giovedì 30 aprile 2026
Il Grande GOMBLOTTO della Musica Volume 2
martedì 28 aprile 2026
Antieroi Sportivi Leggendari: Stockton & Malone
lunedì 27 aprile 2026
Never Let Me Down
Lena stava sul bordo, giubbotto di chiodo nero aperto sul petto, pelle d’oca sotto la maglietta bagnata, jeans attillati che le segnavano i fianchi come una seconda pelle, i capelli corti le si incollavano al viso pallido, respirava a bocca aperta, il cuore che le martellava nelle tempie. Sotto di lei, le onde si schiantavano contro gli scogli con un rumore osceno, come carne che viene maciullata.
Dalla penombra emerse lui, cappotto nero lungo, cappello calcato sugli occhi, ma quel sorriso… quel sorriso era puro peccato, si avvicinò lentamente, senza fretta, come se avesse tutto il tempo del mondo per guardarla morire.
«Guarda come sei bella stasera, Lena» disse con voce bassa, vellutata, quasi un sussurro osceno, «Sembri una puttana pronta per l’altare del diavolo e io sono qui per officiare.» lei strinse i pugni.
«Vaffanculo, Vincent, non sono venuta qui per ascoltare le tue stronzate poetiche.»
Lui rise piano, un suono caldo e pericoloso che le scivolò lungo la schiena come una lama calda.
«Oh, invece sì, sei venuta perché sai che solo io posso darti quello che vuoi davvero.» fece un altro passo, ormai era a pochi metri da lei «Tutti gli altri ti hanno delusa, i tuoi uomini, la tua famiglia, i tuoi cosiddetti amici… tutti quanti, io no, io ti ho sempre detto la verità, anche quando faceva male, ti ho scopata quando volevi essere distrutta, ti ho tenuta sveglia quando volevi dormire per sempre, adesso… adesso sei qui, sul bordo, pronta.»
Lena deglutì, la pioggia le entrava negli occhi, ma non batteva ciglio.
Vincent inclinò la testa, il sorriso si fece più largo, più famelico.
«Salta, piccola, salta e lascia che il mare ti prenda come io ti ho presa tante volte, senza pietà, fino in fondo, immaginalo… quel secondo in cui il tuo corpo smette di appartenerti, quel momento in cui finalmente non devi più fingere di essere forte, lasciati cadere, lasciati fottere dall’abisso.»
La sua voce era diventata un mormorio intimo, quasi sessuale.
«Ricordi quando mi dicevi “never let me down again”? quando piangevi sul mio petto dopo che ti avevo ridotta in pezzi? io non ti ho mai delusa, Lena, ti ho solo mostrato quanto in basso potevi scendere… e quanto ti piaceva, salta, fallo per me, fallo per noi, voglio vederti volare, voglio sentire quel piccolo urlo che fai quando capisci che stavolta non ci sarà nessuno a prenderti.»
Lena tremò, non di freddo, di rabbia, di desiderio, di odio puro, «Tu vuoi solo guardarmi morire» sibilò.
Vincent fece un ultimo passo, adesso era vicinissimo, poteva sentire il suo odore, tabacco, whiskey e qualcosa di più oscuro, di marcio.
«No, amore mio» sussurrò, quasi sfiorandole l’orecchio con le labbra. «Io voglio guardarti finalmente libera, mentre cadi, pensa a me, pensa a tutte le volte che ti ho tenuta sul bordo… e non ti ho mai lasciata cadere, fino a stanotte.»
Fece una pausa, poi la voce si fece più bassa, più crudele, più dolce.
Per un lunghissimo secondo lei lo fissò negli occhi, occhi neri come il fondo del mare che la aspettava.
Poi sorrise, un sorriso storto, selvaggio, bellissimo, «Questa volta no, bastardo.»
Con un movimento improvviso, Lena si voltò verso il vuoto, aprì le braccia come una crocefissa impazzita e si lasciò andare.
Mentre precipitava, il vento le strappò via il respiro, sentì la voce di Vincent che rideva dall’alto del ponte, una risata profonda, soddisfatta, quasi orgogliosa.
«Brava ragazza…»
Il mare si aprì sotto di lei come una bocca affamata e nera, nell’ultimo istante, prima che tutto diventasse silenzio e sale, Lena pensò che forse, per la prima volta nella sua vita maledetta, non l’aveva delusa.
Vincent rimase sul ponte, sotto la pioggia battente, a fumare una sigaretta, guardò il punto in cui lei era scomparsa tra le onde.
Mentre scompare nella nebbia scomparendo tra le tenebre, il tuono esplose come un applauso osceno.
venerdì 24 aprile 2026
Recensioni a scoppio ritardato: Subsonica "Terre Rare"
giovedì 23 aprile 2026
Distopia70 Episodio 6 (Di P.Lirangi -M.Maneggio -A.Moretti)
Febbraio 1970, aeroporto di New York, tarda mattinata, sulla pista numero 3 atterra un volo proveniente da Rio De Janero: un uomo dal volto scuro e dalla folta chioma nera scende per ultimo e in maniera sostenuta le scalette dell’aereo e raggiunge quattro uomini in abito scuro che lo aspettano a bordo pista. Il nome sul passaporto non dice nulla, Orlando Serpentieri, ma quella è un’identità fittizia, ad attenderlo Edward Fendwich, sì proprio lui, l’uomo di fiducia di Nixon……
martedì 21 aprile 2026
Antieroi Sportivi: Bruce McLaren la ballata del ragazzo zoppo che ha fatto piangere l'asfalto
Si chiama Bruce Leslie McLaren, nel 1970, a 32 anni, muore esattamente al volante, spingendo un mostro arancione fino a spaccarlo in due, mentre il mondo gli esplode attorno.
