martedì 7 luglio 2026

L'Irlanda suona, mentre noi continuiamo a scrollare....

 



Ci sono momenti in cui sembra che un paese intero trovi una voce comune, non perché tutti suonino allo stesso modo, ma perché condividono la stessa urgenza di raccontare il presente, negli ultimi anni è quello che sta succedendo in Irlanda.

I Fontaines D.C. hanno aperto una strada che oggi è diventata un'autostrada, hanno preso il post-punk, la poesia di Dublino, la rabbia sociale e il disagio di una generazione e li hanno trasformati in qualcosa di universale, album dopo album hanno dimostrato che si può crescere senza perdere identità, spingendosi oltre le etichette e diventando una delle band più importanti del rock contemporaneo. Fontaines D.C.

Ma non sono gli unici, i The Murder Capital, cupi, intensi, emotivamente devastanti, capaci di trasformare ogni concerto in una confessione collettiva, i Gurriers, che raccontano un'Irlanda contemporanea fatta di alienazione digitale, tensioni sociali e rabbia urbana con un suono ancora più abrasivo e diretto e poi ci sono i Kneecap, che con il rap in gaelico hanno portato identità, politica e provocazione nel mainstream internazionale, dimostrando che la lingua e le radici possono diventare un'arma culturale anziché un limite.

La cosa sorprendente è che non si tratta di una semplice "scena musicale" ma sembra un movimento, fatto di artisti che parlano di crisi abitativa, identità, appartenenza, salute mentale, tensioni politiche, periferie, storia e futuro, non cercano la hit perfetta per TikTok, cercano qualcosa di molto più difficile, dire qualcosa che resti.

E il mondo li sta ascoltando, festival, copertine, classifiche, tour sold out, Dall'Inghilterra agli Stati Uniti, passando per una parte dell'Europa, questa nuova ondata irlandese viene raccontata come uno dei fenomeni musicali più interessanti dell'ultimo decennio.

Poi c'è l'Italia, qui tutto questo arriva appena di striscio, qualche recensione, qualche concerto per appassionati, qualche passaggio su siti e pagine specializzate, di nicchia, mua difficilmente entra davvero nella conversazione collettiva.

Forse il problema non è nemmeno la musica, forse il problema siamo noi, negli ultimi anni ci siamo abituati a consumare le canzoni come consumiamo qualsiasi altro contenuto, pochi secondi, uno scroll, un ritornello, un balletto, un trend.

La musica è diventata il sottofondo di un reel invece che il motivo per fermarsi, abbiamo smesso di concederci quaranta minuti per ascoltare un disco dall'inizio alla fine, abbiamo perso l'abitudine di leggere un testo, cercare il significato di una frase, capire da dove arriva un artista, quale città racconta, quali ferite porta dentro le sue canzoni.

Siamo diventati velocissimi nel consumare e lentissimi nell'ascoltare non è una critica alla trap, al pop o alla musica italiana, ogni generazione ha avuto la sua musica leggera, le sue hit estive e le sue canzoni da classifica.

Il problema nasce quando quello diventa l'unico orizzonte possibile, quando tutto ciò che richiede un minimo di attenzione viene percepito come troppo impegnativo, quando preferiamo restare nella nostra comfort zone invece di lasciarci sorprendere da qualcosa che arriva da lontano.

L'Irlanda, oggi, ci ricorda che la musica può ancora essere un atto culturale prima ancora che un prodotto, può parlare di politica senza fare propaganda, può raccontare una città senza trasformarla in cartolina, può essere scomoda, poetica, rumorosa e bellissima allo stesso tempo.

E forse è proprio questo che manca più di tutto, la curiosità, perché ascoltare un disco dei Fontaines D.C., dei The Murder Capital, dei Gurriers o dei Kneecap non significa semplicemente scoprire quattro ottime band.

Significa uscire dalla propria bolla, ricordarsi che esistono altri modi di raccontare il mondo e che, ogni tanto, vale ancora la pena mettere via il telefono, indossare un paio di cuffie e dedicare un'ora soltanto ad ascoltare.

In fondo, la musica non ha mai chiesto molto di più....

giovedì 2 luglio 2026

Due eroi sul tetto del mondo: il messaggio che batte il potere




Ieri nella tarda serata italiana, una coppia ha compiuto un gesto estremo, scalando uno degli edifici più iconici del mondo,l' Empire State Building, arrivando fino alla cima dell’antenna, a oltre 540 metri di altezza. 

Lassù, sospesi tra cielo e vuoto, hanno sfidato la paura, la gravità e le regole,non l’hanno fatto per diventare virali, non l’hanno fatto per guadagnare like o notorietà, l’hanno fatto per un motivo molto più grande, issare un messaggio.

Hanno srotolato un grande striscione nero con una frase potente, una delle più belle mai scritte da Jimi Hendrix, «Quando il potere dell’amore supera l’amore per il potere, il mondo conosce la pace.»

Un gesto folle, temerario, illegale, puro, poetico e profondamente necessario. c’è chi storcerà il naso, chi parlerà di incoscienza, di pericolo, di mancanza di rispetto per la legge e per la sicurezza, chi invocherà punizioni esemplari e griderà allo scandalo, chi liquiderà tutto come una stupida bravata da esibizionisti.

Lasciateli parlare, lasciate che chi vive nel fango continui a urlare dal basso, mentre loro, due sagome nere contro il cielo, hanno scelto di salire dove pochi osano arrivare. 

Hanno trasformato un’antenna in un pulpito e un lenzuolo in una bandiera di pace, in un mondo che sembra aver dimenticato cosa significa sognare in grande, questi due “folli” ci ricordano che a volte l’unico modo per farsi ascoltare è arrivare dove nessuno guarda mai.

E lassù, tra le nuvole, hanno scritto una verità semplice e rivoluzionaria, l’amore, quando è più forte della sete di potere, può ancora cambiare le cose, eroi? forse, incoscienti? anche, ma soprattutto, vivi di quella vita che non ha paura di rischiare per qualcosa in cui crede davvero.

giovedì 25 giugno 2026

E' Coffee Break Signori.....lasciateci rallentare....


L’estate non arriva con un annuncio, non con uno starnuto e neanche con brezza tiepida, no, arriva come uno schiaffo in pieno viso con una palata di letame rovente, un minuto prima respiri l’aria condizionata del metrò, il minuto dopo sei in superficie, in quel forno crematorio che qualcuno aveva spacciato per viale alberato, le foglie, già mezze secche, pendono come stracci da un albero che sembrava aver rinunciato a lottare, come tutti noi.

La città rallenta, ma non è il rallentamento poetico di una ballata, e' un rantolo, un motore che grippa perché qualcuno ha sostituito l’olio con la melassa, in  marciapiedi si svuotano, ma non di persone, Si svuotano di volontà, quelli che restano sono ectoplasmi in canottiera, condannati a un purgatorio di sudore, con lo sguardo fisso nel vuoto di una saracinesca abbassata con il cartello "Chiuso per Ferie", un pezzo di carta ingiallito, un necrologio per le ambizioni di chi cercava un caffè decente o una pratica evasa.

Il telefono, quella scatola di illusioni, smette di squillare, non arrivano offerte imperdibili, né richieste urgenti, solo il silenzio, un silenzio spesso, interrotto solo dal ronzio di un condizionatore morente che lotta contro l’inevitabile, perdendo gocce di condensa come un pugile suonato sputa sangue, ogni notifica diventa un miraggio, inseguivi il fantasma di un progetto attraverso lo schermo, ma alla fine trovi solo la stessa, identica foto di un piatto di spaghetti allo scoglio postata da un contatto che nemmeno ricordavi di avere.

