detonatore. Non importa se hai ragione o torto: importa che qualcuno abbia avuto il coraggio di dirlo, davanti a tutti, in diretta, senza rete.
E mentre qui si combatte con la censura, là fuori il mondo cambia pelle.
Il 1997 non è solo un anno. È un’illusione collettiva. L’Inghilterra laburista, Tony Blair che sorride come se tutto fosse possibile, come se il futuro fosse finalmente arrivato e avesse il suono della chitarra distorta e dei rave sotto la pioggia. Per noi, quell’isola diventa una specie di Atlantide pop: la terra promessa dove la musica non chiede permesso, dove puoi essere chi vuoi finché hai qualcosa da dire e abbastanza volume per dirlo.
E poi quella sera.
Non perfetta. Non pulita. Ma viva.
I Blur salgono sul palco e non sono ancora monumenti, sono ancora nervo scoperto. Attaccano con “Song 2” quando è ancora giovane, quasi acerba, eppure già esplosiva. Due minuti scarsi che sembrano una dichiarazione di guerra al grigiore. “Woo-hoo!”—ed è come se qualcuno avesse aperto una finestra in una stanza chiusa da anni. Non è solo musica, è ossigeno.
E il pubblico? Non guarda, partecipa. Non consuma, vive. Perché il Concertone, in quei momenti, non è un evento: è una crepa nel sistema. Un posto dove le contraddizioni non vengono risolte, ma amplificate fino a diventare arte.
Oggi sembra tutto lontanissimo. Come se fosse successo in un’altra epoca, su un altro pianeta, abitato da gente che credeva davvero che la musica potesse cambiare qualcosa. Forse erano ingenui. O forse no.
Forse avevano solo più volume.

L'Irlanda suona, mentre noi continuiamo a scrollare....

  Ci sono momenti in cui sembra che un paese intero trovi una voce comune, non perché tutti suonino allo stesso modo, ma perché condividono ...