mercoledì 28 ottobre 2026

50 anni di Febbre da Cavallo: L Immortalità di Mandrake e dei suoi segni compari..




Febbre da Cavallo non va celebrato come un film simpatico che ci fa compagnia, va celebrato come una leggenda popolare, come una di quelle opere che, quasi per errore (da film drammatico si trasformò in un pilastro della commedia Italiana) superano il proprio tempo e diventano più grandi dei loro autori.

Un film ambientato negli ippodromi degli anni Settanta, tre scommettitori senza una lira, una Roma che non esiste più, un mondo spazzato via dal tempo e nonostante tutto, è ancora qui, più vivo di tanti film moderni.

Più citato di opere che hanno vinto premi, più amato di successi costruiti a tavolino, perché quello che  Steno ha realizzato nel 1976 non è soltanto una commedia.

È una mitologia italiana....

Una storia di cavalieri senza cavallo, di re senza regno, di eroi senza vittorie, Mandrake, Pomata e Felice non hanno mai salvato il mondo, hnno fatto qualcosa di molto più difficile, sono entrati nel cuore degli italiani, dimostrando che si è vincenti anche quando si è perdenti...

Oggi, sono scomparsi gli ippodromi pieni di appassionati, le cabine telefoniche, le ricevitorie fumose, i bar dove nascevano strategie destinate al fallimento dopo pochi minuti, eppure basta una scena, basta sentire la voce di Proietti, basta vedere lo sguardo stralunato di Montesano, basta una mandrakata e il tempo si ferma, non stiamo più guardando un vecchio film, stiamo tornando a casa.

Cinquant'anni dopo, Mandrake continua a correre, corre nella memoria di chi vide il film al cinema nel 1976, corre nelle repliche consumate in televisione, corre nelle battute tramandate da una generazione all'altra, corre in un'Italia che è cambiata mille volte senza riuscire a lasciare indietro questi personaggi, perché ci sono film che invecchiano, ci sono film che resistono e poi ci sono film che diventano leggenda e Febbre da Cavallo appartiene a quest'ultima categoria e mentre mezzo secolo passa al galoppo, Mandrake, Pomata, Felice e il genio di Steno restano lì, fermi sulla linea di partenza.

Eternamente pronti per un'altra corsa, eternamente convinti che il colpo grosso sia dietro l'angolo e forse è proprio questo il loro segreto, non hanno mai smesso di sognare e nemmeno noi, quando li guardiamo.


 

lunedì 26 ottobre 2026

Brasile e Serbia le crepe nel muro....


 C'è un rumore che attraversa il mondo, non arriva dai palazzi del potere, ma dalle strade, dalle piazze, dalle persone che continuano a resistere quando tutto sembra spingere nella direzione opposta.

In Brasile, tra passioni politiche, tensioni sociali e battaglie per la democrazia, una parte della società continua a difendere l'idea che il futuro non debba essere consegnato alla paura, all'autoritarismo e alla semplificazione permanente della realtà, si Bolsonaro Jr non riconosce il voto, ma è la brutta copia del Gennaio Americano del 2021...

In Serbia, questa resistenza assume spesso contorni ancora più epici, studenti, lavoratori, cittadini comuni hanno mostrato che la resilienza non è una parola da conferenza, ma un gesto quotidiano, ogni manifestazione, ogni voce che rifiuta il silenzio, ogni richiesta di giustizia diventa una crepa nel cemento dell'indifferenza.

Viviamo in un'epoca in cui sembra prevalere l'idea di un mondo sempre più destrorso, chiuso, diffidente verso l'altro, alimentato da slogan semplici per problemi complessi, eppure, proprio nei luoghi dove la pressione è più forte, emergono anticorpi democratici inattesi.

Il Brasile e la Serbia raccontano la stessa storia, quella di donne e uomini che non accettano di essere soltanto spettatori, persone che scelgono di restare in piedi mentre il vento soffia contro.

Forse la vera rivoluzione non è gridare più forte, forse è continuare a esistere, a lottare e a sperare quando tutto invita alla rassegnazione.

Perché ogni epoca ha i suoi imperi, le sue paure e i suoi conformismi, ma ha sempre chi resiste, e nelle notti più lunghe, sono loro ad accendere i fuochi che indicano la strada.

venerdì 23 ottobre 2026

Gorillaz Story Ep.1: Fase 1 quattro disastri in cerca di guai (1998-2001)



Ci sono band che nascono in un garage, i Gorillaz nascono da un incidente stradale, una possessione demoniaca, un bassista con l'intelligenza di un tostapane e una ragazza che potrebbe prenderti a pugni senza smettere di masticare chewing gum.

Benvenuti all'inizio della storia....

Prima degli album milionari, prima delle collaborazioni leggendarie, prima di diventare il gruppo virtuale più famoso del pianeta, c'erano solo quattro casi umani...