In quest' afa, i pensieri non sono freschi, anzi sono putridi, lavorare è come cercare di nuotare nell’asfalto appena colato, ogni giorno ogni idea affonda prima di prendere forma, risucchiata in una pozza di bonaccia e umidità, provia scrivere una mail, ma le dita sulla tastiera sembravano due salsicce stantie, il cervello ti sussurra: “Ma che cazzo stai a fà.....”

E fuori, il mondo e' una natura morta dipinta con i colori sbagliati, il giallo smorto delle tapparelle, il grigio accecante del cielo senza nuvole, il nero lucido di uno scarafaggio che attraversa il marciapiede con più determinazione di un intero consiglio di amministrazione, lui sì che non si fermava, ha un obiettivo, noi, solo un bicchiere vuoto e un cubetto di ghiaccio che si scioglie come i nostri sogni di gloria.

E' la stasi. La grande, maledetta stasi estiva, un killer silenzioso che ammazza le idee e rimanda ogni resurrezione a settembre, lascia solo carcasse, il nulla e un sordo, assordante, immobile ronzio, il ronzio di una città in coma, tenuta in vita solo dalle flebo dei distributori automatici e dal rimbombo lontano di un tram mezzo vuoto, un tram che andava chissà dove, ma di sicuro non verso una scadenza rispettata.

E' l'ora del bicchiere sporco nel lavello, l'ora di smettere di fingere e aprire un'altra finestra, solo per far entrare altro caldo, altra polvere, altra resa.

Benvenuti all'inferno, temperatura percepita, fallimento.....

E' coffee break signori.... anche per noi......e a differenza dei nostri amici Osaka Flu..... lasciateci rallentare....

 

martedì 16 giugno 2026

Tre amici, un concerto e il caos sotto il cielo di San Siro




 Milano, 27 Giugno 1980, una città che sembrava vivere con i nervi scoperti, rapine lampo, motorette, bar fumosi dove si parlava troppo e si capiva poco, quella sera però c’era un’energia diversa, quasi elettrica, Bob Marley a San Siro, una cosa che non capitava tutti i giorni, e che nessuno voleva perdersi,in mezzo alla folla, tre figure che sembravano uscite da un romanzo criminale, Rino, sorriso da truffatore e giubbotto di pelle che aveva visto più risse che lavatrici, Spillo, magro come un ago e nervoso come un gatto in tangenziale e po Gino  detto "Il Professore" che professore non era, ma tutti lo chiamavano così perché parlava difficile e si cacciava nei guai con eleganza, tre amici tre problemi.                

I biglietti li aveva procurati Rino, non erano falsi, erano falsissimi, stampati in una tipografia di Lambrate che di giorno faceva biglietti da visita e di notte “lavori speciali”.“Ragazzi, fidatevi. Sono perfetti” Spillo li guardò come si guarda un cadavere sospetto, il Professore li sfiorò con le dita e sentenziò “La perfezione è un concetto sopravvalutato" 

Arrivarono agli ingressi, la folla spingeva come un’onda, gli addetti erano più impegnati a non farsi travolgere che a controllare qualcosa, passarono, non per merito dei biglietti, ma per merito del caos che botta di culo.

Quando Marley attaccò No Woman, No Cry, successe la solita cosa, il Professore sparì.“Dove cazzo è finito?” disse Spillo, “Sta facendo il mistico è sobrio" rispose convinto Rino “Appunto”annui' Spillo, invece lo ritrovarono venti minuti dopo, in curva, circondato da ultras del Milan, stava spiegando con voce calma e suicida che il contropiede era “un atto poetico di ribellione” gli ultras lo guardavano come si guarda un alieno.

Rino e Spillo lo trascinarono via prima che qualcuno decidesse di fargli cambiare idea con una testata, a metà concerto, Marley attaccò Jammin’, lo stadio ondeggiava come un mare caldo e pericoloso, Rino si emozionò, Spillo pure, ma solo perché qualcuno gli aveva piantato un gomito nelle costole, il Professore, invece, ebbe una rivelazione, “La vita è semplice, siamo noi che la incasiniamo” cinque secondi dopo inciampò in una bottiglia e cadde addosso a un gruppo di motociclisti bergamaschi, la vita tornò immediatamente complicata, uno dei motociclisti lo sollevò per il bavero, “Adesso te la spiego io la vita semplice” Rino intervenne con un sorriso da venditore di fumo

“Ragazzi, calma. Siamo qui per Marley, mica per finire al pronto soccorso” Miracolosamente, funzionò, forse perché Marley stava attaccando Exodus e nessuno voleva rovinarsi il momento, il concerto finì in un boato, la folla uscì come un fiume in piena, i tre camminavano come reduci di una guerra che non avevano capito, ma che avrebbero sicuramente raccontato esagerando al bar, Rino giurò di aver toccato Marley, Spillo giurò che Marley gli aveva sorriso,il Professore giurò che Marley gli aveva parlato, in giamaicano.

La verità è che Senza rendersene conto, sono stati testimoni di uno di un momento storico, il primo concerto dal vivo nella storia di San Siro... e che concerto...



lunedì 15 giugno 2026

Il borgo che stava scomparendo e che oggi attira talenti

 



Per anni il destino di molti piccoli borghi italiani è sembrato già scritto, case vuote, giovani costretti a partire e attività che chiudevano una dopo l'altra, una storia che si ripete da Nord a Sud del Paese e che sembra impossibile da invertire, eppure, in un piccolo centro del mezzogiorno, qualcuno ha deciso di sfidare questa narrazione.
Come tanti altri paesi italiani, Belmonte Calabro aveva iniziato a fare i conti con un problema sempre più evidente: la diminuzione della popolazione e la fuga dei giovani verso le grandi città o l'estero.
Le strade si svuotavano lentamente e molte abitazioni restavano inutilizzate. Un fenomeno che non riguarda solo un singolo borgo, ma centinaia di comunità sparse in tutta Italia.
La domanda era semplice: è possibile riportare vita, lavoro e opportunità in un luogo che tutti stanno abbandonando?
La risposta è arrivata attraverso un concetto sempre più diffuso nel mondo del lavoro digitale, il coliving,
l'idea è quella di creare spazi condivisi dove professionisti, imprenditori, freelance e creativi possano vivere e lavorare insieme per periodi più o meno lunghi.
Non semplici alloggi, ma vere e proprie comunità, grazie alla diffusione del lavoro da remoto, oggi molte persone non sono più obbligate a vivere nelle grandi metropoli, possono scegliere luoghi più autentici, meno costosi e capaci di offrire una qualità della vita migliore.
Ed è proprio qui che entra in gioco Belmonte, quello che sembrava un esperimento si è trasformato in qualcosa di molto più grande.
Nel borgo hanno iniziato ad arrivare professionisti provenienti da diversi paesi, attratti dalla possibilità di lavorare immersi in un contesto autentico, circondati dalla cultura locale e da una comunità internazionale.
Designer, sviluppatori, imprenditori, creativi e lavoratori digitali hanno trovato in questo luogo non solo una casa temporanea, ma un ambiente fertile per creare connessioni, collaborazioni e nuove idee.
Le piazze sono tornate a riempirsi, gli eventi si sono moltiplicati e il paese ha iniziato a respirare una nuova energia.
La storia di Belmonte dimostra che l'innovazione non nasce soltanto nelle grandi città, a volte basta guardare un problema da una prospettiva diversa.
Invece di cercare di riportare il passato, il progetto ha immaginato un nuovo futuro, un borgo capace di accogliere persone da tutto il mondo, valorizzando al tempo stesso la propria identità e le proprie tradizioni,
il risultato non è soltanto economico, è soprattutto sociale e culturale.
Alla base di questa trasformazione c'è anche la visione di Rita Adamo, promotrice di quella che molti hanno ribattezzato la "rivoluzione delle seppie" un approccio innovativo che ha saputo coniugare tradizione, identità locale e nuove opportunità economiche e sociali.
La storia di Rita Adamo dimostra come il cambiamento possa nascere da idee apparentemente semplici ma capaci di generare un impatto concreto sul territorio, la cosiddetta "rivoluzione delle seppie" non rappresenta soltanto un progetto locale, ma un esempio di come sia possibile ripensare il futuro delle comunità italiane senza rinunciare alle proprie radici.
Forse il futuro dei borghi non consiste nel diventare copie delle grandi città, forse consiste nel valorizzare ciò che li rende unici, trasformando tradizione e cultura in motori di sviluppo, ed è proprio questo il messaggio che emerge dalla storia di Rita Adamo e della sua rivoluzione.