Niente discorsi da eroe da manuale, solo gomma bruciata, bulloni traditori e fame.
Arriva in Europa con quattro soldi in tasca e un accento da kiwi che fa ridere gli inglesi, nel 1959, a Sebring, sotto una pioggia che sembra piscio di dio, a 22 anni si prende il Gran Premio degli Stati Uniti, il più giovane vincitore di sempre in Formula 1 fino a quel momento, niente male per un ragazzo che doveva stare immobile su una barella a vita. I vecchi lupi del paddock si guardano e capiscono, questo qui non è venuto a partecipare è venuto a sbranare.
Corre con la Cooper, vince, arriva secondo nel Mondiale, poi fa quello che solo i veri figli di puttana fanno, molla tutto e fonda la sua squadra, dal niente, un capannone unto, quattro meccanici mezzi pazzi e un sogno che puzza di benzina e sudore notturno.
Mentre in F1 si fa il culo, in America costruisce le macchine più cattive che la Can-Am abbia mai visto, macchine arancioni, papaya orange, colore del sangue misto a olio, le sue McLaren dominano, ventitré vittorie di fila. La gente parla del “Bruce and Denny Show”, ma è Bruce che scrive le regole con le mani sporche di grasso fino ai gomiti.
Nel ’66 a Le Mans prende una Ford GT40 e la porta alla vittoria dopo 24 ore di inferno puro, guida, progetta, urla, aggiusta, di giorno e di notte, non dorme,non si ferma.
Poi arriva il 2 giugno 1970, Goodwood, sta provando la nuova M8D, la bestia che ha disegnato lui stesso,un bullone messo male segna la storia, la carrozzeria posteriore si stacca, l’auto si trasforma in un proiettile.
Bruce muore sul colpo, fine della corsa.
Ma non è una fine, è solo il momento in cui il fuoco diventa leggenda.
Ogni volta che una McLaren arancione esce di curva ringhiando, non senti solo un motore, senti lui, il ragazzo zoppo dell altra parte del mondo che ha trasformato il dolore in velocità pura. L’anti-eroe che non chiedeva permesso a nessuno, sorpassava è basta.
Non un santo, non un eroe da libro di scuola,un bastardo velocissimo con il cuore pieno di benzina.
E l’asfalto ancora lo piange.
lunedì 20 aprile 2026
L ultima notte di Jeff Buckley...
Viveva con il fantasma del padre, Tim Buckley, folk-singer morto troppo presto di overdose, madre che lo aveva cresciuto tra pianoforti e dischi di Led Zeppelin, Jeff aveva iniziato a suonare la chitarra a cinque anni, ma non aveva ereditato solo le corde vocali del vecchio, aveva preso il meglio e il peggio, la fame di bellezza, la voglia di distruggersi un po’, l’incapacità di stare fermo quando la musica gli entrava nelle vene.
A New York aveva spaccato tutto con Grace, quell’album del ’94 che sembrava uscito da un sogno bagnato di sesso, chiesa e whiskey. “Hallelujah” di Leonard Cohen diventata sua, più nuda e più sporca. “Lover, You Should’ve Come Over” che ti entrava nel petto e ti stringeva il cuore fino a farlo sanguinare. La gente parlava di lui come del nuovo messia del rock, voce da tenore che saliva in falsetto come Robert Plant sotto acido, vibrato che sembrava tremare di piacere e di dolore allo stesso tempo.
Influenze? Nina Simone, Billie Holiday, Nusrat Fateh Ali Khan, Siouxsie Sioux, e sempre Zeppelin, cantava come se stesse facendo l’amore con il microfono, o come se lo stesse supplicando di ucciderlo.
Ma il successo lo aveva reso irrequieto, il secondo album non arrivava, troppa pressione, troppe aspettative, era a Memphis da qualche settimana, in quella città che puzza di blues, di fiume morto e di Elvis che ancora aleggia nei vicoli, aspettava la band da New York per cominciare a registrare sul serio, voleva qualcosa di più crudo, più vivo, più pericoloso.
Quella sera del 29 maggio, lui e Keith Foti, il roadie fidato, uno di quei tipi silenziosi che ti coprono le spalle anche quando stai per fare una stronzata epica, giravano da un’ora sul van cercando lo studio di prova, si erano persi, come capita quando non hai mappe e la testa piena di melodie che ancora non esistono, il caldo appiccicava la maglietta al petto, l’aria sapeva di asfalto bollente e di Mississippi vicino.
«Lascia perdere lo studio» disse Jeff all’improvviso, con quel sorriso storto da ragazzino che ha già visto l’inferno e ci vuole tornare a ballare, «Andiamo al fiume. Voglio nuotare.»
Keith lo guardò storto, «Jeff, è il Wolf River Harbor è un canale morto, acqua marrone piena di rami e spazzatura e tu hai gli stivali ai piedi, cazzo.»
