mercoledì 28 ottobre 2026

50 anni di Febbre da Cavallo: L Immortalità di Mandrake e dei suoi segni compari..




Febbre da Cavallo non va celebrato come un film simpatico che ci fa compagnia, va celebrato come una leggenda popolare, come una di quelle opere che, quasi per errore (da film drammatico si trasformò in un pilastro della commedia Italiana) superano il proprio tempo e diventano più grandi dei loro autori.

Un film ambientato negli ippodromi degli anni Settanta, tre scommettitori senza una lira, una Roma che non esiste più, un mondo spazzato via dal tempo e nonostante tutto, è ancora qui, più vivo di tanti film moderni.

Più citato di opere che hanno vinto premi, più amato di successi costruiti a tavolino, perché quello che  Steno ha realizzato nel 1976 non è soltanto una commedia.

È una mitologia italiana....

Una storia di cavalieri senza cavallo, di re senza regno, di eroi senza vittorie, Mandrake, Pomata e Felice non hanno mai salvato il mondo, hnno fatto qualcosa di molto più difficile, sono entrati nel cuore degli italiani, dimostrando che si è vincenti anche quando si è perdenti...

Oggi, sono scomparsi gli ippodromi pieni di appassionati, le cabine telefoniche, le ricevitorie fumose, i bar dove nascevano strategie destinate al fallimento dopo pochi minuti, eppure basta una scena, basta sentire la voce di Proietti, basta vedere lo sguardo stralunato di Montesano, basta una mandrakata e il tempo si ferma, non stiamo più guardando un vecchio film, stiamo tornando a casa.

Cinquant'anni dopo, Mandrake continua a correre, corre nella memoria di chi vide il film al cinema nel 1976, corre nelle repliche consumate in televisione, corre nelle battute tramandate da una generazione all'altra, corre in un'Italia che è cambiata mille volte senza riuscire a lasciare indietro questi personaggi, perché ci sono film che invecchiano, ci sono film che resistono e poi ci sono film che diventano leggenda e Febbre da Cavallo appartiene a quest'ultima categoria e mentre mezzo secolo passa al galoppo, Mandrake, Pomata, Felice e il genio di Steno restano lì, fermi sulla linea di partenza.

Eternamente pronti per un'altra corsa, eternamente convinti che il colpo grosso sia dietro l'angolo e forse è proprio questo il loro segreto, non hanno mai smesso di sognare e nemmeno noi, quando li guardiamo.


 

lunedì 26 ottobre 2026

Brasile e Serbia le crepe nel muro....


 C'è un rumore che attraversa il mondo, non arriva dai palazzi del potere, ma dalle strade, dalle piazze, dalle persone che continuano a resistere quando tutto sembra spingere nella direzione opposta.

In Brasile, tra passioni politiche, tensioni sociali e battaglie per la democrazia, una parte della società continua a difendere l'idea che il futuro non debba essere consegnato alla paura, all'autoritarismo e alla semplificazione permanente della realtà, si Bolsonaro Jr non riconosce il voto, ma è la brutta copia del Gennaio Americano del 2021...

In Serbia, questa resistenza assume spesso contorni ancora più epici, studenti, lavoratori, cittadini comuni hanno mostrato che la resilienza non è una parola da conferenza, ma un gesto quotidiano, ogni manifestazione, ogni voce che rifiuta il silenzio, ogni richiesta di giustizia diventa una crepa nel cemento dell'indifferenza.

Viviamo in un'epoca in cui sembra prevalere l'idea di un mondo sempre più destrorso, chiuso, diffidente verso l'altro, alimentato da slogan semplici per problemi complessi, eppure, proprio nei luoghi dove la pressione è più forte, emergono anticorpi democratici inattesi.

Il Brasile e la Serbia raccontano la stessa storia, quella di donne e uomini che non accettano di essere soltanto spettatori, persone che scelgono di restare in piedi mentre il vento soffia contro.

Forse la vera rivoluzione non è gridare più forte, forse è continuare a esistere, a lottare e a sperare quando tutto invita alla rassegnazione.

Perché ogni epoca ha i suoi imperi, le sue paure e i suoi conformismi, ma ha sempre chi resiste, e nelle notti più lunghe, sono loro ad accendere i fuochi che indicano la strada.

venerdì 23 ottobre 2026

Gorillaz Story Ep.1: Fase 1 quattro disastri in cerca di guai (1998-2001)



Ci sono band che nascono in un garage, i Gorillaz nascono da un incidente stradale, una possessione demoniaca, un bassista con l'intelligenza di un tostapane e una ragazza che potrebbe prenderti a pugni senza smettere di masticare chewing gum.

Benvenuti all'inizio della storia....

Prima degli album milionari, prima delle collaborazioni leggendarie, prima di diventare il gruppo virtuale più famoso del pianeta, c'erano solo quattro casi umani...

Murdoc Nicccals, il criminale che si autoproclama genio, se i Gorillaz hanno un padre, allora hanno seri problemi familiari, Murdoc Faust Niccals è un delinquente, un manipolatore, un narcisista patologico e probabilmente l'unico uomo al mondo che considera una denuncia penale un risultato professionale, nasce da una famiglia disastrata e cresce sviluppando due passioni, il basso elettrico e il comportamento antisociale, è onvinto di essere destinato alla gloria, il problema è che nessuno sembra accorgersene, così decide di costruirsi da solo una band, non cerca amici, non cerca compagni, cerca strumenti umani da utilizzare

Il primo della lista è Stuart 2D, il cantante con la voce da fantasma intrappolato in una cabina telefonica, prima di diventare 2D si chiamava Stuart Pot, gestiva tranquillamente un negozio di tastiere, poi nella sua vita arriva Murdoc, e la sua esistenza prende una piega decisamente meno salutare,il  primo incidente avviene quando Murdoc sfonda la vetrina del negozio con un'auto rubata, risultato, Stuart perde un occhio, il secondo incidente è ancora più assurdo, Murdoc investe nuovamente Stuart, sì lo investe una seconda volta, aquel punto entrambi gli occhi diventano completamente neri, da qui il soprannome "Two Dents", poi abbreviato in 2D, la sua voce è una delle caratteristiche più particolari dell'universo Gorillaz, non ha il tono aggressivo di una rockstar, sembra il suono di qualcuno che sta osservando il mondo da dietro un vetro sporco fragile, sognante e a volte spaesato, come una telefonata proveniente da un'altra dimensione, ed è proprio questa stranezza che rende i Gorillaz immediatamente riconoscibili.

Poi c' è la chitarrista dimenticata, Paula Cracker, molti fan nuovi nemmeno sanno chi sia, eppure all'inizio era lei la chitarrista ufficiale della band, la sua carriera nei Gorillaz dura poco,molto poco, perché Murdoc la sorprende in atteggiamenti decisamente troppo amichevoli con 2D, Murdoc va fuori di testa, Paula viene cacciata, fine della storia, uno dei licenziamenti più rapidi della storia del rock virtuale, ma senza quel tradimento non sarebbe mai arrivata la persona destinata a cambiare tutto, ovvero Noodle..

Nel 1998 ai Kong Studios viene consegnata una cassa enorme proveniente dal Giappone, la aprono, dentro c'è una bambina, la prima parola che pronuncia è "Noodle."

Fine delle spiegazioni...

Per mesi nessuno sa chi sia realmente, da dove venga, chi l'abbia mandata perché sia una musicista fenomenale, le sue origini sembrano uscite da un thriller paranoico, addestramento militare, memorie cancellate, programmi segreti, messaggi nascosti, ma nella Fase 1 tutto questo è ancora avvolto nel mistero....Per ora è semplicemente la nuova chitarrista, piccola, silenziosa e infinitamente più intelligente degli altri tre messi insieme.

Alla batteria, Russel Hobbs, l'uomo che ospita i fantasmi dell'hip hop, Russel è il pilastro mentale della band, l'unico che sembri avere una vaga idea di cosa sia il buon senso, daa ragazzo viene posseduto dagli spiriti dei suoi amici morti, detta così sembra una leggenda urbana, nell'universo Gorillaz è biografia ufficiale, attraverso di lui entrano nei Gorillaz tutte le influenze hip hop, le voci, i beat, le collaborazioni, le anime musicali che accompagneranno il gruppo per tutta la sua storia, mentre Murdoc crea problemi e 2D si perde nei suoi pensieri, Russel è quello che impedisce alla baracca di esplodere, almeno il più delle volte.

Infine lo studio di registrazione, I Kong Studios, dimenticate Abbey Road, dimenticate gli studi eleganti, i Gorillaz vivono ai Kong Studios, un enorme edificio infestato nel cuore dell'Essex, un posto che sembra uscito da un film horror girato da qualcuno sotto effetto di caffeina e cartoni animati, ci sono corridoi infiniti, sale chiuse, rumori inspiegabili, stanze che nessuno visita, fantasmi, leggende, segreti, i Kong Studios non sono un semplice quartier generale, sono il quinto membro della band, ogni stanza racconta una storia, ogni porta nasconde qualcosa e nei primi anni diventano il cuore assoluto della mitologia Gorillaz.

Nel 2001 il debutto esce "Gorillaz", molti pensano che sia una trovata pubblicitaria, un giocattolo, un esperimento, un cartone animato che durerà una stagione, commettono tutti lo stesso errore, sottovalutano Damon Albarn e Jamie Hewlett, l'album è un miscuglio apparentemente impossibile, rock,dub, hip hop, trip hop, pop, elettronica e punk, tutto viene frullato insieme fino a creare qualcosa che non assomiglia a nessun'altra band del periodo.