LINK RIVOLUZIONE DELLE SEPPIE: https://larivoluzionedelleseppie.org/

venerdì 12 giugno 2026

Distopia 70 Episodio 10 FINALE DI STAGIONE (Di P.Lirangi - M.Maneggio -A.Moretti)



Roma,notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 l'ora X incombe, la città dormiva o almeno così sembrava, dalle finestre illuminate del centro storico filtravano le ultime luci dei televisori accesi, i notiziari parlavano di scioperi, di crisi economica, di terrorismo, nessuno immaginava che la Repubblica stesse vivendo le sue ultime ore, sopra i tetti della capitale il cielo era nero come petrolio, senza luna, senza stelle.
Come se anche il firmamento avesse deciso di voltarsi dall'altra parte.
Nella sede del Fronte Nazionale Junio Valerio Borghese osservava una grande carta di Roma.
Ogni edificio era segnato, ogni caserma, ogni ministero, ogni centrale telefonica, ogni possibile nemico.
Remo Orlandini entrò trafelato
«Comandante... è l'ora.»
Borghese chiuse lentamente la cartina
«Allora cominciamo»
Alle 22:47 i primi uomini si mossero, i golpisti sapevano che il potere non si conquista nelle piazze.
Le colonne di mezzi militari dei congiurati,iniziarono a muoversi in direzione dei punti nevralgici della capitale, dove ad attenderli c erano gli uomini di Borghese e di Delle Chiaie posizionati a soffocare ogni tentativo di opposizione alle operazioni. L
Le pattuglie incaricate dell'operazione avevano ricevuto ordini precisi, entrare,
occupare, isolare, attendere, niente scontri inutili,niente eroismi un lavoro di forza pulito senza spargimenti di sangue nel modo più celere, la velocità era tutto.
Alle 23:18 una squadra raggiunse la centrale telefonica principale,gli addetti furono radunati in una sala sotto la minaccia delle armi,
i tecnici fedeli ai congiurati presero il controllo delle linee.
Intere porzioni della rete nazionale iniziarono a spegnersi, prefetture, questure, ministeri, il governo stava lentamente diventando sordo.
Pochi minuti dopo altre squadre circondarono il Viminale, imezzi sbarrarono gli accessi, le guardie vennero disarmate.
Gli ingressi sigillati, le comunicazioni interrotte, dall'esterno il palazzo appariva immobile, ma al suo interno il cuore dello Stato aveva già smesso di battere.
Ore 00:43 il palazzo del Quirinale dormiva, ilunghi corridoi erano immersi nel silenzio, le guardie presidenziali presidiavano gli ingressi ignare che, fuori dalle mura, la Repubblica stava già crollando,
nella piazza antistante comparvero improvvisamente diversi automezzi,
nessun lampeggiante, nessuna insegna, solo ombre, uomini armati scesero rapidamente dai veicoli,
i cancelli vennero circondati,
le comunicazioni interrotte,
le sentinelle disarmate prima ancora di comprendere cosa stesse accadendo,
l'operazione durò pochi minuti,
nessuno sparo, nessun allarme,
solo ordini secchi pronunciati a bassa voce, pochi istanti dopo un gruppo scelto attraversò i corridoi del palazzo,
passo dopo passo, porta dopo porta,
fino agli appartamenti presidenziali.
Uno degli ufficiali bussò, tre colpi,
secchi, nel silenzio della notte sembrarono colpi di martello, la porta si aprì, il Presidente della Repubblica apparve sulla soglia, ancora in vestagli, confuso, incredulo, l'ufficiale lo fissò, «Signor Presidente, per ordine del Comando Nazionale deve seguirci immediatamente.» per alcuni secondi nessuno parlò, sembrava impossibile, assurdo,inimmaginabile, poi il Presidente comprese, la Repubblica era stata sconfitta,non ancora ufficialmente, ma nei fatti, quella notte.
In quel corridoio,«Chi vi manda?»
domandò,l'ufficiale rimase impassibile,
«L'Italia che verrà.» fu l'unica risposta.
Pochi minuti dopo il Capo dello Stato venne fatto salire su una berlina nera dai vetri oscurati, il convoglio lasciò il Quirinale, nessuna sirena, nessuna scorta, nessun testimone, le strade di Roma inghiottirono le automobili,
da quel momento nessuno seppe più dove fosse stato portato.
I rumori dei blindati delle colonne di mezzi per le vie di Roma si fecero più insistenti, la gente iniziò ad affacciarsi alle finestre, qualcuno pensò a un'esercitazione, qualcuno a un attentato, qualcuno capì e chi capì ebbe paura.
In un edificio anonimo nei pressi del centro di Roma, lontano dagli occhi della popolazione, decine di telefoni squillavano senza sosta, mappe della capitale coprivano le pareti, cartine militari, fotografie, elenchi di nomi,
uomini in borghese entravano e uscivano dalla sala, nessuno alzava la voce, nessuno perdeva il controllo.
Ogni cosa sembrava preparata da anni, 
al centro della stanza sedeva Licio Gelli, d avanti a lui, Glauco Randelli,
i due osservavano gli aggiornamenti arrivare uno dopo l'altro.
«Quirinale?»
— Obiettivo acquisito.
«Viminale?»
— In sicurezza.
«RAI?»
— Operativa.
«Ministeri?»
— Controllati.
Randelli lasciò uscire lentamente il fumo della sigaretta, «Il Principe sta vincendo...» Gelli annuì, «No.»
soffiò il fumo verso il soffitto,
«Sta eseguendo»
Alle 02.45 Tutte le cariche dello stato furono fatte sparire, le sedi del PCI di Roma incendiate, gli uomini degli apparati dello stato contrapposti al golpe, resi innocui, nelle altre città, le operazioni si conclusero secondo tabella di marcia...
Gello alza il telefono a rispondergli è Borghese già negli studi Rai pronto a parlare alla nazione «Comandante Borghese,siamo al dunque», Borghese non rispose ascolto solamente, Gelli aggiunse «Ora vada a godersi il suo momento di Gloria», una frase che rimbomba come un monito e non un approvazione, Borghese sa che per arrivare fin qui' aveva bisogno di un patto diavolo e che tutto non sarebbe finito in questa notte trionfale..
Ore 06.00 il Comandante della X MAS è d avanti la telecamera che si accende è inizia il suo discorso.....
«Italiani,In questa notte decisiva per il destino della Patria, le Forze Armate e gli uomini che hanno a cuore la salvezza dell’Italia hanno assunto la responsabilità che il governo legittimo aveva abbandonato, l’esecutivo, incapace di difendere la Nazione dal disordine, dalla corruzione e dal pericolo comunista, è decaduto, da questo momento, il potere è affidato al Comitato di Salute Pubblica, che ho l’onore di presiedere, il nostro compito è ristabilire l’ordine, garantire la sicurezza dei cittadini, restituire dignità allo Stato, chiedo alle Forze Armate, ai Carabinieri, alla Polizia, alla Guardia di Finanza di mantenere la calma, presidiare i punti nevralgici del Paese e assicurare che nessun atto di violenza o sabotaggio possa minacciare la rinascita dell’Italia, ai lavoratori, agli studenti, ai cittadini tutti dico, non abbiate timore, nessun diritto sarà violato, nessuna libertà sarà soppressa, ma non sarà più tollerato che la libertà venga usata contro la Nazione, l’Italia deve tornare forte, rispettata, unita, il nostro intervento non è contro il popolo, ma contro coloro che hanno tradito il popolo, contro chi ha tentato di consegnare l’Italia al caos, alla sovversione, alla violenza ideologica, da oggi inizia un’opera di ricostruzione morale e civile, saranno ripristinati disciplina, responsabilità, senso del dovere, saranno difesi i valori che hanno fatto grande la nostra storia.
Italiani, vi chiediamo serenità, collaborazione, fiducia, la patria è stata salvata, ora dobbiamo ricostruirla insieme....Viva l’Italia»
Nella sala Operativa dopo il discorso di Borghese la tv si spense, suonò il telefono, alzò la cornetta, Licio Gelli osservò l'apparecchio.
Come se avesse atteso quella chiamata per tutta la notte.
Sollevò lentamente la cornetta.
«Pronto.»
Dall'altra parte della linea seguì qualche istante di silenzio.
Poi una voce calma.
Inconfondibile.
«Ha parlato bene.»
Gelli sorrise appena
«Chi?»
«Il Principe....»
Andreotti lasciò trascorrere qualche secondo....
«Gli italiani amano gli uomini che parlano di destino»
Gelli si voltò verso la finestra.
L'alba stava cominciando a rischiarare Roma
«E gli uomini che lo costruiscono?»
Nuovo silenzio, poi una breve risata.
quasi impercettibile.
«Quelli non devono mai apparire»
nella sala nessuno osava muoversi,
Randelli osservava Gelli fumando in silenzio.
Gli altri presenti fingevano di lavorare
Ma tutti stavano ascoltando.
«Il Presidente?»
chiese Andreotti.
«Trasferito.»
«I ministri?»
«Neutralizzati.»
«Le comunicazioni?»
«Controllate.»
Andreotti sembrò riflettere, poi disse,
«Allora la Repubblica è finita»
Gelli guardò la città, le prime luci del giorno illuminavano le cupole, i ponti,
le strade vuote «No»rispose lentamente, «La Repubblica è soltanto diventata qualcos'altro»
Infine Andreotti pronunciò le ultime parole.
«Ricorda una cosa caro Licio, i colpi di Stato sono come le guerre.»
«In che senso?»
«Non li vince chi li organizza.» una pausa, lunga pesante «Li vince chi riesce a scriverne la storia.»
La linea si interruppe, Gelli rimase immobile, la cornetta ancora in mano,
sul suo volto apparve un sorriso sottile, inquietante, come quello di un uomo che aveva appena compreso che la partita più importante non era finita, era appena cominciata,
fuori, sopra Roma, il sole dell'8 dicembre 1970 stava sorgendo e con esso una nuova Italia...