Jeff rise, una risata bassa e rauca che sembrava già parte di una canzone, si tolse solo la giacca, Restò in t-shirt bianca appiccicata al torace magro, jeans neri stretti, e quei Doc Martens neri che non si levava mai, come se fossero parte del suo corpo, camminò all’indietro verso l’acqua nera, le braccia aperte come un crocifisso che sfida il diavolo, la testa rovesciata verso il cielo senza stelle.
Il fiume lo accolse subito, viscido, caldo, quasi osceno, quando l’acqua gli arrivò alla vita, Jeff si sdraiò sulla schiena e cominciò a nuotare piano, cantando a squarciagola il ritornello di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin la voce usciva pura, potente, fragile contro il rumore lontano delle chiatte e delle auto sul ponte,
«Way down inside… woman… you need… love!»
Era bellissimo da far male quel ragazzo con gli stivali che galleggiavano come due bare nere, la t-shirt bianca che diventava trasparente, i capelli bagnati incollati alla fronte. Rideva tra una strofa e l’altra, schizzava acqua verso Keith sulla riva, faceva il morto a galla come se il fiume fosse la sua vasca da bagno personale, sembrava immortale, uno che aveva deciso di scopare con il pericolo solo per sentire se era ancora vivo.
Sulla riva Keith aveva portato la radio e la chitarra, la musica gracchiava bassa, l’umidità faceva appannare tutto, Jeff nuotava da una quindicina di minuti, sempre cantando, sempre ridendo, quando arrivò il suono.
Basso, profondo, minaccioso,
un rimorchiatore o una chiatta che risaliva il canale, motore che faceva tremare l’aria come un tuono lontano.
Keith urlò: «Jeff! Spostati, cazzo! C’è una barca grossa!»
Jeff rise più forte, nuotò di lato con due bracciate lente, quasi pigre, salutando con la mano come se stesse salutando il pubblico di un concerto fantasma, La voce ancora alta, spezzata dall’acqua,
«Woman… you need…»
L’onda arrivò come una sentenza,
non era un’onda normale, era una muraglia d’acqua sporca, piena di rami spezzati, plastica, lattine schiacciate, tutta la merda che il Mississippi si porta dietro da sempre, colpì Jeff in pieno, lo sollevò, lo ribaltò, per un secondo Keith vide la t-shirt bianca sparire sotto la superficie nera, gli stivali che affioravano un’ultima volta come due mani che chiedono aiuto senza parole,poi più niente.
Solo il rumore del motore che si allontanava, indifferente, e l’acqua che tornava liscia, nera, silenziosa. Come se il fiume avesse aperto la bocca, avesse assaggiato quella voce magnifica e avesse deciso di tenersela per sempre.
Keith impazzì sulla riva fangosa, urlò il nome di Jeff fino a spaccarsi la gola, corse su e giù inciampando, cadendo in ginocchio nel fango. Chiamò aiuto con la voce rotta dal panico, le luci rosse e blu arrivarono, i sommozzatori si tuffarono nel buio, gli elicotteri tagliarono la notte con i fari potenti. Cercarono tutta la notte, cercarono il giorno dopo e per sei giorni.
Il 4 giugno un passeggero del battello turistico American Queen vide qualcosa incastrato tra i rami e le lattine, poco più a sud, un corpo gonfio, quasi irriconoscibile dopo una settimana nell’acqua calda lo identificarono dal piercing all’ombelico con la perlina viola e dallo smalto verde brillante su tre unghie dei piedi, ancora infilati dentro quegli stivali.
L’autopsia fu chiara, annegamento accidentale.
Quella fu l’ultima notte di Jeff Buckley, non sul palco, non in studio a partorire il capolavoro che tutti aspettavano,
ma in un canale sporco del Mississippi, vestito di tutto punto, a cantare a pieni polmoni come se il mondo fosse suo e il pericolo fosse solo un’altra strofa da improvvisare, il fiume aveva voluto tenerlo e se l’era preso, zitto e sporco, senza restituire nemmeno la voce....
venerdì 17 aprile 2026
Distopia70 Episodio 5 (Di P.Lirangi -M.Maneggio -A.Moretti)
Appena ritornato da Madrid, Adriano Monti fa rapporto al Randelli, il quale per nulla stupito sapeva che gli americani, così facendo avrebbero assunto il comando delle operazioni. Tutto previsto.
Quell’incontro non era nient’altro che l‘inizio di una trattativa, una lunga trattativa.
Licio Gelli sapeva che era impossibile non trattare ovviando alle condizioni degli americani, ma apprendeva che, nonostante tutto, c’era sempre un modo tenere la situazione sotto controllo.
Contatta un manager americano, Edward Fendwich, il rappresentante in Italia della Selenia, ma in realtà è uno degli uomini di fiducia del presidente americano Richard Nixon, nonché uno degli alti in grado della Cia in Italia….
Fendwich è soprattutto un iscritto alla loggia P2 tessera numero 196354, ed è amico fraterno di Remo Orlandini, braccio destro del comandante Borghese.
Per Gelli la riuscita del golpe passa anche dal Principe Nero e dai suoi uomini.