Le storie dell' album da Re-Hash l inizio del viaggio,sembra quasi una trasmissione radio proveniente da un universo parallelo, una dichiarazione d'intenti, benvenuti nel mondo Gorillaz, nulla sarà normale.

Per passare a 5/4 , una canzone sporca e caotica, praticamente la definizione musicale di Murdoc, disordine, rumore, attitudine punk, come una rissa trasformata in melodia.

Tomorrow Comes Today, forse il primo vero manifesto dei Gorillaz, città grigie, solitudine, persone che si sentono scollegate dal mondo, la voce di 2D sembra galleggiare sopra tutto come un fantasma urbano.

Clint Eastwood è il colpo che cambia tutto, Russel viene posseduto dallo spirito di Del The Funky Homosapien, i fantasmi tornano,.l'hip hop invade la narrazione e all'improvviso il mondo intero scopre i Gorillaz...

"I anni happy, I'm feeling glad."

Una frase che riassume perfettamente l'intero DNA della band, malinconia e divertimento nello stesso istante.

Rock The House altra faccia della medaglia, un'esplosione di groove, f follia e ironia, cartoni animati che improvvisamente sembrano più vivi di molte band reali.

Latin Simone, uno dei momenti più sottovalutati della loro storia, dietro i colori e le gag c'è già quella malinconia profonda che diventerà il marchio di fabbrica dei Gorillaz.

Alla fine della Fase 1 succede qualcosa che nessuno aveva previsto, I Gorillaz smettono di essere personaggi inventati, diventano reali, non perché esistano davvero, ma perché milioni di persone iniziano a credere nelle loro storie, Murdoc, 2D, Noodle e Russel non sono più mascotte, soono protagonisti, hanno una casa, hanno un passato, hanno segreti, hanno nemici e hanno appena pubblicato un album che li ha fatti uscire dall'ombra.

La leggenda è iniziata, e nella Fase 2 il gioco diventerà molto più oscuro, perché dietro i sorrisi, i cartoni e i videoclip geniali sta arrivando qualcosa chiamato "Demon Days" e nessuno dei quattro ne uscirà davvero uguale a prima.

giovedì 22 ottobre 2026

Non Chiamateli Tesppisti...

 


Da anni ci raccontano i giovani soprattutto quando sbagliano, un video di pochi secondi, una vetrina rotta, una rissa in qualche grande città finiscono per occupare pagine, aperture di telegiornali e dibattiti indignati, così si costruisce facilmente il racconto di una generazione smarrita, violenta, irresponsabile.

Molto più raramente, invece, si accendono i riflettori quando migliaia di studenti decidono di alzarsi dalle sedie, scendere in piazza e difendere democraticamente il proprio diritto al futuro è successo oggi a Cosenza, dove migliaia di ragazze e ragazzi hanno manifestato civilmente il proprio dissenso verso un mondo che sembra offrire loro sempre meno prospettive e sempre più precarietà.

Eppure queste immagini difficilmente fanno notizia, perché la rabbia composta non vende quanto il disordine, la partecipazione non attira quanto lo scontro, la consapevolezza non genera gli stessi titoli della paura, e soprattutto non fa il gioco di chi ci governa e tiene l informazione per le palle.

Si preferisce spesso prendere il comportamento di pochi e trasformarlo nel ritratto di un'intera generazione, si fa di tutta l'erba un fascio, un fascio, verrebbe da dire, particolarmente caro a certe latitudini culturali e politiche quando c'è da delegittimare il dissenso anziché comprenderne le ragioni.

Lo stesso copione lo abbiamo già visto con agricoltori e autotrasportatori, proteste civili, determinate e resilienti, archiviate troppo in fretta come problemi di ordine pubblico o come movimenti da guardare con sospetto, e se tutto questo accade al Sud, la generalizzazione sembra diventare ancora più semplice.

La verità è che una democrazia non dovrebbe temere chi manifesta, dovrebbe temere il giorno in cui nessuno avrà più la forza o la speranza di farlo.

Per questo, mentre il mondo sembra andare sempre più a rotoli, forse dovremmo imparare a diffidare delle narrazioni confezionate su misura, guardare oltre i titoli, oltre i frame selezionati ad arte, oltre l'indignazione a comando. 

Perché il problema non sono i giovani che scendono in piazza per difendere il proprio futuro, il problema è una società che rischia di accorgersi della loro voce solo quando qualcuno prova a zittirla. 

mercoledì 21 ottobre 2026

Scenario Inquietante....




 Facciamo finta che il film sia già stato scritto, Giorgia Meloni rivince, non stravince, perché dall'altra parte non c'è una proposta capace di accendere l'immaginazione del Paese, la destra resta al governo, ma la coalizione che l'ha portata fin lì è più fragile di quanto sembri, la Lega continua a perdere pezzi e identità, Forza Italia vive di rendita e, intanto, poco alla volta, cresce l'ombra di Vannacci.

Non serve che vinca subito, anzi, non vincerà subito.....

Gli basta aspettare.....

Aspettare che il secondo governo Meloni si consumi contro la realtà, un'economia che galleggia senza slancio, servizi pubblici che arretrano, potere d'acquisto eroso, costi dell'energia e dei carburanti sempre più pesanti, giovani che partono, salari inchiodati e un debito che continua a gravare sul paese come un macigno, il consenso si logora, gli alleati litigano, la macchina comincia a perdere colpi.

A quel punto arriva il secondo atto....

La destra non riesce più a governare e il Paese consegna le chiavi a un governo tecnico, sostenuto da una maggioranza trasversale con dentro tutto e il contrario di tutto, una coalizione enorme, tenuta insieme più dalla paura della destra che da una visione comune.

Quando un governo nasce così, spesso finisce peggio, passano mesi, forse un anno,dite di no? Mi sa che sono stato ottimista....

Cominciano i distinguo, i veti, i ricatti politici, i compromessi che non accontentano nessuno, il paese continua a peggiorare e quel grande mappazzone di forze incompatibili tra loro non funziona.

È lì che si apre la porta...

Non con i carri armati, non con i colpi di Stato, nel ventunesimo secolo le derive autoritarie raramente arrivano facendo rumore, arrivano in silenzio, A
attraverso la stanchezza, attraverso la rabbia, attraverso milioni di persone che, a un certo punto, iniziano a pensare che la democrazia sia soltanto una discussione infinita che non porta da nessuna parte.

Ed è in quel vuoto che personaggi come Vannacci possono trasformarsi da fenomeni politici a forza di maggioranza.

Prima come risposta al caos, poi come cura alla confusione ed nfine come uomo forte che promette ordine, disciplina e decisioni rapide a un paese esasperato da anni di governi incapaci di scegliere una direzione.

È questo lo scenario inquietante....

Non Vannacci oggi, ma Vannacci domani, non l'evento, ma la traiettoria, non la vittoria improvvisa, ma la lenta costruzione di un consenso alimentato dagli errori, dalle debolezze e dall'inconsistenza degli avversari.

Per evitarlo non basta indignarsi sui social o evocare continuamente il pericolo fascista, serve credibilità, serve etica, serve tornare a sporcarsi le mani nella realtà.

La sinistra dovrebbe smetterla di passare il tempo a sbranarsi per la leadership e a regolare conti interni, dovrebbe costruire un programma serio, tornare nelle strade, nei quartieri popolari, nei luoghi di lavoro, tra chi non arriva a fine mese, dovrebbe abbandonare circoli, correnti e alchimie di palazzo che interessano soltanto a chi le frequenta.

Dovrebbe osare di più...

Avere più coraggio....

Esprimere una leadership forte, riconoscibile, capace di parlare una lingua comprensibile anche fuori dalle proprie stanze, perché se non sarà capace di dare una risposta alla rabbia che attraversa il paese, prima o poi quella rabbia troverà qualcun altro disposto a cavalcarla.

E quando accadrà, sarà inutile domandarsi dove abbiamo sbagliato, le crepe erano già nei muri, i segnali erano già sotto gli occhi di tutti.

Bisognava soltanto avere il coraggio di tornare a dire, e soprattutto a fare, qualcosa di sinistra.....

lunedì 19 ottobre 2026

Aron Ralston: 127 Ore tra la Roccia e l'Inferno

 



Ci sono giorni in cui il destino bussa alla tua porta. E poi ci sono giorni in cui ti schiaccia il braccio sotto una montagna.

Maggio 2003, lo Utah ha il colore della polvere e della morte,  canyon profondi, rocce rosse come sangue secco e silenzio, e un silenzio che sembra aspettare qualcosa, Aron Ralston è uno di quelli che sfida il vuoto per hobby, ventisette anni, fisico atletico, spirito libero, uno che guarda una parete verticale e pensa "Perché no?"

Prende il suo zaino e parte per una solitaria escursione nel Blue John Canyon, errore numero uno, non dice a nessuno dove sta andando, secondo errore, poco dopo mezzogiorno si infila in uno stretto passaggio tra le rocce, un movimento, un rumore sordo...

Un masso da oltre 300 chili si stacca e precipita,Il tempo si ferma, quando ricomincia a scorrere, il suo braccio destro è incastrato tra la parete del canyon e la pietra...

Fine della fuga e inizio dell'incubo....

Aron tira, spinge, urla, bestemmia, la roccia non si muove, il sole cala e il canyon diventa una tomba fredda, ha poca acqua, qualche snack e una videocamera, nessuno sa dov'è, nessuno verrà a cercarlo...