 
 

giovedì 11 giugno 2026

L’Albania che non si vende: i giovani in piazza contro la svendita della costa


 In queste settimane l’Albania sta mostrando il suo volto più bello e coraggioso, migliaia di giovani sono scesi in piazza a Tirana e in altre città per dire basta a un megaprogetto di resort di lusso legato a Jared Kushner e alla famiglia Trump, l’obiettivo è una zona protetta della laguna di Narta, uno degli ultimi paradisi naturali della costa adriatica, non è solo una battaglia per salvare spiagge e biodiversità, è una ribellione per l’anima del Paese, per molti albanesi, però, è l’ennesimo segnale che il loro paese è in saldo, dopo trent’anni di transizione, emigrazione di massa (oltre un milione e duecentomila persone partite) e promesse europee mai del tutto mantenute, l’Albania è stanca di essere trattata come terra di conquista, i giovani che protestano non accettano più questo copione, vendere la natura più bella per attirare capitali esteri, aggravando disuguaglianze, rendendo le case inaccessibili ai locali e distruggendo ecosistemi irrecuperabili.

Il bello di questo movimento è proprio chi lo anima, non sono i soliti partiti di opposizione, spesso screditati è una generazione giovane, spontanea, pacifica e creativa, puliscono le strade dopo le manifestazioni, cantano, ballano, offrono fiori alla polizia, lo slogan più potente è semplice e fortissimo «L’Albania non è in vendita», rivendicano lo Stato come cosa loro, si oppongono alla legge sugli “investimenti strategici” che rischia di regalare pezzi di Paese a pochi è una protesta che parla di dignità, di rispetto di sé, di futuro possibile senza svendersi.

Eppure, questa storia sta ricevendo pochissima attenzione dai grandi media internazionali, un silenzio assordante, come se le lotte ambientali e democratiche di un piccolo Paese balcanico non meritassero spazio e mentre si parla continuamente di altri argomenti, la voce di questi ragazzi e ragazze rischia di rimanere confinata ai social e alle piazze albanesi e se fosse così sarebbe un peccato, perché quello che sta accadendo ha un valore enorme.

In un’Europa dove spesso la rabbia si è trasformata in populismo, nazionalismo o rassegnazione, l’Albania sta provando una strada diversa, una mobilitazione civica dal basso, ambientalista, democratica e piena di speranza. 

Fragile perché senza leader né programma definitivo, ma proprio per questo autentica e difficile da controllare.

Questi giovani meritano tutto il nostro sostegno, mostrano che è ancora possibile dire no alla logica del “denaro prima di tutto”, che un Paese può scegliere di non svendere la propria anima per qualche posto di lavoro temporaneo e infrastrutture dorate destinate ai ricchi, tutto questo riguarda anche noi...

mercoledì 10 giugno 2026

Breve Ragionamento sulla nuova Ferrari Luce, non sembra una Ferrari, per questo che funziona



 Quando tutti abbiamo visto la nuova Ferrari, probabilmente tutti abbiamo pensato, “Orribile” , “Questa non sembra nemmeno una Ferrari" "Togliete il Cavallino da quelle elettrodomestico" ed è normale, perché il nostro cervello ama ciò che conosce, quando un brand costruisce per anni un’identità precisa, qualsiasi cambiamento viene percepito quasi come un errore.

Ma c’è una domanda interessante da farsi,  se fosse esattamente questo il punto?

Perché nel mercato moderno l’indifferenza è spesso più pericolosa delle critiche, u prodotto che piace subito a tutti raramente genera conversazione, un prodotto che divide, invece, crea attenzione, discussioni, commenti, articoli, contenuti, meme e condivisioni.

E ogni volta che qualcuno dice “Che schifo” sta comunque facendo una cosa importantissima, ne sta parlando, questo non significa che provocare sia sempre la strategia giusta, significa però capire che innovare spesso comporta rompere aspettative consolidate.

Ferrari non vende soltanto automobili, vende desiderio, immaginario, status, emozione, se milioni di persone stanno discutendo di quella scelta, forse il risultato più importante è già stato ottenuto.

Perché a volte il vero rischio non è essere criticati, ma essere dimenticati.

martedì 9 giugno 2026

Gli Strokes hanno davvero salvato il rock? La storia vera dietro “Is This It”

                             



Nel 2001 il rock sembrava in punto di morte, dopo l’esplosione grunge, Brit Pop e alternative degli anni ’90, il mainstream era dominato da nu-metal aggressivo (Korn, Limp Bizkit) e da un’alternativa spesso troppo levigata e commerciale, il panorama musicale mancava di freschezza, di urgenza e di quel “vero” spirito rock’n’roll.

Poi arrivarono cinque ragazzi di New York con giacche di pelle, jeans stretti e un’attitudine noncurante, si chiamavano The Strokes, e il loro album di debutto Is This It cambiò tutto.