Convoca così Fendwich a Villa Wanda, è una mattina come tutte le altre, uggiosa come può esserlo una mattina in mezzo alla radura, quando la foschia ti farebbe passare direttamente al giorno successivo. Ma non oggi, evidentemente.
L’attesa in quella villa era uguale per tutti, anche per chi rappresentava l’uomo più potente del mondo.
«Edward eccoci al dunque», esordì Galli.
«Gran Maestro, sappia che non sono qui per un cordiale, e che le concessioni del caso sono inesistenti». Fendwich cercò di mettere subito le cose in chiaro, piazzando una bandiera stelle e strisce sull’intera operazione. Aveva uno strano accento, tipico italo-americano, ma quasi venato di una punta di Irpinia.
«Comprendo la vostra posizione e quella di chi le sta al di sopra». Era una frase, era un codice in realtà. Il gran maestro accende una pipa con la tranquillità e la certezza di chi sa di avere un jolly ed è in attesa di far saltare il banco.
«Vede abbiamo agito con un solo intento».
«Riconsiderare le vostre priorità sull’Italia»
«L’Italia è sempre stata una nostra priorità». Non era stizzito, ma nel ribattere Fendwich aveva precisato non senza puntiglio.
«Se la situazione Italiana fosse stata di vostro assoluto interesse, non avreste permesso l’ascesa del PCI o avete dimenticato che siamo al confine con la cortina di ferro?».
Ecco il banco è saltato, ora è il gran maestro che si siede alla pari degli americani.
«Borghese e i suoi uomini sono perno dell’operazione, se le cose dovessero andare storte, avremmo un capo espiatorio e una via di fuga».
Consegna poi un dossier nel quale vi è una bozza di accordi e concessioni una volta ultimato il passaggio del potere.
Fendwich lo legge, e Gelli lo fissa quasi come se fosse un leone in gabbia. Come il leone con il domatore, può sbranarlo in due salti ma anche essere succube di una frusta.
Alla fine, prima di lasciare Villa Wanda, guarda prima la mobilia e poi un quadro, forse quello con meno valore economico ma più affettivo. Era astratto, era una guerra astratta: «Gran maestro faccia ripartire immediatamente il suo uomo per Madrid, tra 24 ore avrà un contatto». Poi legge la dicitura del quadro: “Nous sommes bien hereux”.
Adriano Monti la sera stessa riparte alla volta della capitale Iberica, valigione incluso. Il giorno dopo, alla stessa ora e stesso luogo del primo contatto, Monti è in attesa dell’arrivo di Otto Skorzeny….
Un attesa che evoca tanti ricordi passati, di una gioventù dedicata agli ideali fascisti e alla speranza di una nuova marcia su Roma.
Skorzeny arriva, si siede, si accende un sigaro, riconsegna il dossier al Monti, lo guarda di bieco e pronuncia una sola parola: «Sì».
Monti prende nelle mani la bozza corretta dagli americani «Tutto? È tutto?».
Skorzeny senza neanche guardarlo:«Sì, è tutto».
Monti si alza, si avvia verso l’uscita, ma viene fermato da una frase detta tra i denti sporgenti: «Si è tutto ma a condizione che…».
Monti si risiede, lo fissa insistentemente. I secondi in quel momento sono eterni. Skorzeny ottenuta la sua attenzione elenca i punti cardini dell’operazione
«Appoggiamo l’intera operazione a condizione che vada a buon fine».
Silenzio intorno, il peso delle parole assume una rotondità nell’aria
«Avrete un solo tentativo, la data ve la comunicheremo nei prossimi giorni».
Strategia e luoghi comuni, c’è un intreccio, una specie di senso, ma anche la paura di non farcela. L’unica cosa non detta.
«L’esercito Americano, vigilerà sul vostro operato, se qualcosa non andrà per il verso giusto interverremo opponendoci e denunciandovi».
«A Largo di Malta quella sera ci saranno due nostre porta aeree se da lì partiranno mezzi e uomini, ritenetevi tutti ricercati».
«Il comandante Borghese sarà a capo dell’operazione, ma le decisioni spettano al gran Maestro che sarà in contatto diretto con Washington».
«I nemici dovranno essere eliminati in silenzio, dovrete per tanto creare un nuovo corpo di forze dell’ordine che dovrà agire nell’anonimato».
«La transizione dovrà avere, un politico, un uomo di fiducia che dovrà essere il garante dell’avvento della giunta militare che si insedierà».
«E credo che il gran maestro non opporrebbe resistenze».
«Quell’uomo che assumerà il ruolo di Presidente della Repubblica per gestire questo passaggio non può che essere lui».
Skorzeny prende fiato, fa un tiro… e poi dice il nome: «GIULIO ANDREOTTI»
martedì 14 aprile 2026
Torino 1996, la rapina degli uomini d oro
Al volante c’è Giuliano Guerzoni, 36 anni, originario di Strevi, in provincia di Alessandria, alto, attraente, con un fascino da playboy di provincia che gli ha guadagnato molte attenzioni tra le donne, ex camionista di Tir, ha un lato sognatore, scrive poesie di notte, immagina una vita lontana dalla routine, ma la realtà è diversa, una famiglia in crisi, debiti, la sensazione di essere intrappolato in un lavoro che lo soffoca. È lui il cervello del piano, da mesi studia i giri del furgone, gli orari, le procedure, sogna il Costa Rica, il mare, una vita nuova, quel giorno guida con il cuore che batte forte, sapendo che nel vano cassaforte, nascosto nel buio soffocante, c’è il suo amico di sempre.