Il secondo giorno lee dita iniziano a gonfiarsi, il dolore diventa un animale rabbioso che vive nel suo braccio, prova a scavare, prova a rompere la pietra, prova a liberarsi usando gli attrezzi del suo coltellino,niente, la montagna vince ogni round.

Il terzo giorno, la sete inizia a parlare, il corpo si svuota, le energie evaporano, Aron registra messaggi video per la famiglia, parla ai genitori come se fosse già un fantasma, non sa se qualcuno vedrà mai quei filmati, ma continua a registrare, perché quando tutto è perduto, lasciare una traccia è l'ultima forma di ribellione.

Il quarto giorno l'acqua finisce, ogni goccia diventa un ricordo, le labbra si spaccano, la mente vaga, il canyon sembra stringersi intorno a lui è solo,completamente solo.

Il quinto giorno, la morte non fa più paura, diventa un'idea concreta, una presenza seduta accanto, Aron comincia ad accettare quello che sembra inevitabile, poi accade qualcosa, una visione, immagina un bambino, suo figlio, un figlio che ancora non esiste la lo vede correre, lo vede ridere, capisce che non può morire lì, non ancora..

A quel punto resta un'unica possibilità, una possibilità folle, disumana, terrificante, liberarsi da solo, il coltellino che possiede è economico, quasi un giocattolo ma è l'unica arma disponibile, per prima cosa rompe le ossa del braccio intrappolato sfruttando una leva improvvisata.

Poi inizia il lavoro più mostruoso, taglia piano concentrato, determinato, sa che ogni secondo potrebbe essere l'ultimo, sa che l'alternativa è morire, dopo ore di sofferenza indicibile riesce a liberarsi, dopo 127 ore di prigionia è di nuovo vivo.

Ma la storia non è finita, Aron è disidratato, sta perdendo sangue è solo nel mezzo del nulla,deve ancora percorrere chilometri di canyon, deve persino scendere una parete verticale, con un solo braccio, contro ogni probabilità ci riesce quando incontra alcuni escursionisti, il suo aspetto è quello di un uomo tornato dall'inferno....

Poco dopo arrivano i soccorsi, il resto è storia.

Anni dopo la sua vicenda diventa il film *127 Hours* diretto da Danny Boyle con James Franco nel ruolo di Aron, ma nessuna cinepresa può davvero raccontare cosa significhi essere intrappolati per cinque giorni sapendo che nessuno verrà a salvarti.

La storia di Aron Ralston non parla soltanto di sopravvivenza, parla della volontà umana portata oltre il limite, parla di quella voce che resta accesa quando tutto il resto si spegne, forse è proprio per questo che continua a colpirci, perché, nel profondo, tutti abbiamo un masso che ci tiene bloccati.

La differenza è che pochi trovano il coraggio di prendere il coltello e tagliare ciò che li sta uccidendo.

venerdì 16 ottobre 2026

Napster si, Gaza no: la contraddizione di James Hetfield....



Ci sono delusioni che fanno più rumore di una critica, per chi, come me, ha sempre apprezzato la musica dei Metallica, una di queste delusioni è sentire affermare che gli artisti dovrebbero limitarsi a intrattenere e lasciare fuori dai concerti temi come la guerra, i diritti umani o le tragedie che colpiscono interi popoli, per questo, certe posizioni, di certi personaggi che non ti aspetti, deludono.

Perché la musica non è mai stata soltanto intrattenimento, la musica è stata protesta, denuncia, solidarietà, coscienza collettiva, la musica ha accompagnato i movimenti per i diritti civili degli anni Sessanta, ha raccontato l'orrore delle guerre, ha dato voce agli emarginati, ha contribuito a raccogliere fondi e attenzione per emergenze umanitarie attraverso eventi come il Live Aid.

Nessuna canzone cambia il mondo da sola, sarebbe ingenuo pensarlo, ma la musica può cambiare le persone, e le persone possono cambiare il mondo, per questo faccio fatica a comprendere le critiche rivolte agli artisti che scelgono di prendere posizione durante i loro concerti, quando un musicista usa il palco per parlare di una guerra, di un genocidio, di una popolazione che soffre, non sta necessariamente facendo propaganda, sta esercitando un diritto fondamentale, quello di esprimere una coscienza.

Penso al caso di artisti che hanno manifestato solidarietà verso il popolo palestinese e che, per questo, si sono ritrovati al centro di polemiche, esclusioni e campagne di delegittimazione, si può essere d'accordo o meno con le loro opinioni, ma il principio dovrebbe essere lo stesso per tutti, la libertà di esprimersi non vale soltanto quando il messaggio ci piace.

Ed è qui che noto una contraddizione difficile da ignorare, quando i Metallica combatterono la loro battaglia contro Napster, all'inizio degli anni Duemila, non si limitarono a suonare e basta, presero una posizione pubblica, forte, divisiva, intervennero nel dibattito, denunciarono quello che ritenevano un torto, cercarono di sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema dei diritti d'autore e del valore del lavoro artistico.

Era una questione che li riguardava direttamente, certo, ma nessuno disse loro di stare zitti e limitarsi a suonare, nessuno sostenne che la musica dovesse restare fuori dalla politica, dall'economia o dalle questioni sociali.

Perché allora questo principio dovrebbe valere soltanto quando il problema riguarda noi stessi?

Se è legittimo alzare la voce quando sono in gioco i propri diritti economici, dovrebbe esserlo anche quando si parla di bambini sotto le bombe, di popolazioni in fuga, di vite spezzate dalla guerra.

Mi riesce difficile accettare l'idea che la sensibilità sia selettiva, che sia giusto parlare quando il problema ci tocca personalmente e sbagliato farlo quando riguarda qualcun altro.

La verità è che ogni scelta è politica, anche il silenzio....

Chi sale su un palco e decide di parlare compie una scelta, ma la compie anche chi decide di non farlo, e nessuna delle due dovrebbe essere imposta agli artisti, non pretendo che ogni musicista diventi un attivista, non pretendo che ogni concerto si trasformi in un comizio, pretendo soltanto coerenza, perché la musica che amo mi ha insegnato a pensare, non soltanto a divertirmi, mi ha insegnato a farmi domande, a mettere in discussione ciò che appare scontato, a non restare indifferente, ed è forse per questo che oggi, da ammiratore  dei Metallica, mi sento più amareggiato che arrabbiato.

Perché da una band che ha sempre rappresentato libertà, forza e ribellione, avrei voluto sentire una difesa della libertà di espressione, anche quando quella libertà riguarda idee che non condividono, la musica non deve per forza cambiare il mondo, ma non dovrebbe mai smettere di provare a illuminarne le contraddizioni.

giovedì 15 ottobre 2026

Storie di Sport: quando il DTM era quasi più della Formula Uno




C'è stato un momento, tra gli anni Ottanta e Novanta, in cui la Formula Uno guardò negli specchietti retrovisori, e quello che vide non le piacque....
Dietro, a fari accesi e piede affondato sull'acceleratore, stava arrivando il DTM.

Niente champagne servito nei salotti buoni, niente principesse nel paddock, niente monoposto che sembravano astronavi, solo lamiere, lamiere tedesche, Inglesi e Italiane, lamiere che si prendevano a sportellate davanti a centinaia di migliaia di spettatori impazziti, era il motorsport più sincero d'Europa, e faceva paura....

Negli anni Ottanta il DTM era una specie di pub malfamato frequentato da giganti, Mercedes, BMW, Ford, Opel, nessuno andava lì per fare colpo, si andava per combattere, le gare erano una rissa organizzata con tanto di cronometro, nessuno regalava un centimetro, i sorpassi si costruivano con il coraggio, non con il pulsante di qualche artificio elettronico.

I piloti erano uomini duri, quelli che scendevano dall'auto sudati, pieni di lividi e con lo sguardo di chi aveva appena partecipato a una battaglia medievale, poi arrivarono gli italiani e la festa tedesca finì....Nel 1993 l'Alfa Romeo si presentò ai cancelli del DTM come un pistolero che entra in città senza nemmeno rallentare il passo, la 155 V6 TI sembrava uscita da un laboratorio segreto, bellissima, aggressiva, rumorosa e terribilmente veloce, un'Alfa Romeo che andava in Germania a sfidare Mercedes e BMW sul loro terreno, già questo sarebbe stato un azzardo.

Vincere era quasi un insulto, e invece arrivò lui Nicola Larini, un toscano dal piede pesante e dall'aria tranquilla, uno di quelli che ti sorridono prima di portarti via tutto, Larini trasformò il campionato in una specie di occupazione italiana su suolo tedesco.

Gara dopo gara, curva dopo curva, vittoria dopo vittoria, le tribune tedesche si riempivano, i tifosi Mercedes brontolavano, i dirigenti iniziavano a innervosirsi e il V6 Alfa urlava sempre davanti, sempre più forte, sempre più fastidioso per chi era convinto che il DTM dovesse avere una sola lingua ufficiale.

Il bello è che non c'era soltanto Larini, c'era Alessandro Nannini, una figura che sembra scritta da uno sceneggiatore americano ubriaco, un pilota che aveva visto la Formula Uno, aveva guardato in faccia la tragedia dopo l'incidente in elicottero e aveva deciso che non era ancora finita, Nannini non correva, combatteva, ogni staccata raccontava una storia, ogni sorpasso sembrava un regolamento di conti, era  il genere di pilota che gli appassionati adorano perché non appare costruito.