Il contesto è un vuoto da riempire,

alla fine degli anni ’90 il rock alternativo era stato cooptato e svuotato, da una parte c’erano i giganti del nu-metal, dall’altra proposte spesso anonime o eccessivamente raffinate, serviva qualcosa di nuovo, ma allo stesso tempo vecchio, grezzo, autentico, divertente e pericoloso.

gli Strokes arrivarono esattamente nel momento giusto.

Si formano nel 1998 a New York, Julian Casablancas (voce), Nick Valensi e Albert Hammond Jr. (chitarre), Nikolai Fraiture (basso) e Fabrizio Moretti (batteria) iniziarono a suonare nei piccoli club della città, il loro sound era un mix esplosivo di garage rock anni ’60, proto-punk dei Velvet Underground e influenze newyorchesi degli anni ’70-’80.

Dopo aver fatto parlare di sé con esibizioni live cariche di energia, firmarono con una major e si prepararono a registrare il disco che avrebbe segnato un’epoca.

La registrazione di “Is This It” tornare alle origini, la band aveva un’idea molto chiara, niente suoni puliti e iper-prodottti, volevano catturare l’energia grezza dei loro live, così tornarono da Gordon Raphael nel suo piccolo studio spartano, registrando quasi tutto in presa diretta.

Il risultato? Un album di appena 11 tracce, poco più di 36 minuti, con un suono lo-fi, chitarre nervose, batteria essenziale e la voce caratteristica di Julian Casablancas, calda e un po’ annoiata, brani come Last Nite, Hard to Explain, Someday e Barely Legal diventarono subito inni generazionali.

L’album uscì nel 2001 (prima in Australia, poi nel resto del mondo) e fu accolto come una ventata d’aria fresca, ipatto a “British Invasion” al contrario, se negli anni ’60 i Beatles e i Rolling Stones avevano conquistato l’America, fecero il percorso inverso, il loro successo in Inghilterra fu enorme e scatenò una vera e propria rinascita del rock britannico.

Band come Arctic Monkeys, Franz Ferdinand, The Libertines, Bloc Party, Kaiser Chiefs e molte altre presero chiaramente ispirazione dal sound e dall’attitudine dei Strokes, Alex Turner degli Arctic Monkeys arrivò addirittura a cantare: “I just wanted to be one of The Strokes”.

Non si trattò solo di un successo commerciale: i Strokes resero di nuovo “cool” suonare in una band di amici con chitarre elettriche, riportarono il rock nelle strade, nei club e nelle camere dei ragazzi.

Hanno davvero salvato il rock?

La domanda è legittima, alcuni dicono che sia solo mito retroattivo, altri che il loro ruolo sia stato fondamentale. La verità probabilmente sta nel mezzo, gli Strokes non hanno “inventato” niente di nuovo, ma hanno rimesso insieme i pezzi giusti al momento giusto, suono grezzo, canzoni eccellenti, look iconico e una grande chimica sul palco, hanno dimostrato che il rock poteva ancora essere vitale, cool e mainstream senza compromettere la propria integrità.

Is This It rimane ancora oggi uno degli album più influenti degli ultimi 25 anni. Ha aperto le porte a una generazione intera di musicisti indie e ha ridato speranza a chi pensava che il rock fosse finito.

Che siano stati i salvatori assoluti o meno, una cosa è certa hanno reso il 2001 menompesante, lasciato un segno indelebile nella storia della musica.

lunedì 8 giugno 2026

Tragedia nascosta tra le stelle...

  



Era il 1957, la Guerra Fredda non era solo politica, era sudore freddo, valvole che bruciavano e sigarette fumate fino al filtro, mentre il mondo si beveva la favola dello Sputnik, a Torino due fratelli, Achille e Giovanni Battista Judica Cordiglia trasformarono un vecchio bunker tedesco abbandonato (la famosa Torre Bert) in una centrale di spionaggio spaziale fai-da-te, piena di cavi rubati, ruggine e pura adrenalina all'italiana.

Niente fondi governativi, niente supercomputer, solo due ragazzi tosti, saldatori bollenti e un'ossessione che puzzava di nafta e tradimento cosmico, Achille e Giovanni non ascoltavano Radio Mosca per passare il tempo, loro puntavano le antenne dritte nell'abisso, dove i sovietici lanciavano carne umana come fosse carne da cannone.

E una notte tutto esplose, le cuffie catturarono voci umane, voci che non dovevano esistere, respiri affannosi, grida distorte dal vuoto, richieste di aiuto che si perdevano nel sibilo mortale dell'orbita, cosmonauti fantasma mandati su in fretta e furia, senza gloria, senza ritorno, missioni cancellate dalla storia ufficiale,ma il colpo da maestro arrivò con lei,una voce di donna, una cosmonauta senza nome, intrappolata in un inferno di metallo rovente, mentre la capsula bruciava nell'atmosfera, la sua voce straziata arrivò chiara nelle orecchie dei due fratelli, «Questo il mondo non lo saprà mai...», un'ultima, amara frase prima del silenzio eterno, un addio sputato contro il regime che l'aveva mandata a morire nell'ombra, due fratelli sudati nella penombra della Torre Bert, luci rosse delle valvole che pulsano come un cuore impazzito, la pioggia torinese che batte fuori mentre dentro si consuma una tragedia cosmica, nastri magnetici che girano lenti, catturando l'urlo di una donna che si dissolve nel fuoco.

Non era fantascienza, era realtà cruda, registrata su bobine che ancora oggi fanno venire i brividi, i fratelli non si fermarono, nonostante il Kgb li individuò smontando la loro stazione, loro la  ricostruirono più volte, continuando a spiare il cielo, documentando bip disperati, SOS in Morse e altre voci perdute, la stampa italiana impazzì "I pirati di Torino ascoltano i morti dello spazio!" I Russi negarono tutto, ovvio, come negavano i gulag e gli errori del Partito.

Ma i due fratelli di Torino finirono pure da Mike Bongiorno a La Fiera dei sogni, vinsero un viaggio alla NASA e diventarono leggenda, il regime sovietico avrebbe voluto farli sparire, ma non ci riuscirono.

Oggi qualcuno li chiama eroi, altri sognatori o complottisti, ma una cosa è certa, mentre i potenti giocavano con le vite come pedine, due radioamatori italiani armati solo di coraggio e ingegno alzarono il sipario su uno degli inganni più feroci della storia.

Questa è la storia delle voci dal buio, segreti che bruciano e una frase che ancora oggi rimbomba«Questo il mondo non lo saprà mai».

 

venerdì 5 giugno 2026

Recensioni a scoppio ritardato: OSAKA FLU - Lasciateci Divertire


Dopo sei anni di silenzio radio, gli Osaka Flu tornano e mollano una bomba a mano nel mezzo del cimitero di playlist algoritmiche dove la maggior parte della musica italiana di oggi va a crepare in silenzio, si chiama "Lasciateci Divertire" ed è, senza girarci troppo intorno, uno dei dischi più sinceri, incazzati e maledettamente belli usciti in questo paese negli ultimi anni.

Questo non è un album “carino”, non è fatto per piacere alle radio, non è fatto per finire nelle Spotify Wrapped delle persone che ascoltano solo roba “vibe”, è un disco che puzza di sudore, di asfalto bagnato di Arezzo, di rabbia lucida e di quel tipo di malinconia che ti prende quando capisci che il mondo è una merda ma tu continui lo stesso a urlarci contro.

Dal punk incazzato e velocissimo di Rumore al cantautorato sporco e visionario di Una Canzone Non Serve a niente, passando per l’inno generazionale Odio Gli Indifferenti (che dovrebbe essere suonato a ripetizione in tutte le scuole e i posti di lavoro d’Italia), gli Osaka Flu fanno quello che pochissimi hanno il coraggio di fare, mischiano le budella con il cervello senza mai suonare pretenziosi.