Enrico Ughini, 40 anni, di Felizzano, è l’ex collega “baby pensionato” da pochi mesi, piccolo di statura, con un’aria furba e mani abili, anche lui ha una vita segnata da problemi economici, alimenti, pignoramenti, la frustrazione di anni passati tra bolle e sacchi, amico fraterno di Guerzoni, condivide con lui l’insoddisfazione profonda, è lui il “topo nel buio”, mentre il furgone, scortato dalla Polizia, fa il giro delle dieci sedi postali torinesi, Ughini suda nel vano posteriore, a ogni sosta apre i sacchi, sostituisce le mazzette di banconote con ritagli di giornale, fogli di libri scolastici e persino albi di Topolino, poi richiude tutto con filo di piombo e punzonatrice rubati in precedenza. È un lavoro di precisione, fatto nell’ombra, tra il rumore del motore e la paura di essere scoperti.A scendere dal furgone a ogni fermata, fingendo normalità, c’è Domenico Cante, 39 anni, di Bussoleno, in Val di Susa, cardiopatico, sposato, padre di una bambina di undici anni, ha l’aspetto dell’impiegato onesto, ma dentro cova un’ambizione silenziosa, è lo “scambista”, carica e scarica i sacchi, chiacchiera con le guardie, consegna a via Nizza anche due sacchi “assicurati” autentici che Ughini non è riuscito a sostituire del tutto, inventa una scusa per la bolla mancante, redige giustificativi di suo pugno.
Tutto sembra filare liscio, il giro finisce intorno alle 20.20, Guerzoni riporta il furgone al deposito senza scorta, fa scendere Ughini con i sacchi veri lungo la strada, e la giornata pare conclusa.
Ma c’è un quarto uomo che aspetta nell’ombra, Ivan Pietro Cella, 42 anni, di Susa, gestore della birreria “La Nuova Frontiera”, amico fraterno di Cante da una vita, socio in piccoli affari, è lui che ha procurato i passaporti falsi per la fuga programmata il giorno dopo. Non sale sul furgone, ma è parte integrante del piano, il contatto esterno, l’uomo pratico che deve aiutare a gestire il bottino.
Quella stessa sera, poco dopo le 21, i quattro si incontrano in un camper parcheggiato in un boschetto di Santa Petronilla, vicino a Bussoleno, a poche centinaia di metri da casa di Cante, i sacchi veri sono aperti, contanti e assegni per circa due miliardi e mezzo di lire (secondo alcune ricostruzioni fino a cinque miliardi tra valori vari), l’aria è carica di tensione, si parla di spartizione, di sogni diversi, le voci salgono, la discussione degenera rapidamente in lite per la divisione del bottino e per la fiducia reciproca, esce una pistola, due colpi, poi altri, Guerzoni e Ughini vengono uccisi, i corpi, ancora caldi, vengono avvolti, uno in un plaid, l’altro in un sacco a pelo, seppelliti in una fossa già preparata sotto un albero di nocciole.
lunedì 13 aprile 2026
Il grande Gomblotto della musica.....
Londra 1966 la pioggia martellava sul tettuccio della Jaguar, Paul McCartney uscì dal retro di Abbey Road con la sigaretta spenta tra i denti e il destino già segnato in inchiostro rosso fu una decapitazione da manuale, un camion fantasma lo centrò in pieno, la testa di Paul rotolò sull’asfalto come una palla da bowling ubriaca, mentre il corpo veniva infilato in un furgone senza targa che svanì nella nebbia, il vero Macca finì in una cassa refrigerata, al suo posto tornò un sosia con lo stesso sorriso sghembo e la voce da cherubino, ma negli occhi un vuoto grande come un canyon, il complotto aveva inciso il primo solco.
Parigi, luglio 1971, l’aria era densa di assenzio, sudore e paranoia da guerra fredda, Jim Morrison barcollò fuori dal Rock’n’Roll Circus con la camicia aperta fino all’ombelico, gli occhi da lucertola impazzita e il cuore che gli batteva come un tamburo voodoo, suo padre, l’ammiraglio George Morrison, gli aveva passato la soffiata quella mattina stessa «La CIA ti vuole morto, ragazzo. troppo libero, troppo bello, troppo pericoloso per il sistema». Jim non aspettò la dose mortale, fece una telefonata a certi amici nell’ombra, organizzò una messa in scena da film noir di serie B, corpo trovato nella vasca da bagno della Rue Beautreillis, schiuma, candele, overdose di eroina e alcol, certificato di morte firmato in fretta da un medico compiacente, funerale a porte chiuse con fiori di plastica e lacrime finte, mentre il mondo piangeva il Re Lucertola, Jim saliva su un aereo privato con documenti falsi e una valigia piena di contanti, un bisturi fantasma lo aspettava a Las Vegas, lo aprirono, lo rifecero, lo lucidarono, quando riemerse sotto i riflettori, non era più il poeta selvaggio che urlava The End, era Barry Manilow, voce di velluto da ascensore, sorriso da spot pubblicitario, che cantava Copacabana con la stessa bocca che una volta aveva invocato il fuoco e la notte, ilRe Lucertola era diventato il Re del Pianobar.