Murdoc Nicccals, il criminale che si autoproclama genio, se i Gorillaz hanno un padre, allora hanno seri problemi familiari, Murdoc Faust Niccals è un delinquente, un manipolatore, un narcisista patologico e probabilmente l'unico uomo al mondo che considera una denuncia penale un risultato professionale, nasce da una famiglia disastrata e cresce sviluppando due passioni, il basso elettrico e il comportamento antisociale, è onvinto di essere destinato alla gloria, il problema è che nessuno sembra accorgersene, così decide di costruirsi da solo una band, non cerca amici, non cerca compagni, cerca strumenti umani da utilizzare

Il primo della lista è Stuart 2D, il cantante con la voce da fantasma intrappolato in una cabina telefonica, prima di diventare 2D si chiamava Stuart Pot, gestiva tranquillamente un negozio di tastiere, poi nella sua vita arriva Murdoc, e la sua esistenza prende una piega decisamente meno salutare,il  primo incidente avviene quando Murdoc sfonda la vetrina del negozio con un'auto rubata, risultato, Stuart perde un occhio, il secondo incidente è ancora più assurdo, Murdoc investe nuovamente Stuart, sì lo investe una seconda volta, aquel punto entrambi gli occhi diventano completamente neri, da qui il soprannome "Two Dents", poi abbreviato in 2D, la sua voce è una delle caratteristiche più particolari dell'universo Gorillaz, non ha il tono aggressivo di una rockstar, sembra il suono di qualcuno che sta osservando il mondo da dietro un vetro sporco fragile, sognante e a volte spaesato, come una telefonata proveniente da un'altra dimensione, ed è proprio questa stranezza che rende i Gorillaz immediatamente riconoscibili.

Poi c' è la chitarrista dimenticata, Paula Cracker, molti fan nuovi nemmeno sanno chi sia, eppure all'inizio era lei la chitarrista ufficiale della band, la sua carriera nei Gorillaz dura poco,molto poco, perché Murdoc la sorprende in atteggiamenti decisamente troppo amichevoli con 2D, Murdoc va fuori di testa, Paula viene cacciata, fine della storia, uno dei licenziamenti più rapidi della storia del rock virtuale, ma senza quel tradimento non sarebbe mai arrivata la persona destinata a cambiare tutto, ovvero Noodle..

Nel 1998 ai Kong Studios viene consegnata una cassa enorme proveniente dal Giappone, la aprono, dentro c'è una bambina, la prima parola che pronuncia è "Noodle."

Fine delle spiegazioni...

Per mesi nessuno sa chi sia realmente, da dove venga, chi l'abbia mandata perché sia una musicista fenomenale, le sue origini sembrano uscite da un thriller paranoico, addestramento militare, memorie cancellate, programmi segreti, messaggi nascosti, ma nella Fase 1 tutto questo è ancora avvolto nel mistero....Per ora è semplicemente la nuova chitarrista, piccola, silenziosa e infinitamente più intelligente degli altri tre messi insieme.

Alla batteria, Russel Hobbs, l'uomo che ospita i fantasmi dell'hip hop, Russel è il pilastro mentale della band, l'unico che sembri avere una vaga idea di cosa sia il buon senso, daa ragazzo viene posseduto dagli spiriti dei suoi amici morti, detta così sembra una leggenda urbana, nell'universo Gorillaz è biografia ufficiale, attraverso di lui entrano nei Gorillaz tutte le influenze hip hop, le voci, i beat, le collaborazioni, le anime musicali che accompagneranno il gruppo per tutta la sua storia, mentre Murdoc crea problemi e 2D si perde nei suoi pensieri, Russel è quello che impedisce alla baracca di esplodere, almeno il più delle volte.

Infine lo studio di registrazione, I Kong Studios, dimenticate Abbey Road, dimenticate gli studi eleganti, i Gorillaz vivono ai Kong Studios, un enorme edificio infestato nel cuore dell'Essex, un posto che sembra uscito da un film horror girato da qualcuno sotto effetto di caffeina e cartoni animati, ci sono corridoi infiniti, sale chiuse, rumori inspiegabili, stanze che nessuno visita, fantasmi, leggende, segreti, i Kong Studios non sono un semplice quartier generale, sono il quinto membro della band, ogni stanza racconta una storia, ogni porta nasconde qualcosa e nei primi anni diventano il cuore assoluto della mitologia Gorillaz.

Nel 2001 il debutto esce "Gorillaz", molti pensano che sia una trovata pubblicitaria, un giocattolo, un esperimento, un cartone animato che durerà una stagione, commettono tutti lo stesso errore, sottovalutano Damon Albarn e Jamie Hewlett, l'album è un miscuglio apparentemente impossibile, rock,dub, hip hop, trip hop, pop, elettronica e punk, tutto viene frullato insieme fino a creare qualcosa che non assomiglia a nessun'altra band del periodo.