C’è rabbia, sì, ma c’è anche una bellezza oscura, quasi poetica, in questo caos controllato, c’è il gusto di chi sa esattamente dove far male e quando far sorridere, indie, punk, cantautorato incazzato, chiamatelo come vi pare, io lo chiamo rock italiano come dovrebbe essere.

E qui arriviamo al punto, la migliore band italiana del momento sta nel lato oscuro e meraviglioso della musica alternativa, non nei talent, non nelle major, non nelle playlist di “Scoperta Settimanale” sta in una cantina in Toscana a scrivere pezzi che bruciano e l’algoritmo di merda ce li ha nascosti per troppo tempo.

Vaffanculo, algoritmo!

Hai tenuto nascosti questi tre pazzi per anni mentre ci propinavi le solite quattro facce da TikTok con l’autotune e le batterie trap, hai fallito di nuovo.

Lasciateci Divertire è un disco necessario, di quelli che ti fanno venire voglia di alzare il volume fino a spaccare i vetri, di andare al concerto e spaccarti la schiena nel pogo, di sentire di nuovo che la musica può ancora essere una cosa viva, pericolosa e bellissima.

Osaka Flu non chiedono permesso, non fanno trend, fanno rumore

e noi, finalmente, possiamo divertirci....









giovedì 4 giugno 2026

Ulysse Delsaux: quando la passione trova una strada dove gli altri vedevano muri


Ci sono persone che trovano il proprio posto nel mondo attraverso le parole,
altre lo trovano nel rumore,
per Ulysse Delsaux, quel rumore aveva il suono di un motore acceso.
Crescere con l’autismo significa spesso imparare presto una cosa, il mondo non sempre è costruito per funzionare al tuo ritmo,
ci sono sguardi che non capiscono,
aspettative che pesano,
situazioni quotidiane che per molti sembrano semplici e che invece richiedono uno sforzo enorme.
Da bambino, anche per Ulysse comunicare non era facile, le parole arrivavano con difficoltà, mentre il resto del mondo sembrava correre più veloce, poi arrivò una pista e qualcosa cambiò.
Tra curve, traiettorie e motori, non serviva spiegare chi fosse, non serviva adattarsi, non serviva nascondere le proprie differenze, serviva soltanto guidare.
La passione fece quello che a volte la società fatica ancora a fare, creare spazio, molti guardano un pilota e vedono velocità, ma dietro il casco di Ulysse c’era qualcosa di più c’era un ragazzo autistico che stava costruendo il proprio linguaggio, il proprio equilibrio, il proprio modo di stare nel mondo.
Perché la passione ha questo potere straordinario, non cancella l’autismo,
non elimina le difficoltà, non trasforma magicamente ogni ostacolo in qualcosa di semplice, ma può abbattere barriere che sembravano invalicabili, può trasformare la paura in concentrazione.
L’isolamento in appartenenza, la diversità in forza, ogni gara diventava qualcosa di più di una competizione.
Era una risposta silenziosa a chi vedeva soltanto limiti.
Era la dimostrazione che esistono infiniti modi di comunicare, di imparare, di eccellere.
Troppo spesso si racconta l’autismo partendo da ciò che una persona non riesce a fare.
La storia di Ulysse racconta altro,
racconta cosa succede quando qualcuno incontra qualcosa che ama profondamente, perché in quel momento le barriere non spariscono,
ma iniziano, lentamente, a perdere potere, ed è forse questo il motivo per cui la sua storia emoziona così tante persone.
Non perché parli di automobili,
ma perché parla di qualcosa che tutti possiamo riconoscere,
quel momento in cui trovi finalmente un posto dove puoi essere te stesso e scoprendo che, forse, era proprio lì che dovevi correre.
 












 

mercoledì 3 giugno 2026

Amendolara e il rumore delle fiamme


 



Ci sono tragedie che durano pochi minuti, poi ci sono quelle che continuano a bruciare molto dopo,

ad Amendolara non è morta soltanto della gente dentro un’auto, è morto, per l’ennesima volta, quel patto fragile che ci raccontiamo ogni giorno per stare tranquilli, l’idea che il mondo, tutto sommato, funzioni, che certe cose capitino altrove, agli altri, non da noi, poi arrivano le fiamme a cancellare tutto, ogni certezza 

Quattro persone, un’auto, una strada, il loro diritto di essere pagati e non sfruttati, ma  bastano pochi elementi per costruire un inferno e una malvagità così crudele che lascia sgomenti.

Quello che fa rabbia non è soltanto l’orrore, l’orrore è immediato, ti colpisce, ti scuote, ti travolge.

La rabbia arriva dopo, arriva quando inizi a vedere il meccanismo, la tragedia diventa titolo, il titolo diventa dibattito, il dibattito diventa rumore e con il passare del tempo il rumore diventa silenzio e quelle vite spezzate che dovrebbero fare da monito per cercare di cambiare le cose affinché non riaccada diventeranno invisibili

Funziona sempre così, ci indigniamo a turni, piangiamo a tempo determinato, consumi veloci, emozioni veloci, memoria velocissima.

Siamo diventati una società capace di guardare il fuoco senza sentire il calore, questa storia fa male perché costringe a ricordare una cosa semplice basta pochissimo, un minuto, una fatalità etutto quello che sembrava normale diventa cenere.

Forse la parte più spaventosa non è neppure la morte, è l’abitudine, perché quando inizi a considerare normali certe notizie, significa che qualcosa si è rotto,  la speranza resta sempre la stessa, che questa storia, che queste vite spezzate, non diventino soltanto numeri da archiviare o titoli da dimenticare, che non siano morti invano, ma rappresentino almeno un momento in cui fermarsi davvero, guardare in faccia il dolore e ricordarci che ogni tragedia ignorata prepara silenziosamente la prossima....

lunedì 1 giugno 2026

Distopia70 - Episodio 9 Di P.Lirangi - M.Maneggio - A.Moretti



Roma, fine settembre 1970, la nebbia si era fatta più densa su Roma, non era solo umidità autunnale, era il fiato pesante di una città che sentiva arrivare la fine di un’epoca e non sapeva ancora se sarebbe sopravvissuta.

Nella sede del Fronte Nazionale, Borghese spegneva il sigaro nel posacenere di cristallo con un gesto lento, quasi rituale. La telefonata di poco prima – «Il viaggio è finito» – aveva chiuso un capitolo, cinque ragazzi morti sull’autostrada, cinque potenziali problemi eliminati, ma il Comandante non sorrideva, sapeva che ogni omicidio, anche necessario, lasciava dietro di sé un’eco che prima o poi sarebbe tornata.

Remo Orlandini entrò nella stanza senza bussare, il volto segnato dalla stanchezza e dall’eccitazione «Reggio brucia ancora, Comandante. I nostri uomini tengono le piazze. La gente grida “Boia chi molla” e non sa che sta gridando il nostro nome, la ’ndrangheta tiene le armi pronte, Delle Chiaie è rientrato di nascosto, vuole incontrarla.»

Borghese annuì, ma i suoi occhi erano lontani «Digli di venire, ma stavolta niente poesie Stavolta contano solo i fatti.»

A Villa Wanda, Licio Gelli camminava avanti e indietro nel suo studio. Il rapporto di Vito Miceli era sul tavolo, insieme alle foto dell’incidente sulla via Casilina. «Cinque morti» mormorò Gelli tra sé, «Troppo sporco. Troppo visibile.» Glauco Randelli, seduto in poltrona con il solito bocchino spento tra le dita, lo osservava senza espressione.«Il Principe si sta muovendo da solo, crede di poter accelerare i tempi, pensa di usare Reggio come detonatore.»

Gelli si fermò davanti alla finestra, Fuori, il buio era assoluto, «Gli americani stanno diventando nervosi, Fendwich ha mandato un messaggio chiaro o Borghese rispetta i tempi concordati, o l’appoggio logistico viene ritirato,Nixon non vuole uno spettacolo da circo fascista, vuole un governo stabile, anticomunista, controllabile, s ed è per questo che già sa che gli conviene ritornare nei ranghi»

Randelli accese finalmente la sigaretta, «E noi? Noi cosa vogliamo, Gran Maestro?»

