lunedì 20 aprile 2026

L ultima notte di Jeff Buckley...


Memphis, fine maggio 1997, caldo mortale, Jeff Buckley aveva trent’anni, un corpo magro da poeta rock, occhi che sembravano sempre guardare un po’ più in là del mondo normale e una voce che poteva farti venire i brividi anche solo sussurrando il tuo nome.

Viveva con il fantasma del padre, Tim Buckley, folk-singer morto troppo presto di overdose, madre che lo aveva cresciuto tra pianoforti e dischi di Led Zeppelin, Jeff aveva iniziato a suonare la chitarra a cinque anni, ma non aveva ereditato solo le corde vocali del vecchio, aveva preso il meglio e il peggio, la fame di bellezza, la voglia di distruggersi un po’, l’incapacità di stare fermo quando la musica gli entrava nelle vene.

A New York aveva spaccato tutto con Grace, quell’album del ’94 che sembrava uscito da un sogno bagnato di sesso, chiesa e whiskey. “Hallelujah” di Leonard Cohen diventata sua, più nuda e più sporca. “Lover, You Should’ve Come Over” che ti entrava nel petto e ti stringeva il cuore fino a farlo sanguinare. La gente parlava di lui come del nuovo messia del rock, voce da tenore che saliva in falsetto come Robert Plant sotto acido, vibrato che sembrava tremare di piacere e di dolore allo stesso tempo. 

Influenze? Nina Simone, Billie Holiday, Nusrat Fateh Ali Khan, Siouxsie Sioux, e sempre Zeppelin, cantava come se stesse facendo l’amore con il microfono, o come se lo stesse supplicando di ucciderlo.

Ma il successo lo aveva reso irrequieto, il secondo album non arrivava, troppa pressione, troppe aspettative, era a Memphis da qualche settimana, in quella città che puzza di blues, di fiume morto e di Elvis che ancora aleggia nei vicoli, aspettava la band da New York per cominciare a registrare sul serio, voleva qualcosa di più crudo, più vivo, più pericoloso.

Quella sera del 29 maggio, lui e Keith Foti, il roadie fidato, uno di quei tipi silenziosi che ti coprono le spalle anche quando stai per fare una stronzata epica, giravano da un’ora sul van cercando lo studio di prova, si erano persi, come capita quando non hai mappe e la testa piena di melodie che ancora non esistono, il caldo appiccicava la maglietta al petto, l’aria sapeva di asfalto bollente e di Mississippi vicino.

«Lascia perdere lo studio» disse Jeff all’improvviso, con quel sorriso storto da ragazzino che ha già visto l’inferno e ci vuole tornare a ballare, «Andiamo al fiume. Voglio nuotare.»

Keith lo guardò storto, «Jeff, è il Wolf River Harbor è un canale morto, acqua marrone piena di rami e spazzatura e tu hai gli stivali ai piedi, cazzo.»

Jeff rise, una risata bassa e rauca che sembrava già parte di una canzone, si tolse solo la giacca, Restò in t-shirt bianca appiccicata al torace magro, jeans neri stretti, e quei Doc Martens neri che non si levava mai, come se fossero parte del suo corpo, camminò all’indietro verso l’acqua nera, le braccia aperte come un crocifisso che sfida il diavolo, la testa rovesciata verso il cielo senza stelle.

Il fiume lo accolse subito, viscido, caldo, quasi osceno, quando l’acqua gli arrivò alla vita, Jeff si sdraiò sulla schiena e cominciò a nuotare piano, cantando a squarciagola il ritornello di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin la voce usciva pura, potente, fragile contro il rumore lontano delle chiatte e delle auto sul ponte,

«Way down inside… woman… you need… love!»

Era bellissimo da far male quel ragazzo con gli stivali che galleggiavano come due bare nere, la t-shirt bianca che diventava trasparente, i capelli bagnati incollati alla fronte. Rideva tra una strofa e l’altra, schizzava acqua verso Keith sulla riva, faceva il morto a galla come se il fiume fosse la sua vasca da bagno personale, sembrava immortale, uno che aveva deciso di scopare con il pericolo solo per sentire se era ancora vivo.

Sulla riva Keith aveva portato la radio e la chitarra, la musica gracchiava bassa, l’umidità faceva appannare tutto, Jeff nuotava da una quindicina di minuti, sempre cantando, sempre ridendo, quando arrivò il suono.

Basso, profondo, minaccioso,

un rimorchiatore o una chiatta che risaliva il canale, motore che faceva tremare l’aria come un tuono lontano.

Keith urlò: «Jeff! Spostati, cazzo! C’è una barca grossa!»

Jeff rise più forte, nuotò di lato con due bracciate lente, quasi pigre, salutando con la mano come se stesse salutando il pubblico di un concerto fantasma, La voce ancora alta, spezzata dall’acqua,

«Woman… you need…»

L’onda arrivò come una sentenza,

non era un’onda normale, era una muraglia d’acqua sporca, piena di rami spezzati, plastica, lattine schiacciate, tutta la merda che il Mississippi si porta dietro da sempre, colpì Jeff in pieno, lo sollevò, lo ribaltò, per un secondo Keith vide la t-shirt bianca sparire sotto la superficie nera, gli stivali che affioravano un’ultima volta come due mani che chiedono aiuto senza parole,poi più niente.

Solo il rumore del motore che si allontanava, indifferente, e l’acqua che tornava liscia, nera, silenziosa. Come se il fiume avesse aperto la bocca, avesse assaggiato quella voce magnifica e avesse deciso di tenersela per sempre.

Keith impazzì sulla riva fangosa, urlò il nome di Jeff fino a spaccarsi la gola, corse su e giù inciampando, cadendo in ginocchio nel fango. Chiamò aiuto con la voce rotta dal panico, le luci rosse e blu arrivarono, i sommozzatori si tuffarono nel buio, gli elicotteri tagliarono la notte con i fari potenti. Cercarono tutta la notte, cercarono il giorno dopo e per sei giorni.

Il 4 giugno un passeggero del battello turistico American Queen vide qualcosa incastrato tra i rami e le lattine, poco più a sud, un corpo gonfio, quasi irriconoscibile dopo una settimana nell’acqua calda lo identificarono dal piercing all’ombelico con la perlina viola e dallo smalto verde brillante su tre unghie dei piedi, ancora infilati dentro quegli stivali.

L’autopsia fu chiara, annegamento accidentale.

Quella fu l’ultima notte di Jeff Buckley, non sul palco, non in studio a partorire il capolavoro che tutti aspettavano,

ma in un canale sporco del Mississippi, vestito di tutto punto, a cantare a pieni polmoni come se il mondo fosse suo e il pericolo fosse solo un’altra strofa da improvvisare, il fiume aveva voluto tenerlo e se l’era preso, zitto e sporco, senza restituire nemmeno la voce....

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