Il nastro del tempo girò con un cigolio da giradischi rotto,
Atlantic City, 23 giugno 2012. ultima data del tour Suck It and See, il Boardwalk puzzava di hot dog, sudore e sogni infranti, Alex Turner scese dal palco del Bader Field con la camicia fradicia e quel ghigno da teppista di Sheffield, la folla urlava ancora quando salì sulla macchina a noleggio per tornare in albergo, poi l’incidente, un ubriaco su una Pontiac tagliò la strada sull’autostrada deserta del New Jersey,l’auto si cappottò tre volte, il metallo urlò, il vetro esplose come popcorn, lo estrassero vivo, ma a pezzi, caricarono su un jet privato e lo portarono d’urgenza in una clinica segreta nel deserto del Nevada, uno di quei posti dove le star vanno a farsi ricucire quando il mondo non deve sapere, sotto i neon freddi che ronzavano come zanzare impazzite, i chirurghi lo ricostruirono pezzo per pezzo. Quando uscì, non era più il ragazzo grezzo di High Green, la voce era diventata velluto lounge, le chitarre si erano addormentate in un sogno da cocktail bar, le lyrics puzzavano di martini dry e rimpianti da hotel a cinque stelle,
Tranquility Base Hotel & Casino non fu un disco, fu la ricevuta dell’operazione, The Car la prova che scottava ancora sul cruscotto.
E ora, mentre la Jaguar nera sfreccia nella notte con a bordo un Paul senza testa, un Jim diventato Barry e un Alex ricucito come un vecchio cappotto, arriva il momento di spegnere la sigaretta, buttare il bicchiere dal finestrino e ammettere e dire come stanno le cose...
GOMBLOTTO!!
Ma la verità è così noiosa che se fosse una festa, arriverebbe sobria, con le ciabatte e un Tupperware di avanzi, e dopo dieci minuti tutti cercherebbero la scusa per filarsela...
Semplicemente un uno è passato a miglior vita e gli altri si sono evoluti.....
venerdì 10 aprile 2026
Recensioni a scoppio ritardato: Mauro c'ha da fare...
Immagina un tizio, Mauro Magazzino, trentenne con due lauree appese al muro come trofei di guerra persi, due pezzi di carta che valgono meno di un pacchetto di sigarette in un paesino del Sud Italia dove il massimo dell'ambizione è non farsi mangiare vivo dalle zanzare e dalle chiacchiere delle comari.
Mauro è incazzato nero, la fidanzata lo molla, il dottorato gli scappa come una puttana di lusso, i genitori lo guardano come se fosse un extraterrestre che si è dimenticato di tornare sul pianeta "lavoro vero" e lui? invece di spaccare tutto come un uomo normale, inizia a implodere dentro la sua stessa testa, l'intelligenza gli si rivolta contro come un serpente che si morde la coda, diventa un casino ambulante di ossessioni, monologhi mentali, gesti sempre più fuori controllo, è tipo un Forrest Gump siciliano sotto acido, ma senza la fortuna del cretino, qui la sfiga è chirurgica, precisa, crudele.
Il film ha pregi e difetti, regia a volte sembra fatta con il cellulare da un cugino al battesimo, il ritmo balla, un attimo ti fa ridere di pancia, quello dopo ti chiedi se non sia finita la pellicola, non è raffinato, grezzo, provinciale, un po' casereccio ed è questo il suo pregio.
Perché quando Mauro esplode, quando la follia prende il sopravvento e lui inizia a combattere la sua guerra personale contro un mondo che non gli dà spazio, il film diventa vivo, Carlo Ferreri (il protagonista) ci mette un'energia da animale in gabbia che ti resta addosso, è comico, è tragico, è patetico e allo stesso tempo eroico la fotografia degna del miglior Duccio Patanè.
Mauro c'ha da fare non ti racconta balle, non ti vende il sogno americano con i mandorli in fiore, ti sbatte in faccia la realtà di chi è troppo sveglio per un posto troppo stupido, e troppo incasinato per uscirne pulito, una commedia nera che sa di polvere, sudore e caffè amaro.
Non è un capolavoro, ha le pezze al culo e le battute che a volte sparano a salve, però s'è da promuovere, perché ha le palle di raccontare una sconfitta generazionale senza pietà e senza retorica, facendoti ridere mentre ti si stringe lo stomaco, un film zoppo, sudato, fuori di testa... ma onesto.
giovedì 9 aprile 2026
Distopia70 Episodio 4 (Di P.Lirangi -M.Maneggio -A.Moretti)
mercoledì 8 aprile 2026
Angine de Poitrine: Il Duo Mascherato che Ti Stringe il Cuore e Ti Spacca il Cervello
Uno impugna una chitarra a doppio manico che sembra costruita da un pazzo che odiava i semitoni, l’altro picchia sulla batteria come se volesse sfondare il pavimento dell’inferno.
E poi parte il suono, non è rock, è un pugno allo stomaco in 13/8, math rock che ti fa ballare e allo stesso tempo ti fa dubitare della tua sanità mentale, scale microtonali che ti entrano nel cranio come un coltello caldo, loop ossessivi che ti ipnotizzano, groove che ti fanno sudare freddo mentre il cuore accelera.