Le storie dell' album da Re-Hash l inizio del viaggio,sembra quasi una trasmissione radio proveniente da un universo parallelo, una dichiarazione d'intenti, benvenuti nel mondo Gorillaz, nulla sarà normale.

Per passare a 5/4 , una canzone sporca e caotica, praticamente la definizione musicale di Murdoc, disordine, rumore, attitudine punk, come una rissa trasformata in melodia.

Tomorrow Comes Today, forse il primo vero manifesto dei Gorillaz, città grigie, solitudine, persone che si sentono scollegate dal mondo, la voce di 2D sembra galleggiare sopra tutto come un fantasma urbano.

Clint Eastwood è il colpo che cambia tutto, Russel viene posseduto dallo spirito di Del The Funky Homosapien, i fantasmi tornano,.l'hip hop invade la narrazione e all'improvviso il mondo intero scopre i Gorillaz...

"I anni happy, I'm feeling glad."

Una frase che riassume perfettamente l'intero DNA della band, malinconia e divertimento nello stesso istante.

Rock The House altra faccia della medaglia, un'esplosione di groove, f follia e ironia, cartoni animati che improvvisamente sembrano più vivi di molte band reali.

Latin Simone, uno dei momenti più sottovalutati della loro storia, dietro i colori e le gag c'è già quella malinconia profonda che diventerà il marchio di fabbrica dei Gorillaz.

Alla fine della Fase 1 succede qualcosa che nessuno aveva previsto, I Gorillaz smettono di essere personaggi inventati, diventano reali, non perché esistano davvero, ma perché milioni di persone iniziano a credere nelle loro storie, Murdoc, 2D, Noodle e Russel non sono più mascotte, soono protagonisti, hanno una casa, hanno un passato, hanno segreti, hanno nemici e hanno appena pubblicato un album che li ha fatti uscire dall'ombra.

La leggenda è iniziata, e nella Fase 2 il gioco diventerà molto più oscuro, perché dietro i sorrisi, i cartoni e i videoclip geniali sta arrivando qualcosa chiamato "Demon Days" e nessuno dei quattro ne uscirà davvero uguale a prima.

giovedì 22 ottobre 2026

Non Chiamateli Tesppisti...

 


Da anni ci raccontano i giovani soprattutto quando sbagliano, un video di pochi secondi, una vetrina rotta, una rissa in qualche grande città finiscono per occupare pagine, aperture di telegiornali e dibattiti indignati, così si costruisce facilmente il racconto di una generazione smarrita, violenta, irresponsabile.

Molto più raramente, invece, si accendono i riflettori quando migliaia di studenti decidono di alzarsi dalle sedie, scendere in piazza e difendere democraticamente il proprio diritto al futuro è successo oggi a Cosenza, dove migliaia di ragazze e ragazzi hanno manifestato civilmente il proprio dissenso verso un mondo che sembra offrire loro sempre meno prospettive e sempre più precarietà.

Eppure queste immagini difficilmente fanno notizia, perché la rabbia composta non vende quanto il disordine, la partecipazione non attira quanto lo scontro, la consapevolezza non genera gli stessi titoli della paura, e soprattutto non fa il gioco di chi ci governa e tiene l informazione per le palle.

Si preferisce spesso prendere il comportamento di pochi e trasformarlo nel ritratto di un'intera generazione, si fa di tutta l'erba un fascio, un fascio, verrebbe da dire, particolarmente caro a certe latitudini culturali e politiche quando c'è da delegittimare il dissenso anziché comprenderne le ragioni.

Lo stesso copione lo abbiamo già visto con agricoltori e autotrasportatori, proteste civili, determinate e resilienti, archiviate troppo in fretta come problemi di ordine pubblico o come movimenti da guardare con sospetto, e se tutto questo accade al Sud, la generalizzazione sembra diventare ancora più semplice.

La verità è che una democrazia non dovrebbe temere chi manifesta, dovrebbe temere il giorno in cui nessuno avrà più la forza o la speranza di farlo.

Per questo, mentre il mondo sembra andare sempre più a rotoli, forse dovremmo imparare a diffidare delle narrazioni confezionate su misura, guardare oltre i titoli, oltre i frame selezionati ad arte, oltre l'indignazione a comando. 

Perché il problema non sono i giovani che scendono in piazza per difendere il proprio futuro, il problema è una società che rischia di accorgersi della loro voce solo quando qualcuno prova a zittirla. 

mercoledì 21 ottobre 2026

Scenario Inquietante....




 Facciamo finta che il film sia già stato scritto, Giorgia Meloni rivince, non stravince, perché dall'altra parte non c'è una proposta capace di accendere l'immaginazione del Paese, la destra resta al governo, ma la coalizione che l'ha portata fin lì è più fragile di quanto sembri, la Lega continua a perdere pezzi e identità, Forza Italia vive di rendita e, intanto, poco alla volta, cresce l'ombra di Vannacci.