Il DTM di quegli anni era pieno di personaggi così, Schneider, Ludwig, Cecotto, Reuter, gente che oggi meriterebbe film interi e che invece spesso viene ricordata solo da chi c'era. Nel frattempo la Formula Uno continuava a essere il re ufficiale del motorsport, ma nelle tribune, nei bar e nelle riviste specializzate cominciava a circolare una domanda fastidiosa...

"E se il vero spettacolo fosse da un'altra parte?"

Perché il DTM aveva qualcosa che la Formula Uno stava lentamente perdendo, era il caos, quello vero, quello che non puoi scrivere nei regolamenti, quello che nasce quando piloti affamati guidano auto mostruose davanti a un pubblico che vuole sangue sportivo e non relazioni tecniche.

Poi arrivò la politica, arrivarono i regolamenti, i costi, arrivarono le scrivanie e quando arrivano le scrivanie, generalmente finiscono le rivoluzioni, il  DTM diventò sempre più sofisticato sempre più costoso, più difficile da sostenere, la FIA parlava di armonizzazione, di sviluppo, di futuro, parole eleganti, ma per molti tifosi significavano una cosa molto semplice, il giocattolo si stava rompendo e quando finalmente si ruppe, la Formula Uno tornò sola sul trono.

Forse era inevitabile, forse no,ma ancora oggi, quando un appassionato sente il suono di un'Alfa 155 V6 TI, gli torna in mente un pensiero....

Per qualche anno il motorsport più spettacolare del mondo non correva a Montecarlo, correva a Hockenheim e parlava anche italiano.....


 

mercoledì 14 ottobre 2026

La grande truffa dei Milli Vanilli: chi ha pagato per gli errori degli altri


Ci sono storie che, a distanza di decenni, continuano a dividere l'opinione pubblica, quella dei Milli Vanilli è una di queste.

Per molti rappresentano la più grande frode della storia del pop, per altri sono il simbolo di un'industria musicale capace di costruire un successo artificiale e poi di scaricare ogni responsabilità su chi era meno potente.

Se conoscete soltanto la versione superficiale della vicenda, vi consiglio di vedere il documentario Milli Vanilli, realizzato molto bene e capace di raccontare non soltanto lo scandalo, ma anche il contesto umano che si nasconde dietro una delle pagine più controverse della musica moderna.

Alla fine degli anni Ottanta il produttore tedesco Frank Farian, già famoso per il caso dei Boney M., decide di creare un nuovo fenomeno musicale, la formula è semplice, canzoni accattivanti, immagine perfetta e due ragazzi dal grande carisma visivo.

I prescelti sono Rob Pilatus e Fab Morvan.

Il problema? le voci che si ascoltano nei dischi non sono le loro, le canzoni vengono registrate da cantanti professionisti rimasti nell'ombra mentre Pilatus e Morvan diventano il volto pubblico del progetto, partecipano ai videoclip, alle interviste, ai concerti abilmente truccati con il playback e diventano rapidamente star mondiali.

L'operazione funziona oltre ogni aspettativa, la narrativa ufficiale racconta che i due ragazzi hanno ingannato il mondo intero,ma è davvero andata così?il documentario evidenzia una questione fondamentale: l'intero progetto era stato ideato e costruito da Frank Farian e da un sistema industriale che aveva interesse a mantenere il segreto,

Rob e Fab non erano i produttori, non erano i proprietari dell'etichetta e non controllavano il progetto, erano l'elemento più visibile e proprio per questo, quando la verità venne a galla, furono anche il bersaglio perfetto.

Nel 1990 tutto esplode, dopo mesi di sospetti e indiscrezioni, Farian ammette pubblicamente che i due non hanno cantato nei dischi, il successo si trasforma in umiliazione pubblica, il Grammy Award viene revocato, i media si scatenano e quello che era stato un fenomeno musicale mondiale diventa improvvisamente una barzelletta internazionale.

Ma qui emerge l'aspetto più inquietante della storia, molti dei professionisti che avevano beneficiato economicamente del progetto prendono le distanze, l'industria che aveva contribuito a costruire il mito dei Milli Vanilli sembra improvvisamente scomparire, lasciando Pilatus e Morvan da soli di fronte a milioni di persone indignate, Oggi probabilmente parleremmo di "shitstorm globale", all'epoca non esistevano i social network, ma giornali e televisioni riuscirono comunque a trasformare i due artisti nel simbolo assoluto della menzogna.

Il giudizio pubblico fu spietato, per anni Rob e Fab vennero derisi, ridicolizzati e trattati come gli unici responsabili di una truffa che in realtà coinvolgeva molte più persone, la domanda che il documentario lascia aperta è semplice, furono davvero gli autori dell'inganno o soltanto il volto sacrificabile di un meccanismo molto più grande?

Naturalmente i due hanno una parte di responsabilità, accettarono di interpretare un ruolo e di mantenere il segreto,ma è difficile ignorare il fatto che il progetto fosse stato creato, pianificato e controllato da professionisti con molto più potere decisionale.

Frank Farian è stato l'architetto dell'operazione, eppure, nella memoria collettiva, il suo nome viene ricordato molto meno rispetto a quello dei due ragazzi finiti sulle copertine di tutto il mondo.

È una dinamica che si ripete spesso quando un sistema fallisce, la colpa ricade quasi sempre sui volti più esposti.

Rivedere oggi il caso Milli Vanilli significa andare oltre il semplice scandalo musicale è una storia che parla di manipolazione dell'immagine, di potere nell'industria dell'intrattenimento, di responsabilità distribuite e di come l'opinione pubblica abbia bisogno di trovare qualcuno da punire.

Forse Rob Pilatus e Fab Morvan non erano innocenti, ma forse non erano nemmeno i veri colpevoli che il mondo ha scelto di ricordare, wd è proprio qui che il documentario colpisce nel segno, non cerca di assolverli, ma invita a guardare l'intera vicenda da una prospettiva più complessa e umana.

lunedì 12 ottobre 2026

"IL PUNTO DI ROTTURA"Poema contro lo stato delle cose di D.Giani

Il caro vita non fa rumore,

ti entra in casa, ti svuota il frigo,  

si prende un pezzo del tuo stipendio,  

poi un altro ancora,  

finché la fame diventa un’abitudine  

e la rinuncia un lusso che non puoi permetterti.


Intanto, in una Striscia di terra,  

la morte ha imparato il linguaggio dei contabili, 

bambini, numeri, macerie, effetti collaterali accettabili.  

Una cifra dentro un rapporto,  

una riga dentro un comunicato,  

un dolore che dura il tempo  

di una notizia prima della pubblicità.


E lassù, dove il potere non conosce bollette,  

hanno studiato bene il Gattopardo,

cambiare tutto perché nulla cambi davvero.


Cambiare i nomi,  

ridipingere le facciate,  

vendere futuro dentro confezioni nuove, 

 mentre il presente marcisce nei sottoscala.


Ti vendono illusioni,  

ti impacchettano speranze,  

ti riempiono la testa di fumo  

per non farti vedere l'incendio.


E quando non hai più niente,  

non ti danno nemmeno un panino:  

ti allungano una briciola.


Una briciola di bonus,  

una promessa elettorale,  

uno sconto, una proroga,  

un contentino per arrivare a domani.


Non vogliono saziarti, 

vogliono tenerti affamato, 

 abbastanza disperato da accettare tutto,

 abbastanza vivo da continuare a lavorare, 

abbastanza stanco da non domandare perché il tuo sacrificio  

sia sempre la loro rendita.


E intanto la decrescita si chiama rigore, 

la svalutazione si chiama assestamento, 

la povertà diventa una colpa individuale,

 mentre chi accumula continua a crescere.


La tua rinuncia è la loro stabilità,  

la tua precarietà è la loro flessibilità,  

la tua fame è un dato da correggere,  

mai un'ingiustizia da estirpare.


Ma c'è un errore nel loro calcolo....


Hanno scambiato la pazienza per obbedienza,

 la rassegnazione per consenso, il silenzio per resa.


Non hanno capito,  

che anche la pietra si consuma,  

che anche il ferro cede,  

che persino il muro più solido  

comincia a morire  

da una crepa invisibile.


E la corrosione lavora in silenzio....


Oggi sono trattori sulle strade,  

camion che rallentano il Paese,  

motori accesi contro il caro vita,  

gente che non ce la fa più  

e che i grandi schermi dimenticano.


Domani potrebbe essere altro....


Perché il malessere non scompare  

soltanto perché qualcuno smette di raccontarlo,

 una protesta non muore  quando si spengono le telecamere.


Muore soltanto quando non resta più nessuno, 

disposto a credere  

che le cose possano cambiare.


E forse è proprio questo  

che ancora li spaventa

che sotto la cenere,  

sotto le rate,  

sotto le rinunce,  

sotto questa lobotomia quotidiana  

somministrata a piccole dosi,  

qualcosa sia rimasto sveglio.


Perché verrà un giorno  

in cui la briciola non basterà,  

la promessa non convincerà,  

il debito non sarà più sostenibile  

e il silenzio non avrà più un prezzo  

che qualcuno possa permettersi di pagare.


E allora non servirà un altro slogan,  

un altro volto,  

un'altra facciata da ridipingere.


E forse il risveglio non sarà una concessione, sarà la fine dell'anestesia...


E quando tutto sarà diventato impossibile da pagare,  

quando vivere sarà un lusso  

e tacere un peso insopportabile,  

non basterà più cambiare tutto  

perché nulla cambi.


Perché esiste un punto  

in cui la paura si consuma,  

la pazienza si spezza  

e la coscienza ritorna.


Se vivremo a lungo per vederlo, quel giorno, il silenzio non sarà più obbedienza...