Gelli si voltò, il suo sorriso era freddo come sempre. «Vogliamo quello che abbiamo sempre voluto, il potere vero, non quello che sventola bandiere nere in piazza, quello che firma decreti al mattino e controlla le banche al pomeriggio.»

Reggio Calabria, stessa notte, le strade erano un campo di battaglia a intermittenza. Gruppi di giovani con caschi e bastoni si muovevano tra le barricate, tra loro, infiltrati del Fronte Nazionale e di Avanguardia Nazionale coordinavano gli scontri, spingendo la protesta verso la violenza pura.

Stefano Delle Chiaie, con un giubbotto scuro e il volto seminascosto, incontrò Borghese in un appartamento al terzo piano di un palazzo sventrato dalle molotov, «Comandante, la città è nostra, Possiamo farla esplodere quando vogliamo, un assalto alla prefettura, qualche morto tra le forze dell’ordine… e il governo sarà costretto a dichiarare lo stato d’emergenza, sarà il caos perfetto per muoverci su Roma.»

Borghese lo guardò a lungo.«Tu vuoi la guerra civile, Stefano, io voglio la vittoria, non sono la stessa cosa.»

Delle Chiaie strinse i pugni, «Senza sangue non ci sarà nessuna vittoria, i rossi si stanno riorganizzando, se aspettiamo dicembre, potrebbero essere pronti»

Borghese gli mise una mano sulla spalla, un gesto quasi paterno «Dicembre è vicino e quando arriverà, non sarà una rivolta di piazza, sarà un’operazione chirurgica, il Quirinale, il Viminale, la RAI, tutto in una notte, come un colpo di spada, a breve ci sarà un accordo su Reggio ritira le forze necessarie per l ora X, una volta preso il potere, penseremo a Gelli e i servizi segreti» disgustato nonostante tutto Delle Chiaie obbedisce.

Nel frattempo a Milano, redazione de L’Umanità Nova un giornalista anziano, con gli occhiali spessi e le mani che tremavano, guardava le poche carte arrivate in modo anonimo quella mattina, frammenti, un nome, Randelli, un altro Monti riferimenti a un treno deragliato e a “l’ora X” fissata per l’8 dicembre «Non è molto» mormorò a un collega. «Ma è abbastanza per capire che sta succedendo qualcosa di grosso.»

Non sapeva che fuori, in una macchina ferma, due uomini di Randelli lo stavano già osservando.

Borghese tornò a Roma prima dell’alba, nella sua mente scorrevano i nomi: Saragat da neutralizzare, Andreotti da tenere a bada o da coinvolgere, i generali fedeli da attivare, i carri armati da far muovere, ma soprattutto pensava a Gelli, sapeva che il Gran Maestro lo stava usando e lui stava usando il Gran Maestro, era una danza sul filo del rasoio.

Prima di addormentarsi, sussurrò tra sé una frase che ripeteva spesso nei momenti più bui «L’Italia ha bisogno di un nuovo ordine, e se per averlo devo sporcarmi le mani… che sia»


 

mercoledì 27 maggio 2026

Antieroi Leggendari: El Trinche Carlovich, il re Senza corona


Nel ventre caldo e violento di Rosario, dove il calcio è religione pagana fatta di fango, sangue e umiliazioni, nacque un demonio con i piedi di seta, si chiamava Tomás Felipe Carlovich, ma tutti lo conoscevano come El Trinche l’uomo che infilzava difensori come spiedini e li lasciava lì, immobili, a chiedersi che diavolo fosse appena successo.
Alto, magro, zazzera selvaggia e sguardo da pistolero che si annoia facilmente, camminava come se il mondo intero gli dovesse delle scuse e in fondo, forse era così.
Negli anni ’70, mentre il calcio argentino si vendeva l’anima tra soldi, dittature e gloria, El Trinche giocava come se fosse ancora nei campetti polverosi di Rosario. Controllo di palla da stregone, visione da cecchino, dribbling lenti ma letali che facevano sembrare i marcatori delle statue di sale, inventò il doppio tunnel, due volte nello stesso movimento solo perché una volta non bastava per farli sentire ridicoli.
Lo volevano nell' Albiceleste, lo chiamarono, El Trinche ascoltò, fece spallucce e andò a Pescara, no grazie, non gli interessava la Selección, non gli interessava la Primera División, non gli interessava la gloria, i club di Buenos Aires e qualche  emissario di club europei che offrirono contratti che avrebbero cambiato la vita di chiunque, lui li mandò tutti a fanculo, voleva il suo Central Córdoba, la sua Segunda, le sue birre fredde, le sue notti a Rosario e le sue partite giocate come atti di ribellione pura.
Era l’antieroe perfetto, il Maradona che non volle mai diventare Maradona, Diego stesso, il Dio, lo ammise senza giri di parole «El Trinche era meglio di me». José Pekerman lo definì «il più grande centrocampista che abbia mai visto», ma lui se ne fotteva altamente, giocava per il piacere sporco del tocco geniale, per umiliare il sistema con un controllo di prima, per far sognare i poveracci delle tribune che in lui vedevano la rivincita di chi non si vende.
Pochi video, quasi nessuna immagine nitida, la sua leggenda vive di racconti di bar, di voci che passano di bocca in bocca, come le storie dei pistoleri del West, a Rosario dicono tutti di averlo visto giocare, bugie bellissime, perché El Trinche è diventato mito proprio perché non si è fatto ingabbiare. Non ha vinto trofei importanti, ha giocato pochissimo in Primera. Ma ha lasciato un segno più profondo di tanti campioni con gli armadi pieni di medaglie.
Lento? Sì, Pigro? Assolutamente. Geniale? Senza discussione. Giocava con l’eleganza assassina di un coltello a serramanico sotto la luna di Rosario.
È morto come è vissuto, in strada. Nel 2020, a 74 anni, un ladro gli rubò la bicicletta e lo colpì alla testa, una fine brutale, senza redenzione hollywoodiana, senza lieto fine, una fine da vero antieroe pulp.
El Trinche Carlovich non è stato solo un calciatore, è stato un atto di resistenza con i calzettoni abbassati, un uomo che ha scelto la libertà della sua città, la strada, il piacere immediato contro il successo, gli stadi pieni e i compromessi.
Nel pantheon degli antieroi leggendari, lui siede lassù, con una sigaretta in bocca e un pallone tra i piedi, che ride di tutti noi che abbiamo accettato il gioco del sistema.
E ogni volta che in qualche campetto polveroso di Rosario qualcuno fa un tunnel impossibile a un difensore più grosso di lui, si sente un sussurro nel vento,
«Questo l’avrebbe fatto meglio El Trinche.»
Il calcio vero non è mai stato per tutti e lui l’hai capito prima degli altri.

martedì 26 maggio 2026

La Storia del Blitz


Londra, fine anni ’70, il punk è morto, strafatto di vomito e spille da balia, e Margaret Thatcher sta già preparando il coltello per sgozzare la classe operaia, in mezzo a questo schifo grigio e piovoso, in un seminterrato di Great Queen Street a Covent Garden, nasce uno dei posti più bastardi, belli e maledetti della storia della notte, il Blitz Club.

Era il 1979 quando Steve Strange e Rusty Egan decidono di prendersi un wine bar mezzo morto e trasformarlo nel loro personale regno di decadenza glamour, solo martedì sera, solo una sera a settimana, perché chi cazzo vuole aprire tutte le sere quando può creare una setta?