Non serve che vinca subito, anzi, non vincerà subito.....

Gli basta aspettare.....

Aspettare che il secondo governo Meloni si consumi contro la realtà, un'economia che galleggia senza slancio, servizi pubblici che arretrano, potere d'acquisto eroso, costi dell'energia e dei carburanti sempre più pesanti, giovani che partono, salari inchiodati e un debito che continua a gravare sul paese come un macigno, il consenso si logora, gli alleati litigano, la macchina comincia a perdere colpi.

A quel punto arriva il secondo atto....

La destra non riesce più a governare e il Paese consegna le chiavi a un governo tecnico, sostenuto da una maggioranza trasversale con dentro tutto e il contrario di tutto, una coalizione enorme, tenuta insieme più dalla paura della destra che da una visione comune.

Quando un governo nasce così, spesso finisce peggio, passano mesi, forse un anno,dite di no? Mi sa che sono stato ottimista....

Cominciano i distinguo, i veti, i ricatti politici, i compromessi che non accontentano nessuno, il paese continua a peggiorare e quel grande mappazzone di forze incompatibili tra loro non funziona.

È lì che si apre la porta...

Non con i carri armati, non con i colpi di Stato, nel ventunesimo secolo le derive autoritarie raramente arrivano facendo rumore, arrivano in silenzio, A
attraverso la stanchezza, attraverso la rabbia, attraverso milioni di persone che, a un certo punto, iniziano a pensare che la democrazia sia soltanto una discussione infinita che non porta da nessuna parte.

Ed è in quel vuoto che personaggi come Vannacci possono trasformarsi da fenomeni politici a forza di maggioranza.

Prima come risposta al caos, poi come cura alla confusione ed nfine come uomo forte che promette ordine, disciplina e decisioni rapide a un paese esasperato da anni di governi incapaci di scegliere una direzione.

È questo lo scenario inquietante....

Non Vannacci oggi, ma Vannacci domani, non l'evento, ma la traiettoria, non la vittoria improvvisa, ma la lenta costruzione di un consenso alimentato dagli errori, dalle debolezze e dall'inconsistenza degli avversari.

Per evitarlo non basta indignarsi sui social o evocare continuamente il pericolo fascista, serve credibilità, serve etica, serve tornare a sporcarsi le mani nella realtà.

La sinistra dovrebbe smetterla di passare il tempo a sbranarsi per la leadership e a regolare conti interni, dovrebbe costruire un programma serio, tornare nelle strade, nei quartieri popolari, nei luoghi di lavoro, tra chi non arriva a fine mese, dovrebbe abbandonare circoli, correnti e alchimie di palazzo che interessano soltanto a chi le frequenta.

Dovrebbe osare di più...

Avere più coraggio....

Esprimere una leadership forte, riconoscibile, capace di parlare una lingua comprensibile anche fuori dalle proprie stanze, perché se non sarà capace di dare una risposta alla rabbia che attraversa il paese, prima o poi quella rabbia troverà qualcun altro disposto a cavalcarla.

E quando accadrà, sarà inutile domandarsi dove abbiamo sbagliato, le crepe erano già nei muri, i segnali erano già sotto gli occhi di tutti.

Bisognava soltanto avere il coraggio di tornare a dire, e soprattutto a fare, qualcosa di sinistra.....

lunedì 19 ottobre 2026

Aron Ralston: 127 Ore tra la Roccia e l'Inferno

 



Ci sono giorni in cui il destino bussa alla tua porta. E poi ci sono giorni in cui ti schiaccia il braccio sotto una montagna.

Maggio 2003, lo Utah ha il colore della polvere e della morte,  canyon profondi, rocce rosse come sangue secco e silenzio, e un silenzio che sembra aspettare qualcosa, Aron Ralston è uno di quelli che sfida il vuoto per hobby, ventisette anni, fisico atletico, spirito libero, uno che guarda una parete verticale e pensa "Perché no?"

Prende il suo zaino e parte per una solitaria escursione nel Blue John Canyon, errore numero uno, non dice a nessuno dove sta andando, secondo errore, poco dopo mezzogiorno si infila in uno stretto passaggio tra le rocce, un movimento, un rumore sordo...

Un masso da oltre 300 chili si stacca e precipita,Il tempo si ferma, quando ricomincia a scorrere, il suo braccio destro è incastrato tra la parete del canyon e la pietra...

Fine della fuga e inizio dell'incubo....

Aron tira, spinge, urla, bestemmia, la roccia non si muove, il sole cala e il canyon diventa una tomba fredda, ha poca acqua, qualche snack e una videocamera, nessuno sa dov'è, nessuno verrà a cercarlo...

Il secondo giorno lee dita iniziano a gonfiarsi, il dolore diventa un animale rabbioso che vive nel suo braccio, prova a scavare, prova a rompere la pietra, prova a liberarsi usando gli attrezzi del suo coltellino,niente, la montagna vince ogni round.