Sarà il rumore di un mondo, che non accetta più dui restare in ginocchio

 




 


 

sabato 10 ottobre 2026

Nobel per la Pace: quando il prestigio di un'istituzione diventa ostaggio della propaganda




C'è qualcosa di profondamente inquietante nel dibattito che, ciclicamente, trasforma il Premio Nobel per la Pace in un campo di battaglia politico.

Non perché le scelte del Comitato Nobel debbano essere sottratte alle critiche, al contrario, ogni istituzione che conta deve poter essere discussa, analizzata e persino contestata, il problema nasce quando la critica si trasforma in delegittimazione sistematica, quando l'obiettivo non è più il confronto ma la demolizione.

Negli ultimi anni abbiamo assistito all'ascesa di una politica fondata sullo scontro permanente, sul nemico da costruire ogni giorno, sulla convinzione che ogni organismo internazionale, ogni alleanza storica, ogni spazio di dialogo debba essere dipinto come un ostacolo da abbattere.

In questo clima, anche il Premio Nobel per la Pace finisce nel mirino, non per le sue decisioni specifiche, ma per ciò che rappresenta, l'idea che il dialogo possa ancora contare, che la diplomazia abbia un valore, che la cooperazione tra i popoli non sia una debolezza ma una forza.

Donald Trump incarna spesso questa visione antagonista della politica, una visione che tende a dividere il mondo in vincitori e perdenti, in alleati utili e nemici da colpire, riducendo la complessità delle relazioni internazionali a una logica da confronto permanente.

Noi europei dovremmo essere i primi a comprenderne il rischio.

L'Europa non è perfetta, le sue istituzioni commettono errori, si muovono lentamente e spesso sembrano lontane dai cittadini, eppure la storia del continente dimostra una cosa semplice, quando prevalgono il nazionalismo esasperato, la sfiducia reciproca e la politica della forza, il prezzo lo pagano tutti.

Per questo fa riflettere vedere attaccate con leggerezza alcune delle poche istituzioni simboliche che ancora richiamano i valori della pace, della mediazione e della cooperazione internazionale.

Il Nobel non è sacro, non è infallibile, ma rappresenta qualcosa che oggi appare sempre più raro, il tentativo di premiare chi costruisce ponti invece di scavare trincee.

E forse è proprio questo che infastidisce i professionisti dello scontro.

In un'epoca in cui urlare garantisce più visibilità che ragionare, difendere il valore delle istituzioni internazionali non significa essere ingenui, significa ricordare che la pace non nasce dalla prepotenza, ma dalla capacità di riconoscere che nessuno, nemmeno la più grande potenza del mondo, può imporre da solo il proprio ordine al resto del pianeta.

I bulli fanno sempre molto rumore...

La storia, però, raramente assegna loro l'ultima parola...

venerdì 9 ottobre 2026

Recensioni a scoppio ritardato: Naza, il documentario che tutti dovrebbero avere il coraggio di guardare



 

Ci sono film che si guardano per passare una serata e poi ci sono film che esistono per metterci a disagio, per costringerci a riflettere e a farci domande che preferiremmo evitare.

NAZA appartiene senza dubbio alla seconda categoria...

Non scrivo queste righe dopo aver visto il documentario, le scrivo anche  dopo aver letto tutto quello che è stato detto su di esso, dopo aver osservato le reazioni che ha provocato e dopo aver cercato di capire perché stia facendo così tanto rumore.

La conclusione a cui sono arrivato è semplice, NAZA è probabilmente uno di quei documentari che tutti dovremmo vedere, indipendentemente dalle nostre idee politiche, il motivo non è stabilire chi abbia ragione o chi abbia torto, lo sappiamo tutti.

Viviamo in un'epoca in cui le guerre arrivano sui nostri smartphone sotto forma di numeri, statistiche, titoli di giornale e video di pochi secondi, a forza di vedere immagini di conflitti rischiamo di diventare immuni al dolore degli altri.

Documentari come NAZA servono proprio a spezzare questa anestesia collettiva, l'opera dei registi Yuval Abraham e Rachel Szor affronta il tema della guerra a Gaza attraverso testimonianze interne all'apparato militare israeliano, portando sullo schermo interrogativi che riguardano non soltanto quel conflitto, ma il modo stesso in cui l'umanità combatte le proprie guerre nel XXI secolo, la questione più inquietante non riguarda soltanto le bombe o i missili, riguarda la distanza, la distanza tra chi prende una decisione e chi ne subisce le conseguenze, la distanza tra un algoritmo e una vita umana, la distanza tra una statistica e una famiglia, ed è proprio questa distanza che il documentario sembra provare a ridurre, non so se NAZA sia un capolavoro cinematografico.

Non so nemmeno se condividerei ogni singola tesi proposta dagli autori, ma so una cosa, i documentari importanti non sono quelli che confermano ciò che pensiamo già, sono quelli che ci obbligano a fermarci e a ragionare, oggi siamo tutti bravissimi a scegliere soltanto le informazioni che rafforzano le nostre convinzioni, guardiamo canali, leggiamo giornali e seguiamo persone che ci danno ragione, un documentario come NAZA sembra andare nella direzione opposta, invita a guardare, ad ascoltare, aconfrontarsi con realtà scomode e questo, in un tempo dominato dagli slogan e dalla tifoseria ideologica, è già un valore enorme.

Forse non tutti usciranno dalla visione con le stesse conclusioni, forse qualcuno sarà d'accordo e qualcun altro no,

Ma il punto non è essere d'accordo, il punto è non smettere di essere umani davanti alla sofferenza degli altri, per questo motivo, al di là delle polemiche, delle appartenenze politiche e delle inevitabili controversie che lo accompagnano, NAZA sembra essere uno di quei documentari che meritano di essere visti.

Non perché ci dica cosa pensare, ma perché ci ricorda che pensare è ancora necessario.....

 

mercoledì 7 ottobre 2026

U2, 50 anni dopo: una storia d'amore e odio, di delusioni e riconoscenza




Negli ultimi anni sono stato spesso critico nei confronti degli U2, soprattutto verso gli U2 del nuovo millennio, ho discusso con tanti fan che vivevano qualsiasi osservazione come un attacco personale, come se amare una band significasse rinunciare a guardarla con onestà.

Io invece continuo a pensare il contrario, perché a volte si criticano davvero soltanto le cose a cui si tiene.

Oggi, nel celebrare i loro cinquant'anni di storia, voglio mettere da parte polemiche e delusioni e tornare all'inizio, a quello che questa band ha rappresentato.

Tutto parte da una trilogia straordinaria, Boy, October e soprattutto War tre album che non raccontano soltanto la crescita di una giovane band di Dublino, ma il dolore di un'intera generazione cresciuta in un'isola ferita, un'Irlanda attraversata da divisioni profonde, dove il sangue continuava a scorrere e la pace sembrava un miraggio, cattolici e protestanti, Nord e Sud, comunità separate dall'odio, dalla paura e da decenni di violenza.

Gli U2 non avevano soluzioni, avevano però una voce, una voce che sceglieva di non alimentare il conflitto ma di interrogarsi su di esso, le loro parole avevano il peso del piombo che cadeva sulle strade di Belfast e Derry, ma dentro quelle parole c'era sempre una ricerca di riconciliazione.

Sunday Bloody Sunday non è mai stata una canzone di parte è il grido di chi osserva l'orrore e si domanda quando finirà, il rifiuto della violenza come risposta alla violenza.

E poi c'è 40, una delle canzoni più semplici e più potenti che abbiano mai scritto, quel finale quasi doloroso, ripetuto all'infinito dal pubblico,

"How long to sing this song?"

Quanto tempo ancora dovremo cantare questa stessa canzone?Quanto tempo ancora dovremo raccontare le stesse morti, le stesse ferite, lo stesso odio?

C'era coraggio in quegli anni, c'era coraggio nel cantare Sunday Bloody Sunday da dublinesi davanti al pubblico di Belfast, spingendo per una riconciliazione che sembrava impossibile.

La storia avrebbe poi dimostrato che quella pace era raggiungibile.

Gli U2 non l'hanno costruita da soli, naturalmente, ma l'hanno accompagnata, hanno contribuito a creare uno spazio di riflessione in cui la musica poteva diventare qualcosa di più di semplice intrattenimento.

Dopo aver raccontato il dolore della propria terra, la band sente il bisogno di allargare lo sguardo, è qui che entra in scena The Unforgettable Fire, un album che rappresenta una svolta decisiva, grazie anche all'incontro con Brian Eno e Daniel Lanois, gli U2 abbandonano in parte l'urgenza battagliera dei primi lavori per esplorare atmosfere più evocative, spirituali e cinematografiche,è un disco in cui l'orizzonte si allarga, in cui le canzoni non descrivono soltanto eventi, ma emozioni e ideali.

E dentro quell'album c'è una delle canzoni simbolo non solo degli U2, ma di un'epoca, Pride (In The Name Of Love), un inno dedicato a Martin Luther King, capace di trasformare il ricordo di un uomo assassinato in un messaggio universale contro l'odio e l'intolleranza, ancora una volta gli U2 dimostravano che il rock poteva parlare di pace, diritti civili e dignità umana senza perdere forza, senza perdere passione, The Unforgettable Fire fu il passaggio dalla cronaca alla visione, quella visione avrebbe trovato la sua espressione più alta pochi anni dopo, con he Joshua Tree l'album che trasformò quattro ragazzi irlandesi nella più grande rock band del pianeta,un disco che ancora oggi riesce ad arrivarti fino in fondo all'anima,dentro ci sono il sogno americano e le sue contraddizioni, la spiritualità e la disillusione, la speranza e il dubbio, uno di quei pochi album che sembrano appartenere a tutti e a nessuno allo stesso tempo, a quel punto sarebbe stato facile continuare a ripetersi, molte band lo avrebbero fatto, gli U2 no, dopo il successo mondiale entrarono in una profonda crisi esistenziale e artistica, capirono che il mondo stava cambiando, gli anni 80 erano finiti, stavano arrivando nuovi linguaggi, nuove immagini, nuove tecnologie e nuove inquietudini, così decisero di rischiare tutto. 