Benvenuto nel mondo di Angine de Poitrine, il fenomeno del momento, un nome che in francese significa esattamente “angina pectoris”, quella stretta al petto che ti avverte che stai per crepare, ti stringono, ti schiacciano, ti fanno pompare il sangue a ritmi impossibili… e tu ne chiedi ancora.
Formati intorno al 2019, Khn de Poitrine alla chitarra microtonale, ai loop e ai bassi distorti. Klek de Poitrine alla batteria, un rullo di tamburi che sembra uscito da un rituale voodoo futurista.
Nessuno sa i loro veri nomi, nessuno ha mai visto le loro facce vere, solo quelle maschere giganti di papier-mâché che li fanno sembrare creature uscite da un incubo dadaista e proprio per questo la gente impazzisce.
Un live su KEXP registrato a Rennes durante i Trans Musicales 2025 ha fatto il giro del mondo, milioni di visualizzazioni, Sold out in Europa e in Canada, l’album Vol. II appena uscito sta facendo tremare le classifiche underground e non solo, a gente parla di loro come dei nuovi Daft Punk… ma se i Daft Punk avesse sniffato math rock, King Gizzard, Primus e un po’ di Gentle Giant turco.
È rock sperimentale, ipnotico, asimmetrico, dissonante e stranamente danzabile ti fa muovere il corpo mentre il cervello cerca di capire che diavolo sta succedendo.
Le maschere sono il biglietto da visita, ma il suono è la lama vera, ti fa sudare, ti fa sentire vivo.
In un’epoca di playlist algoritmiche e canzoni tutte uguali, arriva questo duo mascherato dal freddo del Québec e ti spacca lo stereo con quarti di tono, ritmi dispari e un’energia che sembra venire da un altro pianeta. E tu? Tu non puoi fare a meno di premere play un’altra volta.
I concerti si esauriscono in ore, sui social nascono gruppi di fan che cercano di decifrare chi si nasconde dietro quelle facce di cartapesta,qualcuno dice che sono alieni, qualcuno dice che sono geni, probabilmente hanno ragione entrambi, durerà o la vitalità che va alla velocità della luce li ingurgiterò nel suo dimenticatoio.....
martedì 7 aprile 2026
Fuori Tempo, dentro l’acciaio
Era una di quelle che pulivano i ponti di volo, ingrassavano i carrelli degli F/A-18, controllavano che i missili non perdessero idraulico prima di essere scaricati sulla carne di qualcun altro, una ragazza del Texas, con le mani rovinate e gli occhi che un tempo avevano guardato il mare da una spiaggia vera, non da questa lamiera galleggiante che puzzava di impero in declino.
La guerra le faceva schifo, gliel’avevano detto chiaro: «Contribuisci alla pace», come se la pace si costruisse lanciando bombe da diecimila piedi, lei annuiva, firmava, incassava lo stipendio che serviva a pagare il mutuo della madre malata e il silenzio del padre che non parlava più da quando lei era partita,ma dentro, ogni notte, mentre la nave tagliava onde nere nel Golfo, sentiva la stessa nausea che provi quando ingoi un boccone andato a male e sai che non puoi vomitare.
Fuori tempo, tutto era fuori tempo.
Il mondo girava piano, come in un vecchio videoclip sgranato, mentre lei lucidava il muso di un aereo che il giorno dopo avrebbe sganciato morte su gente che non aveva mai visto, i ragazzi intorno ridevano troppo forte, bevevano birra tiepida nelle cuccette, mandavano foto ai figli con il pollice in su, «Papà difende la libertà», lei sorrideva amaro, si legava i capelli, e pensava che la libertà, quella vera, puzzava di cherosene e di bugie ben confezionate.
C’era un marinaio, uno di quelli con la faccia da attore fallito, che ogni tanto le si avvicinava sul ponte di poppa, quando il sole tramontava rosso sangue sull’orizzonte, le offriva una sigaretta e diceva «Un giorno torneremo a casa, Mary e tutto questo sarà solo un brutto film», lei tirava una boccata, guardava il mare che non restituiva niente, e rispondeva, «Casa? Quale casa? Questa baracca di ferro è l’unica che ci resta».
La canzone d’amore che doveva liberarli non arrivava mai, al suo posto c’erano solo gli altoparlanti che gracchiavano ordini, il rombo dei jet che decollavano uno dopo l’altro, e quel senso di essere tutti quanti sospesi, fuori sincrono, mentre il pianeta intero scivolava via dolcemente, fuori tempo.
Lei sapeva che non avrebbe cambiato niente, avrebbe continuato a stringere bulloni, a pulire macchie di olio, a fingere che il suo lavoro fosse “tecnico” e non parte di una macchina più grande che masticava vite per far girare gli affari di chi stava comodo a Washington o a Tel Aviv, ogni tanto, di notte, si chiudeva nel bagno delle donne, si guardava allo specchio crepato e sussurrava, «Dove cazzo è finita la canzone che ci salva?»
Ma non c’era risposta. Solo il ronzio dei generatori, il cigolio della nave che rollava, e il sapore amaro in gola che non se ne va mai.