Il terzo giorno, la sete inizia a parlare, il corpo si svuota, le energie evaporano, Aron registra messaggi video per la famiglia, parla ai genitori come se fosse già un fantasma, non sa se qualcuno vedrà mai quei filmati, ma continua a registrare, perché quando tutto è perduto, lasciare una traccia è l'ultima forma di ribellione.

Il quarto giorno l'acqua finisce, ogni goccia diventa un ricordo, le labbra si spaccano, la mente vaga, il canyon sembra stringersi intorno a lui è solo,completamente solo.

Il quinto giorno, la morte non fa più paura, diventa un'idea concreta, una presenza seduta accanto, Aron comincia ad accettare quello che sembra inevitabile, poi accade qualcosa, una visione, immagina un bambino, suo figlio, un figlio che ancora non esiste la lo vede correre, lo vede ridere, capisce che non può morire lì, non ancora..

A quel punto resta un'unica possibilità, una possibilità folle, disumana, terrificante, liberarsi da solo, il coltellino che possiede è economico, quasi un giocattolo ma è l'unica arma disponibile, per prima cosa rompe le ossa del braccio intrappolato sfruttando una leva improvvisata.

Poi inizia il lavoro più mostruoso, taglia piano concentrato, determinato, sa che ogni secondo potrebbe essere l'ultimo, sa che l'alternativa è morire, dopo ore di sofferenza indicibile riesce a liberarsi, dopo 127 ore di prigionia è di nuovo vivo.

Ma la storia non è finita, Aron è disidratato, sta perdendo sangue è solo nel mezzo del nulla,deve ancora percorrere chilometri di canyon, deve persino scendere una parete verticale, con un solo braccio, contro ogni probabilità ci riesce quando incontra alcuni escursionisti, il suo aspetto è quello di un uomo tornato dall'inferno....

Poco dopo arrivano i soccorsi, il resto è storia.

Anni dopo la sua vicenda diventa il film *127 Hours* diretto da Danny Boyle con James Franco nel ruolo di Aron, ma nessuna cinepresa può davvero raccontare cosa significhi essere intrappolati per cinque giorni sapendo che nessuno verrà a salvarti.

La storia di Aron Ralston non parla soltanto di sopravvivenza, parla della volontà umana portata oltre il limite, parla di quella voce che resta accesa quando tutto il resto si spegne, forse è proprio per questo che continua a colpirci, perché, nel profondo, tutti abbiamo un masso che ci tiene bloccati.

La differenza è che pochi trovano il coraggio di prendere il coltello e tagliare ciò che li sta uccidendo.

venerdì 16 ottobre 2026

Napster si, Gaza no: la contraddizione di James Hetfield....



Ci sono delusioni che fanno più rumore di una critica, per chi, come me, ha sempre apprezzato la musica dei Metallica, una di queste delusioni è sentire affermare che gli artisti dovrebbero limitarsi a intrattenere e lasciare fuori dai concerti temi come la guerra, i diritti umani o le tragedie che colpiscono interi popoli, per questo, certe posizioni, di certi personaggi che non ti aspetti, deludono.

Perché la musica non è mai stata soltanto intrattenimento, la musica è stata protesta, denuncia, solidarietà, coscienza collettiva, la musica ha accompagnato i movimenti per i diritti civili degli anni Sessanta, ha raccontato l'orrore delle guerre, ha dato voce agli emarginati, ha contribuito a raccogliere fondi e attenzione per emergenze umanitarie attraverso eventi come il Live Aid.

Nessuna canzone cambia il mondo da sola, sarebbe ingenuo pensarlo, ma la musica può cambiare le persone, e le persone possono cambiare il mondo, per questo faccio fatica a comprendere le critiche rivolte agli artisti che scelgono di prendere posizione durante i loro concerti, quando un musicista usa il palco per parlare di una guerra, di un genocidio, di una popolazione che soffre, non sta necessariamente facendo propaganda, sta esercitando un diritto fondamentale, quello di esprimere una coscienza.

Penso al caso di artisti che hanno manifestato solidarietà verso il popolo palestinese e che, per questo, si sono ritrovati al centro di polemiche, esclusioni e campagne di delegittimazione, si può essere d'accordo o meno con le loro opinioni, ma il principio dovrebbe essere lo stesso per tutti, la libertà di esprimersi non vale soltanto quando il messaggio ci piace.

Ed è qui che noto una contraddizione difficile da ignorare, quando i Metallica combatterono la loro battaglia contro Napster, all'inizio degli anni Duemila, non si limitarono a suonare e basta, presero una posizione pubblica, forte, divisiva, intervennero nel dibattito, denunciarono quello che ritenevano un torto, cercarono di sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema dei diritti d'autore e del valore del lavoro artistico.