Nacque Achtung Baby subito dopo arrivò Zooropa, album che ancora oggi considero tra gli atti di coraggio più grandi mai compiuti da una band al culmine del successo.

Gli U2 abbandonarono la propria immagine tradizionale e si immersero nel caos della modernità, giganteschi schermi, collegamenti satellitari, bombardamenti mediatici, pubblicità, politica, consumismo.

Lo Zoo TV Tour non era semplicemente un concerto, era una profezia, raccontava il mondo che sarebbe arrivato, un mondo fatto di immagini continue, informazioni incessanti, rumore permanente, Bono diventò The Fly, la rockstar cinica che prendeva in giro il concetto stesso di celebrità,poi diventò Mr. MacPhisto, il diavolo disilluso che telefonava ai potenti della terra e li sbeffeggiava davanti a stadi gremiti.

Sembrava teatro, in realtà era satira, era una riflessione sul potere, sulla televisione e sulla società dello spettacolo.

E poi arrivò Pop, un altro azzardo, un altro tentativo di correre davanti al proprio tempo e con esso il PopMart Tour, che regalò anche all'Italia una notte memorabile a Reggio Emilia.

Tutto questo è il motivo per cui il mio legame con gli U2 resta indissolubile, anche se negli ultimi venticinque anni mi sono progressivamente allontanato, anche se molte delle loro scelte successive non mi hanno convinto, anche se spesso ho espresso opinioni severe, perché non dimentico, non dimentico quella cassetta di Achtung Baby ascoltata quando avevo undici anni, non dimentico lo schermo dello Zoo TV che durante The Fly mostrava la frase....

"Everything you know is wrong"

"Tutto quello che sai è sbagliato"

una provocazione che, a distanza di oltre trent'anni, continua ad apparirmi incredibilmente attuale. Soprattutto non dimentico che senza quella cassetta probabilmente non avrei scoperto decine di band e artisti che hanno formato il mio gusto musicale esplorando tutti i generi che il Rock è in grado di offrire.

Molti dei percorsi che ho intrapreso come ascoltatore partono da lì, per questo oggi, al di là di ogni critica, al di là di ogni discussione, guardando Bono, Edge, Adam Clayton e Larry Mullen Jr. posso dire soltanto una cosa,chapeau e grazie, perché senza gli U2, senza Achtung Baby, senza quel momento preciso della mia vita, il mio viaggio dentro il rock non sarebbe stato lo stesso e forse non sarebbe nemmeno cominciato.

lunedì 5 ottobre 2026

Mentre in Europa gli studenti scendono in piazza, in Italia ci limitiamo a sbuffare se qualcuno occupa le strade...


In Spagna e in Francia migliaia di studenti scendono in piazza, contro il carovita, contro il costo delle case, degli studi, della vita stessa. Ma soprattutto contro l'idea che il loro futuro sia stato già deciso da altri.

Non stanno protestando soltanto per qualche euro in più o in meno, stanno contestando un modello di società che assomiglia sempre più a una versione aggiornata di 1984 di Orwell, controllo, precarietà, paura e rassegnazione travestita da normalità.

Hanno capito una cosa semplice, il verso del mondo sta andando in una direzione pericolosa e non c'è più tempo per procrastinare, per aspettare che qualcun altro si muova per primo.

E qui?

Qui in Italia restiamo immobili.

Gli unici che ogni tanto alzano la testa sono agricoltori e autotrasportatori, e spesso, invece di chiederci perché siano arrivati al punto di bloccare le strade, ci infastidiamo, ci lamentiamo della coda, del disagio, del ritardo.

Come se il problema fosse quello.

Come se bastasse un pieno che costa qualche centesimo in meno grazie alle guerre commerciali tra i distributori per convincerci che vada tutto bene.

Siamo diventati un paese profondamente diviso, dove il bene comune sembra interessare soltanto quando il problema arriva davanti alla porta di casa, finché tocca qualcun altro, va bene così, finché è il vicino a perdere diritti, opportunità o prospettive, giriamo la testa dall'altra parte.

Eppure il mondo sta cambiando....

Stiamo andando verso una direzione nella quale nessuno potrà davvero dormire sonni tranquilli, l'erosione dei diritti, l'impoverimento della classe media, la precarietà permanente e la concentrazione del potere non si fermano davanti ai confini nazionali.

Per questo chi oggi protesta nelle piazze europee non dovrebbe essere guardato con fastidio ma con attenzione, forse stanno lanciando un allarme che riguarda tutti noi.

Perché se quelle persone resteranno sole, se non riceveranno sostegno e solidarietà, il rischio è di accorgerci troppo tardi di ciò che stava accadendo.

E quando finalmente ci sveglieremo, potrebbe essere già passato il tempo delle proteste.

A quel punto resterà soltanto il rimpianto.....

E lamentarsi non sarà più consentito.....

venerdì 2 ottobre 2026

D.B. Cooper, l'uomo che rubò il cielo







Il 24 novembre 1971 un uomo vestito con un anonimo completo scuro sale a bordo di un volo di linea diretto da Portland a Seattle, nessuno presta particolare attenzione a quel passeggero dall'aria tranquilla ordina da bere, fuma una sigaretta e osserva il cielo oltre il finestrino, poi consegna un biglietto a una hostess.....

In quel foglio c'è scritto che possiede una bomba...

Da quel momento inizia uno dei misteri più inquietanti e affascinanti della storia americana, l'uomo, che si presenta come Dan Cooper ma che diventerà famoso con il nome di D.B. Cooper, non è un criminale impulsivo, non urla, non minaccia inutilmente, non perde mai il controllo, con una calma quasi inquietante chiede 200.000 dollari in contanti e quattro paracadute, le autorità, per evitare una tragedia, accettano le sue richieste.

Quando l'aereo atterra a Seattle, i passeggeri vengono fatti scendere, arrivano i soldi. arrivano i paracadute, Cooper ottiene esattamente ciò che voleva, ma il suo vero piano deve ancora cominciare, l'aereo riparte nella notte, a bordo restano solo pochi membri dell'equipaggio e l'uomo che sta per diventare una leggenda, fuori dai finestrini c'è soltanto oscurità, sotto, chilometri di foreste, montagne e fiumi.

Poi accade qualcosa che sembra uscito da un romanzo noir, Cooper apre il portellone posteriore del velivolo, si lega addosso il denaro e si lancia nel vuoto, a oltre tremila metri d'altezza, nel mezzo di una notte fredda e tempestosa, nessuno lo vede mai più.

L'FBI avvia una delle più grandi cacce all'uomo della propria storia, vengono interrogati centinaia di sospetti, analizzate prove, raccolte testimonianze e seguite piste provenienti da ogni angolo del paese, ma il misterioso dirottatore sembra essersi dissolto nell'aria.

Anni dopo, sulle rive di un fiume, verrà ritrovata una piccola parte del denaro, un indizio che accende nuove speranze e nuove teorie, ma del suo proprietario nessuna traccia.

Morì durante il salto? Riuscì a fuggire? Visse per decenni sotto una falsa identità?

Nessuno lo sa...

Più di cinquant'anni dopo, D.B. Cooper rimane l'unico dirottatore aereo della storia americana ad essere scomparso senza lasciare una risposta definitiva, un fantasma in giacca e cravatta che una notte sfidò il destino, ingannò le autorità e sparì nel buio lasciando dietro di sé soltanto domande.

Ed è proprio questo a renderlo immortale, non il crimine, ma il mistero, un enigma sospeso tra realtà e leggenda che ancora oggi continua a tormentare investigatori, giornalisti e appassionati di storie nere.

  

mercoledì 30 settembre 2026

Bandcamp: la musica oltre gli algoritmi




Viviamo in un'epoca in cui la musica ci viene servita continuamente da algoritmi sempre più invasivi, apriamo un'app, premiamo play e lasciamo che una macchina decida cosa dovremmo ascoltare, il risultato? spesso finiamo intrappolati nelle stesse playlist, negli stessi artisti e nelle stesse sonorità che i grandi circuiti commerciali continuano a spingere.

Ma esiste un'alternativa, si chiama Bandcamp ed è probabilmente una delle piattaforme più interessanti per chi ama davvero la musica e vuole tornare al piacere della scoperta su Bandcamp gli artisti emergenti possono pubblicare direttamente la propria musica, senza dover inseguire le logiche dei grandi marketplace dello streaming, allo stesso tempo, gli ascoltatori hanno l'opportunità di esplorare un universo musicale enorme, fatto di band sconosciute, cantautori indipendenti, producer hip hop, gruppi metal, rock, punk, elettronica e qualsiasi altro genere immaginabile.

La differenza è sostanziale, invece di essere guidati da ciò che un algoritmo ritiene più redditizio o più popolare, siamo noi a scegliere cosa cercare, cosa ascoltare e cosa approfondire, Bandcamp restituisce qualcosa che negli ultimi anni abbiamo quasi dimenticato, l'emozione di trovare un artista per caso, quella sensazione che si provava entrando in un piccolo negozio di dischi, sfogliando vinili e CD senza sapere cosa si sarebbe trovato, un ascolto dopo l'altro, ci si imbatte in musicisti incredibili che probabilmente non passeranno mai nelle radio mainstream o nelle playlist sponsorizzate.