E il mondo, là fuori, continuava a girare, lentamente, fuori tempo, fuori tutto.o
venerdì 3 aprile 2026
Black Celebration, 40 anni di orgia elettronica nella chiesa dell inferno.....
Quarant’anni fa, il 17 marzo 1986, i Depeche Mode sganciavano Black Celebration, un disco che suonava come un’orgia proibita in una cattedrale sconsacrata, con i sintetizzatori al posto dell’organo e il sangue al posto del vino. Non era più synth-pop per ragazzini con la cresta, era qualcosa di sporco, di adulto, di pericolosamente eccitante, Martin Gore aveva preso la penna e aveva iniziato a scrivere le cose che succedono quando le luci rosse si accendono e le maschere cadono, lussuria, colpa, dominio, sottomissione, morte che balla con il desiderio.
Dave Gahan, voce da angelo caduto in un bordello, ti fissa e ringhia «Let’s have a black celebration» non è un invito, è un ordine, entra, togliti i vestiti dell’anima e preparati a peccare senza redenzione.
«Fly on the Windscreen» ti sputa in faccia la mortalità con un ghigno: «Death is everywhere, There are flies on the windscreen» poesia da obitorio, dolce come il veleno. Poi arriva «A Question of Lust», e Gore, il cherubino pervertito del gruppo, ti confessa le sue fantasie più basse con una melodia così bella che ti senti in colpa solo per averla ascoltata. Sesso, paranoia, il brivido di non sapere se ti stanno amando o usando, classico Depeche, ti fa venire voglia di tradire e di confessarti subito dopo, nudo e tremante.
«Stripped» è pornografia industriale pura, quel riff meccanico che sembra un motore arrugginito in un vicolo bagnato, la voce di Dave che ti sussurra «Come with me, Into the trees» e nonostante tutto intorno a te sia cupo e minaccioso ti senti vivo più che mai.
«A Question of Time» che sa di avertimento senza via d uscita, il tempo stringe, baby, vendi l’anima o finisci in mezzo alla strada con le tasche vuote e il cuore a pezzi.
L’intero album è un sabba gotico dove sacro e profano si fottono senza pietà, prodotto da Daniel Miller e Gareth Jones con la mano ferma di Alan Wilder (il genio silenzioso che teneva in piedi la macchina), Black Celebration è il momento in cui i Depeche Mode smettono di essere bravi ragazzi e diventano una minaccia e quarant’anni dopo, il disco non ha perso un grammo di oscenità, suona ancora bagnato di pioggia berlinese, ancora lucido di sudore, ancora nero come il catrame che ti cola nelle vene.
Mettilo su stasera, spegni tutte le luci, versa qualcosa di forte e lascia che quei synth ti entrino sotto la pelle come una lama calda.
Perché Black Celebration non è solo un album, è una confessione senza prete,un’orgia elettronica nella chiesa dell’inferno....
mercoledì 1 aprile 2026
GRAVINA, IL RE DEL FUMO E DELLA POLTRONA INCOLLATA COL SUPERCOLLA
E lui? Gabriele Gravina.
Se ne sta lì, culo incollato alla poltrona presidenziale della FIGC come se fosse imbullonato con i chiodi da rotaia. Ton presidenziale da statista, voce impostata, sguardo da “io so cosa serve al sistema”. E cosa fa? Sproloquia. Vende fumo. Parla di riforme radicali che non vedremo mai, di tavoli di discussione, di sostenibilità, di riflessioni da fare al prossimo Consiglio federale.
Riforme un cazzo.
Mentre la Nazionale affoga nei playoff contro squadre che una volta avremmo umiliato a occhi chiusi, lui continua a galleggiare. Dimissioni? “Ci sono abituato”, dice con quel sorrisetto da politico di lungo corso. “Valuterà il Consiglio”. Traduzione: “State calmi, pezzenti, tanto io resto qua finché non mi cacciano con le pinze”.
Tre Mondiali di fila buttati nel cesso. Euro 2021 sembra un ricordo sbiadito di un’altra era, tipo quando avevamo ancora le palle, non schioda, utto confermato tranne i risultati sul campo.
Il calcio italiano è un cadavere che cammina, e Gravina è l’imbalsamatore che gli rifà il trucco dicendo “state tranquilli, il progetto è solido”. Progetti un par di palle. Qui c’è un sistema marcio fino al midollo: federazione ingessata, campionati che non cambiano mai, giovani che non emergono, dirigenti che pensano solo a salvarsi la sedia.
E lui, il Re del Fumo, continua a pontificare come se fosse il salvatore della patria. “Danno d’immagine”, “riflessioni ampie”, “gli altri sport sono dilettantistici”. Frasi da manuale del perfetto paraculo di potere.
Basta.
L’Italia del calcio merita di meglio di questo eterno incollato alla poltrona che parla, parla, parla e non combina un cazzo. Via Gravina. Via tutto il circo. Serve un reset brutale, con la fiamma ossidrica, non con un altro tavolo di “riforme” che finiranno nel cassetto come le precedenti.
Altrimenti continueremo a guardare i Mondiali in tv, mentre il presidente ci racconta che “il futuro è roseo” con quel tono da telepredicatore del pallone.
Fuori dai coglioni, Gravina. E porta con te il fumo che vendi da anni.
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