Era una questione che li riguardava direttamente, certo, ma nessuno disse loro di stare zitti e limitarsi a suonare, nessuno sostenne che la musica dovesse restare fuori dalla politica, dall'economia o dalle questioni sociali.

Perché allora questo principio dovrebbe valere soltanto quando il problema riguarda noi stessi?

Se è legittimo alzare la voce quando sono in gioco i propri diritti economici, dovrebbe esserlo anche quando si parla di bambini sotto le bombe, di popolazioni in fuga, di vite spezzate dalla guerra.

Mi riesce difficile accettare l'idea che la sensibilità sia selettiva, che sia giusto parlare quando il problema ci tocca personalmente e sbagliato farlo quando riguarda qualcun altro.

La verità è che ogni scelta è politica, anche il silenzio....

Chi sale su un palco e decide di parlare compie una scelta, ma la compie anche chi decide di non farlo, e nessuna delle due dovrebbe essere imposta agli artisti, non pretendo che ogni musicista diventi un attivista, non pretendo che ogni concerto si trasformi in un comizio, pretendo soltanto coerenza, perché la musica che amo mi ha insegnato a pensare, non soltanto a divertirmi, mi ha insegnato a farmi domande, a mettere in discussione ciò che appare scontato, a non restare indifferente, ed è forse per questo che oggi, da ammiratore  dei Metallica, mi sento più amareggiato che arrabbiato.

Perché da una band che ha sempre rappresentato libertà, forza e ribellione, avrei voluto sentire una difesa della libertà di espressione, anche quando quella libertà riguarda idee che non condividono, la musica non deve per forza cambiare il mondo, ma non dovrebbe mai smettere di provare a illuminarne le contraddizioni.

giovedì 15 ottobre 2026

Storie di Sport: quando il DTM era quasi più della Formula Uno




C'è stato un momento, tra gli anni Ottanta e Novanta, in cui la Formula Uno guardò negli specchietti retrovisori, e quello che vide non le piacque....
Dietro, a fari accesi e piede affondato sull'acceleratore, stava arrivando il DTM.

Niente champagne servito nei salotti buoni, niente principesse nel paddock, niente monoposto che sembravano astronavi, solo lamiere, lamiere tedesche, Inglesi e Italiane, lamiere che si prendevano a sportellate davanti a centinaia di migliaia di spettatori impazziti, era il motorsport più sincero d'Europa, e faceva paura....

Negli anni Ottanta il DTM era una specie di pub malfamato frequentato da giganti, Mercedes, BMW, Ford, Opel, nessuno andava lì per fare colpo, si andava per combattere, le gare erano una rissa organizzata con tanto di cronometro, nessuno regalava un centimetro, i sorpassi si costruivano con il coraggio, non con il pulsante di qualche artificio elettronico.

I piloti erano uomini duri, quelli che scendevano dall'auto sudati, pieni di lividi e con lo sguardo di chi aveva appena partecipato a una battaglia medievale, poi arrivarono gli italiani e la festa tedesca finì....Nel 1993 l'Alfa Romeo si presentò ai cancelli del DTM come un pistolero che entra in città senza nemmeno rallentare il passo, la 155 V6 TI sembrava uscita da un laboratorio segreto, bellissima, aggressiva, rumorosa e terribilmente veloce, un'Alfa Romeo che andava in Germania a sfidare Mercedes e BMW sul loro terreno, già questo sarebbe stato un azzardo.

Vincere era quasi un insulto, e invece arrivò lui Nicola Larini, un toscano dal piede pesante e dall'aria tranquilla, uno di quelli che ti sorridono prima di portarti via tutto, Larini trasformò il campionato in una specie di occupazione italiana su suolo tedesco.

Gara dopo gara, curva dopo curva, vittoria dopo vittoria, le tribune tedesche si riempivano, i tifosi Mercedes brontolavano, i dirigenti iniziavano a innervosirsi e il V6 Alfa urlava sempre davanti, sempre più forte, sempre più fastidioso per chi era convinto che il DTM dovesse avere una sola lingua ufficiale.

Il bello è che non c'era soltanto Larini, c'era Alessandro Nannini, una figura che sembra scritta da uno sceneggiatore americano ubriaco, un pilota che aveva visto la Formula Uno, aveva guardato in faccia la tragedia dopo l'incidente in elicottero e aveva deciso che non era ancora finita, Nannini non correva, combatteva, ogni staccata raccontava una storia, ogni sorpasso sembrava un regolamento di conti, era  il genere di pilota che gli appassionati adorano perché non appare costruito.

Il DTM di quegli anni era pieno di personaggi così, Schneider, Ludwig, Cecotto, Reuter, gente che oggi meriterebbe film interi e che invece spesso viene ricordata solo da chi c'era. Nel frattempo la Formula Uno continuava a essere il re ufficiale del motorsport, ma nelle tribune, nei bar e nelle riviste specializzate cominciava a circolare una domanda fastidiosa...