Non significa che tutta la musica presente su Bandcamp sia un capolavoro, significa però avere la possibilità di esplorare liberamente, di sviluppare un gusto personale e di uscire dalle gabbie costruite dagli algoritmi, perché la musica non dovrebbe essere un prodotto scelto da una macchina al nostro posto, o addirittura superficiale generata interamente tramite l'AI (cosa bannata su Bandcamp)

La musica dovrebbe essere scoperta, cercata, amata e magari persino sostenuta direttamente acquistando un album da un artista indipendente, se siete stanchi di ascoltare sempre le stesse cose e avete voglia di trovare il vostro prossimo gruppo preferito, la vostra prossima cantante preferita o quella band che nessuno conosce ancora, date una possibilità a Bandcamp.

Forse non troverete ciò che l'algoritmo vuole farvi ascoltare, ma troverete ciò che davvero vi piace....

lunedì 28 settembre 2026

L'integrazione che non fa notizia, ma costruisce il futuro

 



Ogni volta che si parla di immigrazione e integrazione, il dibattito sembra seguire sempre lo stesso copione, si parla di emergenze, di incompatibilità culturali, di difficoltà nelle scuole fissando un tetto del 30% di alunni stranieri nelle scuole, si costruisce una narrazione in cui la diversità viene spesso presentata come un ostacolo, poi arriva una storia come quella del professor Abdou M. Diouf e quel copione si sgretola.
Diouf insegna matematica e scienze in una scuola media della provincia di Piacenza, nato in Senegal, oggi è docente di ruolo, quando gli chiedono di raccontare il suo percorso dall'Africa all'insegnamento in Italia, non parla di imprese straordinarie o di ostacoli insormontabili. Lo definisce semplicemente con una parola, "lineare".
Ed è proprio questa normalità a rendere la sua testimonianza così potente, nel pieno delle continue discussioni sull'“emergenza stranieri a scuola”, il professore invita a guardare la realtà dei fatti, racconta di Nai, una sua allieva straniera che può utilizzare il telefono come traduttore grazie a una deroga prevista dalla scuola, ma il punto non è la tecnologia, il punto sono i compagni.
Secondo Diouf, tutti i ragazzi della classe, senza eccezioni, aiutano la compagna nelle difficoltà quotidiane, un comportamento spontaneo, naturale, privo di pregiudizi e allora viene da porsi una domanda scomoda,
se i bambini e gli adolescenti riescono a vedere prima la persona che la provenienza, perché tanti adulti continuano a vedere prima la provenienza che la persona?
Forse perché certe convinzioni appartengono più agli adulti che ai ragazzi, forse perché sono gli adulti a costruire muri che spesso i giovani nemmeno vedono.
Le parole del professore colpiscono proprio per questo, non negano i problemi che possono esistere nella scuola italiana, al contrario, ricordano che ce ne sono molti altri, più concreti e urgenti, ma mettono in discussione l'idea che la presenza di studenti stranieri sia di per sé un ostacolo all'apprendimento o alla crescita di una classe.
Questa storia è importante perché racconta una realtà che raramente conquista le prime pagine.
Le cronache sono piene di episodi che alimentano paura, conflitto e divisione, le esperienze positive di integrazione, invece, finiscono spesso in fondo alla pagina, quando non vengono ignorate del tutto, come la polvere nascosta sotto il divano, esistono ma qualcuno preferisce non guardarle.
Eppure sono queste storie a raccontare il Paese reale,un paese dove un ragazzo nato in Senegal può diventare insegnante di matematica e scienze in una scuola italiana, dove una studentessa che arriva da un'altra cultura trova compagni pronti ad aiutarla, dove la diversità non viene vissuta come una minaccia, ma come una normale componente della vita quotidiana.
Il multiculturalismo non significa cancellare le differenze, significa imparare a conviverci, a comprenderle e a trasformarle in una ricchezza comune, significa offrire a tutti maggiori opportunità di crescita umana, culturale e sociale.
La storia del professor Diouf non è una favola, è semplicemente la dimostrazione che l'integrazione funziona molto più spesso di quanto venga raccontato, forse il messaggio più importante è proprio questo, mentre gli adulti discutono, litigano e si dividono, i ragazzi stanno già costruendo il mondo che verrà, un mondo in cui aiutare una compagna in difficoltà è un gesto naturale e in cui le differenze non vengono percepite come una barriera, ma come una parte normale della realtà, forse dovremmo imparare qualcosa da loro.


venerdì 25 settembre 2026

I Kraftklub.... Se volete vedere la Germania, guardate sotto il palco....

 



C'è una Germania che che ci propinano, quella dei palazzi di Berlino, delle fabbriche, delle automobili, dei dibattiti sull'Europa, dei risultati elettorali e delle percentuali dell'AfD.

E poi ce n'è un'altra, una Germania che il sabato sera si mette in fila davanti a un concerto, beve una birra, si infila sotto un palco e canta a squarciagola canzoni che parlano di ragazze, di amici, di provincia, di amore, di rabbia e di quella strana sensazione di non sapere bene dove stia andando la propria vita.

È la Germania dei Kraftklub, forse per capire qualcosa di questo Paese bisognerebbe partire proprio da lì, da Chemnitz, non da Berlino, non da Amburgo, non dalla Germania patinata che abbiamo imparato a riconoscere.

Chemnitz, città della Sassonia che per anni ha avuto addosso il peso della storia, della Germania Est, della trasformazione industriale, della disoccupazione, della rabbia e delle contraddizioni che hanno attraversato l'ex DDR, da qui che arrivano i Kraftklub, la cosa interessante è che, ascoltandoli, non sembra di entrare in un documentario sulla Germania.

Sembra di entrare in una festa, una festa rumorosa, sudata, piena di ragazzi, poi, se ascolti meglio, ti accorgi che sotto le chitarre e i cori c'è tutto, l'amore, quello complicato, quello che finisce male, quello che ti fa sembrare idiota davanti a una persona che ti piace.

Ci sono gli amici, la notte, le sigarette. le sbronze. la provincia, la voglia di scappare e contemporaneamente quella di restare, c'è anche la politica, ma non quella raccontata con il tono professorale di un editoriale televisivo, la politica che entra nella vita quotidiana, quella che trovi quando esci di casa, quando senti parlare qualcuno, quando scopri che nel tuo quartiere qualcuno ha paura dell'altro, quando una parola diventa improvvisamente un confine e allora succede una cosa curiosa.....

In un Paese nel quale l'AfD è diventata una presenza politica enorme, *decine di migliaia di ragazzi si ritrovano a cantare insieme una musica che racconta un'altra idea di Germania, non necessariamente migliore perché lo dice una canzone, ma diversa, più aperta, multiculturale, più ironica, più incasinata, una Germania che non ha bisogno di spiegarti continuamente quanto sia moderna perché, semplicemente, lo è.

Guardando quei ragazzi sotto il palco viene quasi da pensare che forse l'Europa non sia soltanto quella dei parlamenti, delle elezioni e dei sondaggi, forse l'Europa è anche questa, un ragazzo di Chemnitz che canta insieme a una ragazza di Berlino, uno di Lipsia che arriva al concerto con un amico,qualcuno che parla tedesco con un accento che non capisci.

Qualcuno che magari non ha mai letto un trattato europeo ma sa perfettamente che il ragazzo accanto a lui, con una storia diversa dalla sua, può essere suo amico e mentre loro cantano, per qualche ora, *la Germania smette di essere una percentuale*.

Non è più il 20, il 25 o il 30 per cento di qualcosa, non è un grafico, non è un titolo di giornale è una massa di ragazzi che salta e forse è proprio questo il volto della Germania che ci piace....

Fanculo l'AFD....

giovedì 24 settembre 2026

Virginia Libero e quelle parole di sinistra che la sinistra non vuole più sentire..

 


Ci sono voluti anni per sentire, in un contesto politico che si definisce progressista, parole che avessero il sapore della sinistra popolare, quella nata nelle piazze, nelle fabbriche, nei quartieri e nelle comunità, parole che parlano di pace, di diritti sociali, di popolo, di conflitto tra interessi diversi e non soltanto di comunicazione, immagine e posizionamento.

Per questo l'intervento di Virginia Libero ha colpito tante persone, non tanto perché abbia detto qualcosa di rivoluzionario, ma perché ha rimesso al centro concetti che per decenni hanno rappresentato il vocabolario naturale della sinistra italiana.

La reazione di una parte del suo stesso campo politico è stata però sorprendente, invece di un confronto sul merito, sono arrivate critiche, prese di distanza e persino toni che sembravano considerare quelle parole un problema.

Ed è qui che emerge la contraddizione, se  una forza politica si richiama alla tradizione antifascista e alla costituzione di una Repubblica che ripudia la guerra, perché reagisce con fastidio quando qualcuno richiama principi che appartengono storicamente a quella cultura politica? Perché chi prova a parlare di pace, di popolo e di giustizia sociale viene guardato quasi come un corpo estraneo?

Forse perché la sinistra italiana, almeno quella rappresentata da gran parte delle sue classi dirigenti, ha smesso da tempo di essere una presenza reale nei territori, ha abbandonato le strade, i quartieri popolari, le periferie, le comunità locali è  diventata spesso un'entità astratta, più impegnata a raccontarsi che a rappresentare qualcuno.