"E se il vero spettacolo fosse da un'altra parte?"

Perché il DTM aveva qualcosa che la Formula Uno stava lentamente perdendo, era il caos, quello vero, quello che non puoi scrivere nei regolamenti, quello che nasce quando piloti affamati guidano auto mostruose davanti a un pubblico che vuole sangue sportivo e non relazioni tecniche.

Poi arrivò la politica, arrivarono i regolamenti, i costi, arrivarono le scrivanie e quando arrivano le scrivanie, generalmente finiscono le rivoluzioni, il  DTM diventò sempre più sofisticato sempre più costoso, più difficile da sostenere, la FIA parlava di armonizzazione, di sviluppo, di futuro, parole eleganti, ma per molti tifosi significavano una cosa molto semplice, il giocattolo si stava rompendo e quando finalmente si ruppe, la Formula Uno tornò sola sul trono.

Forse era inevitabile, forse no,ma ancora oggi, quando un appassionato sente il suono di un'Alfa 155 V6 TI, gli torna in mente un pensiero....

Per qualche anno il motorsport più spettacolare del mondo non correva a Montecarlo, correva a Hockenheim e parlava anche italiano.....


 

mercoledì 14 ottobre 2026

La grande truffa dei Milli Vanilli: chi ha pagato per gli errori degli altri


Ci sono storie che, a distanza di decenni, continuano a dividere l'opinione pubblica, quella dei Milli Vanilli è una di queste.

Per molti rappresentano la più grande frode della storia del pop, per altri sono il simbolo di un'industria musicale capace di costruire un successo artificiale e poi di scaricare ogni responsabilità su chi era meno potente.

Se conoscete soltanto la versione superficiale della vicenda, vi consiglio di vedere il documentario Milli Vanilli, realizzato molto bene e capace di raccontare non soltanto lo scandalo, ma anche il contesto umano che si nasconde dietro una delle pagine più controverse della musica moderna.

Alla fine degli anni Ottanta il produttore tedesco Frank Farian, già famoso per il caso dei Boney M., decide di creare un nuovo fenomeno musicale, la formula è semplice, canzoni accattivanti, immagine perfetta e due ragazzi dal grande carisma visivo.

I prescelti sono Rob Pilatus e Fab Morvan.

Il problema? le voci che si ascoltano nei dischi non sono le loro, le canzoni vengono registrate da cantanti professionisti rimasti nell'ombra mentre Pilatus e Morvan diventano il volto pubblico del progetto, partecipano ai videoclip, alle interviste, ai concerti abilmente truccati con il playback e diventano rapidamente star mondiali.

L'operazione funziona oltre ogni aspettativa, la narrativa ufficiale racconta che i due ragazzi hanno ingannato il mondo intero,ma è davvero andata così?il documentario evidenzia una questione fondamentale: l'intero progetto era stato ideato e costruito da Frank Farian e da un sistema industriale che aveva interesse a mantenere il segreto,

Rob e Fab non erano i produttori, non erano i proprietari dell'etichetta e non controllavano il progetto, erano l'elemento più visibile e proprio per questo, quando la verità venne a galla, furono anche il bersaglio perfetto.

Nel 1990 tutto esplode, dopo mesi di sospetti e indiscrezioni, Farian ammette pubblicamente che i due non hanno cantato nei dischi, il successo si trasforma in umiliazione pubblica, il Grammy Award viene revocato, i media si scatenano e quello che era stato un fenomeno musicale mondiale diventa improvvisamente una barzelletta internazionale.

Ma qui emerge l'aspetto più inquietante della storia, molti dei professionisti che avevano beneficiato economicamente del progetto prendono le distanze, l'industria che aveva contribuito a costruire il mito dei Milli Vanilli sembra improvvisamente scomparire, lasciando Pilatus e Morvan da soli di fronte a milioni di persone indignate, Oggi probabilmente parleremmo di "shitstorm globale", all'epoca non esistevano i social network, ma giornali e televisioni riuscirono comunque a trasformare i due artisti nel simbolo assoluto della menzogna.

Il giudizio pubblico fu spietato, per anni Rob e Fab vennero derisi, ridicolizzati e trattati come gli unici responsabili di una truffa che in realtà coinvolgeva molte più persone, la domanda che il documentario lascia aperta è semplice, furono davvero gli autori dell'inganno o soltanto il volto sacrificabile di un meccanismo molto più grande?

Naturalmente i due hanno una parte di responsabilità, accettarono di interpretare un ruolo e di mantenere il segreto,ma è difficile ignorare il fatto che il progetto fosse stato creato, pianificato e controllato da professionisti con molto più potere decisionale.

Frank Farian è stato l'architetto dell'operazione, eppure, nella memoria collettiva, il suo nome viene ricordato molto meno rispetto a quello dei due ragazzi finiti sulle copertine di tutto il mondo.

È una dinamica che si ripete spesso quando un sistema fallisce, la colpa ricade quasi sempre sui volti più esposti.

Rivedere oggi il caso Milli Vanilli significa andare oltre il semplice scandalo musicale è una storia che parla di manipolazione dell'immagine, di potere nell'industria dell'intrattenimento, di responsabilità distribuite e di come l'opinione pubblica abbia bisogno di trovare qualcuno da punire.

Forse Rob Pilatus e Fab Morvan non erano innocenti, ma forse non erano nemmeno i veri colpevoli che il mondo ha scelto di ricordare, wd è proprio qui che il documentario colpisce nel segno, non cerca di assolverli, ma invita a guardare l'intera vicenda da una prospettiva più complessa e umana.

lunedì 12 ottobre 2026

"IL PUNTO DI ROTTURA"Poema contro lo stato delle cose di D.Giani

Il caro vita non fa rumore,

ti entra in casa, ti svuota il frigo,  

si prende un pezzo del tuo stipendio,  

poi un altro ancora,  

finché la fame diventa un’abitudine  

e la rinuncia un lusso che non puoi permetterti.


Intanto, in una Striscia di terra,  

la morte ha imparato il linguaggio dei contabili, 

bambini, numeri, macerie, effetti collaterali accettabili.  

Una cifra dentro un rapporto,  

una riga dentro un comunicato,  

un dolore che dura il tempo  

di una notizia prima della pubblicità.


E lassù, dove il potere non conosce bollette,  

hanno studiato bene il Gattopardo,

cambiare tutto perché nulla cambi davvero.


Cambiare i nomi,  

ridipingere le facciate,  

vendere futuro dentro confezioni nuove, 

 mentre il presente marcisce nei sottoscala.


Ti vendono illusioni,  

ti impacchettano speranze,  

ti riempiono la testa di fumo  

per non farti vedere l'incendio.


E quando non hai più niente,  

non ti danno nemmeno un panino:  

ti allungano una briciola.


Una briciola di bonus,  

una promessa elettorale,  

uno sconto, una proroga,  

un contentino per arrivare a domani.


Non vogliono saziarti, 

vogliono tenerti affamato, 

 abbastanza disperato da accettare tutto,

 abbastanza vivo da continuare a lavorare, 

abbastanza stanco da non domandare perché il tuo sacrificio  

sia sempre la loro rendita.


E intanto la decrescita si chiama rigore, 

la svalutazione si chiama assestamento, 

la povertà diventa una colpa individuale,

 mentre chi accumula continua a crescere.


La tua rinuncia è la loro stabilità,  

la tua precarietà è la loro flessibilità,  

la tua fame è un dato da correggere,  

mai un'ingiustizia da estirpare.


Ma c'è un errore nel loro calcolo....


Hanno scambiato la pazienza per obbedienza,

 la rassegnazione per consenso, il silenzio per resa.


Non hanno capito,  

che anche la pietra si consuma,  

che anche il ferro cede,  

che persino il muro più solido  

comincia a morire  

da una crepa invisibile.


E la corrosione lavora in silenzio....


Oggi sono trattori sulle strade,  

camion che rallentano il Paese,  

motori accesi contro il caro vita,  

gente che non ce la fa più  

e che i grandi schermi dimenticano.


Domani potrebbe essere altro....


Perché il malessere non scompare  

soltanto perché qualcuno smette di raccontarlo,

 una protesta non muore  quando si spengono le telecamere.


Muore soltanto quando non resta più nessuno, 

disposto a credere  

che le cose possano cambiare.


E forse è proprio questo  

che ancora li spaventa

che sotto la cenere,  

sotto le rate,  

sotto le rinunce,  

sotto questa lobotomia quotidiana  

somministrata a piccole dosi,  

qualcosa sia rimasto sveglio.


Perché verrà un giorno  

in cui la briciola non basterà,  

la promessa non convincerà,  

il debito non sarà più sostenibile  

e il silenzio non avrà più un prezzo  

che qualcuno possa permettersi di pagare.


E allora non servirà un altro slogan,  

un altro volto,  

un'altra facciata da ridipingere.


E forse il risveglio non sarà una concessione, sarà la fine dell'anestesia...


E quando tutto sarà diventato impossibile da pagare,  

quando vivere sarà un lusso  

e tacere un peso insopportabile,  

non basterà più cambiare tutto  

perché nulla cambi.


Perché esiste un punto  

in cui la paura si consuma,  

la pazienza si spezza  

e la coscienza ritorna.


Se vivremo a lungo per vederlo, quel giorno, il silenzio non sarà più obbedienza...


Sarà il rumore di un mondo, che non accetta più dui restare in ginocchio

 




 


 

50 anni di Febbre da Cavallo: L Immortalità di Mandrake e dei suoi segni compari..

Febbre da Cavallo non va celebrato come un film simpatico che ci fa compagnia, va celebrato come una leggenda popolare, come una di quelle o...