La si vede nelle convention, negli eventi, nelle campagne social, produce contenuti, slogan, hashtag, ma sempre più raramente produce radicamento e quando qualcuno prova a recuperare un linguaggio più vicino alla sua storia, viene trattato come una stonatura.

Viene inevitabilmente in mente la geniale satira di Boris, la "Medical Dimension" che proclama "facciamo la rivoluzione". Tutti ne parlano, tutti la evocano, ma nessuno la fa davvero. È una rivoluzione di cartapesta, una scenografia buona per la narrazione, non per la realtà.

Forse il problema è proprio questo. Non è Virginia Libero ad essere fuori posto, è la sinistra italiana che sembra non riconoscere più le parole che un tempo costituivano la sua identità, e quando quelle parole riemergono, invece di essere accolte come un ritorno alle origini, vengono percepite come un'intrusione.

Il paradosso finale è amaro nel momento in cui qualcuno prova a parlare come la sinistra di una volta, sono proprio coloro che si definiscono di sinistra a chiedergli di smettere,

ed è forse questa è la prova più evidente che la sinistra, in questo Paese, non è scomparsa elettoralmente, è scomparsa culturalmente.....






mercoledì 23 settembre 2026

Oltre i pregiudizi: il viaggio di Amadou

 

Nel 2012, un ragazzo di diciassette anni arrivò sulle coste della Calabria dopo un viaggio infinito di mesi e mille rischi, si chiamava Amadou, veniva dal Senegal e aveva lasciato il suo villaggio con una sola speranza, costruirsi un futuro.

Quando mise piede in Italia non conosceva una parola di italiano, non aveva denaro, non aveva una casa e non aveva contatti, aveva soltanto una piccola borsa con pochi effetti personali e la convinzione che arrendersi non fosse un'opzione.

I primi mesi furono difficili, dormì in un centro di accoglienza, affrontò la nostalgia della famiglia e dovette imparare a vivere in un Paese completamente diverso da quello che aveva lasciato.

Poi accadde qualcosa che cambiò il corso della sua vita, durante un tirocinio in una piccola azienda artigiana di Bologna, conobbe Giovanni, un imprenditore ormai vicino alla pensione, Giovanni vide in quel ragazzo qualcosa che altri non avevano visto, voglia di imparare, educazione e determinazione.

Decise di dargli una possibilità, all'inizio gli insegnò il mestiere, ma con il tempo gli trasmise lezioni molto più importanti, gli insegnò che la puntualità è una forma di rispetto, che una parola data vale più di una firma,che non bisogna mai vergognarsi delle proprie origini, ma nemmeno usarle come scusa per smettere di migliorarsi, soprattutto, gli insegnò che per essere accettati bisogna partecipare alla vita della comunità, conoscere le persone, ascoltare e farsi conoscere,

Amadou imparò l'italiano frequentando corsi serali e leggendo i giornali che Giovanni gli lasciava ogni mattina sul banco di lavoro, negli anni successivi diventò uno dei dipendenti più apprezzati dell'azienda, quando Giovanni decise di ritirarsi, lo aiutò a trovare finanziamenti e contatti per aprire una propria attività.

Oggi Amadou vive ancora a Bologna, è sposato, ha due figli, possiede una piccola impresa specializzata nella lavorazione del legno e dà lavoro a diverse persone, alcune italiane e altre straniere, quando gli chiedono quale sia stato il segreto del suo successo, non parla mai dei sacrifici, del denaro o dell'azienda parla sempre di fiducia.

"Se Giovanni non mi avesse dato una possibilità, forse sarei rimasto invisibile, una persona non cambia vita perché qualcuno gli regala qualcosa, la cambia perché qualcuno decide di credere in lui".

La storia di Amadou non è soltanto la storia di un immigrato che ce l'ha fatta, è la dimostrazione che l'integrazione non significa perdere la propria identità, significa aggiungere qualcosa di nuovo a una comunità.

Spesso si parla di immigrazione soltanto in termini di emergenza, paura o contrapposizione, ma dietro ogni volto c'è una persona, una storia e un potenziale che aspetta soltanto di avere un'opportunità per emergere.

Naturalmente l'integrazione richiede impegno, rispetto delle regole e volontà reciproca, non è un processo automatico, è un percorso che coinvolge chi arriva e chi accoglie, ma quando funziona, il risultato è un valore per tutti.

La storia di Amadou ci ricorda proprio questo, che una mano tesa può trasformare una vita e che il successo di una persona integrata nella società non è una sconfitta per qualcuno, ma una vittoria collettiva.

Perché a volte il vero coraggio non sta soltanto nell'attraversare il mare, sta nel decidere di dare una possibilità a chi lo ha attraversato, soprattutto in questi tempi cupi...

lunedì 21 settembre 2026

Territorio libero

 


Ricomincia la stagione, ma non la corsa,
qui non si corre, qui non si sgomita,
qui non si rincorre il “pubblica ogni giorno”, il “devi essere costante”, il “devi crescere”.

IlClan05 è un posto che rallenta, un luogo dove chi vuole può dire la sua, come è sempre stato,
un luogo dove il tempo non è un nemico ma un ingrediente.

Scriveremo quando ci va, racconteremo quello che ci va,
E se non ci va, non succede niente....

Se sei arrivato qui oggi, sappi che non stai entrando in un blog, stai entrando in una zona franca,
una piccola isola dove il mondo va veloce, ma noi no.
E va bene così....

Benvenuto nel Libero Territorio de IlClan05

martedì 7 luglio 2026

L'Irlanda suona, mentre noi continuiamo a scrollare....

 



Ci sono momenti in cui sembra che un paese intero trovi una voce comune, non perché tutti suonino allo stesso modo, ma perché condividono la stessa urgenza di raccontare il presente, negli ultimi anni è quello che sta succedendo in Irlanda.

I Fontaines D.C. hanno aperto una strada che oggi è diventata un'autostrada, hanno preso il post-punk, la poesia di Dublino, la rabbia sociale e il disagio di una generazione e li hanno trasformati in qualcosa di universale, album dopo album hanno dimostrato che si può crescere senza perdere identità, spingendosi oltre le etichette e diventando una delle band più importanti del rock contemporaneo. Fontaines D.C.

Ma non sono gli unici, i The Murder Capital, cupi, intensi, emotivamente devastanti, capaci di trasformare ogni concerto in una confessione collettiva, i Gurriers, che raccontano un'Irlanda contemporanea fatta di alienazione digitale, tensioni sociali e rabbia urbana con un suono ancora più abrasivo e diretto e poi ci sono i Kneecap, che con il rap in gaelico hanno portato identità, politica e provocazione nel mainstream internazionale, dimostrando che la lingua e le radici possono diventare un'arma culturale anziché un limite.

La cosa sorprendente è che non si tratta di una semplice "scena musicale" ma sembra un movimento, fatto di artisti che parlano di crisi abitativa, identità, appartenenza, salute mentale, tensioni politiche, periferie, storia e futuro, non cercano la hit perfetta per TikTok, cercano qualcosa di molto più difficile, dire qualcosa che resti.

E il mondo li sta ascoltando, festival, copertine, classifiche, tour sold out, Dall'Inghilterra agli Stati Uniti, passando per una parte dell'Europa, questa nuova ondata irlandese viene raccontata come uno dei fenomeni musicali più interessanti dell'ultimo decennio.

Poi c'è l'Italia, qui tutto questo arriva appena di striscio, qualche recensione, qualche concerto per appassionati, qualche passaggio su siti e pagine specializzate, di nicchia, mua difficilmente entra davvero nella conversazione collettiva.

Forse il problema non è nemmeno la musica, forse il problema siamo noi, negli ultimi anni ci siamo abituati a consumare le canzoni come consumiamo qualsiasi altro contenuto, pochi secondi, uno scroll, un ritornello, un balletto, un trend.

La musica è diventata il sottofondo di un reel invece che il motivo per fermarsi, abbiamo smesso di concederci quaranta minuti per ascoltare un disco dall'inizio alla fine, abbiamo perso l'abitudine di leggere un testo, cercare il significato di una frase, capire da dove arriva un artista, quale città racconta, quali ferite porta dentro le sue canzoni.

Siamo diventati velocissimi nel consumare e lentissimi nell'ascoltare non è una critica alla trap, al pop o alla musica italiana, ogni generazione ha avuto la sua musica leggera, le sue hit estive e le sue canzoni da classifica.

Il problema nasce quando quello diventa l'unico orizzonte possibile, quando tutto ciò che richiede un minimo di attenzione viene percepito come troppo impegnativo, quando preferiamo restare nella nostra comfort zone invece di lasciarci sorprendere da qualcosa che arriva da lontano.

L'Irlanda, oggi, ci ricorda che la musica può ancora essere un atto culturale prima ancora che un prodotto, può parlare di politica senza fare propaganda, può raccontare una città senza trasformarla in cartolina, può essere scomoda, poetica, rumorosa e bellissima allo stesso tempo.

E forse è proprio questo che manca più di tutto, la curiosità, perché ascoltare un disco dei Fontaines D.C., dei The Murder Capital, dei Gurriers o dei Kneecap non significa semplicemente scoprire quattro ottime band.

Significa uscire dalla propria bolla, ricordarsi che esistono altri modi di raccontare il mondo e che, ogni tanto, vale ancora la pena mettere via il telefono, indossare un paio di cuffie e dedicare un'ora soltanto ad ascoltare.

In fondo, la musica non ha mai chiesto molto di più....

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