Steve Strange stava alla porta come un Cerbero truccato con eyeliner e rossetto, vestito come un pirata del XVIII secolo incrociato con un extraterrestre, guardava la gente con quegli occhi da pazzo e decideva chi era degno di entrare,niente giacca di pelle da punk? Fuori, jeans normali? fuori, facce da impiegato? Vai a morire altrove, darling.

Dentro, invece, entravi in un altro mondo, un bordello di Weimar che aveva preso l’LSD e aveva deciso di ballare sul cadavere del punk. Ragazzi e ragazze (e tutto quello che c’era in mezzo) vestiti come aristocratici decaduti, con pizzi, spadoni finti, cappelli piumati, trucco colato e sguardi da chi ha già visto l’apocalisse e la trova noiosa.

Dentro al Blitz c’erano loro, i Blitz Kids, una ciurma di bastardi creativi che avrebbe cambiato per sempre la musica e la moda,

Boy George stava al guardaroba, rubando soldi e occhieggiando tizi con cui copulare da lì a poco e da lì avrebbe trasformato Culture Club in un fenomeno mondiale mentre si faceva come se non ci fosse un domani, gli Spandau Ballet suonavano lì i loro primi pezzi, ancora con i capelli cotonati e le camicie da pirata, in poco tempo da quel mondo proibito a Top of the Pops, Marilyn, Princess Julia, Stephen Jones (che poi avrebbe fatto cappelli per la regina e Madonna), tutti lì a pisciare champagne e inventare il futuro.

La musica? Rusty Egan sparava Bowie, Roxy Music, Kraftwerk, disco europea e tutto quello che aveva le palle per essere nuovo. Niente tre accordi, li si ballava con sintetizzatori freddi come il ghiaccio mentre fuori l’Inghilterra bruciava.

Non fatevi fregare dal nome “New Romantic” non era romanticismo da cioccolatini era sesso esplicito, gender bending prima che esistesse la parola, e droga a fiumi, quella merda bianca che ti faceva sembrare un dio per due ore e uno zombie per il resto della vita.

Il Blitz era un posto dove un ragazzo poteva mettersi il rossetto, scoparsi un altro ragazzo, una ragazza, o tutti e due, senza che nessuno battesse ciglio, era queer prima che diventasse una bandiera arcobaleno da multinazionale, era libertà vera, sporca, sudata, pericolosa.

Si scopava nei bagni, si vomitava nei lavandini, si sniffava sui tavoli, si ballava come se il mondo stesse finendo (perché in fondo stava finendo davvero).

Il Blitz è durato pochissimo, dal 1979 al 1981 circa, poi, come tutte le cose belle e troppo intense, si è bruciato, la fama ha attirato i turisti del cazzo, gli idioti, i giornalisti, la droga ha iniziato a uccidere, Steve Strange ha cominciato a perdere il controllo e il sogno si è sbriciolato.

Ma cazzo se ha lasciato il segno, dal Blitz sono usciti Visage, Spandau Ballet, Boy George, Duran Duran (che ci andavano a spiare), designer, fotografi, stilisti. Hanno inventato gli anni ’80 prima ancora che arrivassero, hanno preso il grigiore post-punk e gli hanno dato una coltellata in pancia, facendone uscire paillettes e sangue.

Il Blitz Club non era un nightclub, era una setta, una chiesa eretica, un’orgia di vanità, talento, follia e giovinezza assoluta.

Se oggi ti vesti in modo strano, se ti trucchi, se osi essere eccessivo, se credi che lo stile possa essere un’arma… devi ringraziare quei geni strafatti che ballavano al Blitz mentre l’Inghilterra cadeva a pezzi.

E se mai dovessi trovare un modo per tornare indietro nel tempo, io so esattamente dove voglio andare, Martedì sera, Great Queen Street 1979,fuori piove merda thatcheriana,dentro… beh, dentro c’è il futuro che si fa una pista e balla come un dio.

lunedì 25 maggio 2026

La fine dello show di Colbert e il valore civile dei late show americani


La chiusura del "Late Show with Stephen Colbert" non è soltanto la fine di un programma televisivo di enorme successo, è un piccolo terremoto culturale, perché negli Stati Uniti i late show non sono mai stati solo intrattenimento serale, sono stati, per decenni, uno spazio di critica politica, di satira feroce, di libertà di parola e di resistenza culturale, oggi in un clima politico sempre più polarizzato e aggressivo, la loro funzione è diventata ancora più importante.

Chi guarda i late show americani superficialmente vede monologhi, battute, ospiti famosi e applausi, ma dietro quel formato c’è qualcosa di molto più profondo, una tradizione democratica.

Da Johnny Carson a David Letterman, da Jon Stewart a Stephen Colbert, fino a John Oliver e Seth Meyers per arrivare a Jimmy Kimmel e Jimmy Fallon, la comicità politica americana ha svolto una funzione quasi giornalistica, ha smontato propaganda, evidenziato contraddizioni, ridicolizzato il potere.

E ridicolizzare il potere è una delle forme più alte di libertà, la satira funziona perché costringe il pubblico a vedere ciò che il linguaggio ufficiale prova a nascondere, una battuta ben costruita può essere più efficace di un editoriale di dieci pagine, può arrivare a milioni di persone che magari non leggerebbero un giornale politico ma che, davanti a un monologo di Colbert, iniziano a porsi delle domande.

Negli ultimi anni, soprattutto durante la presidenza Trump, i late show sono diventati anche un punto di riferimento emotivo e culturale per una parte enorme dell’America, non semplicemente “contro Trump”, ma contro l’idea che il potere debba essere immune dalla critica.

Donald Trump ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la comicità politica, non perché lo prendano in giro, tutti i presidenti americani sono stati bersaglio di battute,ma perché la satira rompe il meccanismo dell’autorità.

Trump costruisce consenso attraverso il controllo della narrazione, slogan semplici, polarizzazione, spettacolarizzazione continua, la satira interrompe quel flusso, lo desacralizza, trasforma la figura del leader forte in un personaggio vulnerabile, grottesco, umano.

Ed è proprio questo che il potere tende a temere, quando un governo o un leader iniziano a considerare giornalisti, comici, scrittori o artisti come “nemici”, non siamo più nel territorio della semplice polemica politica. Entriamo in una zona pericolosa, dove la libertà di espressione diventa un fastidio da controllare.

In questo senso, gli attacchi continui di Trump ai media, ai programmi satirici e ai comici non sono episodi isolati, fanno parte di una visione politica in cui la critica viene percepita come slealtà.

Eppure la democrazia funziona esattamente al contrario, Colbert non era solo un conduttore,
Stephen Colbert ha incarnato perfettamente questo ruolo.

Prima con The Colbert Report e poi con il Late Show, ha trasformato il sarcasmo in un linguaggio politico accessibile, ha saputo essere tagliente senza perdere intelligenza, popolare senza diventare superficiale.

Nei momenti più tesi della politica americana, il suo show è stato uno spazio in cui molti spettatori cercavano non soltanto risate, ma anche lucidità, ed è questo il punto fondamentale, la comicità politica non serve soltanto a far ridere, serve a mantenere viva la capacità critica di una società.

Una democrazia senza satira diventa rapidamente una democrazia più fragile, quando la comicità diventa servizio pubblico

C’è un elemento che spesso in Europa si fatica a comprendere fino in fondo, negli Stati Uniti i late show hanno rappresentato, soprattutto negli ultimi vent’anni, anche una forma di educazione civica.

Programmi come quelli di Colbert, Jon Stewart o John Oliver hanno spiegato temi complessi, guerre, elezioni, fake news, diritti civili, economia a milioni di persone usando il linguaggio della comicità e lo hanno fatto spesso con maggiore efficacia di molti media tradizionali.

Non è un caso che intere generazioni americane abbiano iniziato a interessarsi alla politica proprio attraverso la satira televisiva,in un’epoca dominata dagli algoritmi, dalla disinformazione e dalla polarizzazione estrema, quei monologhi serali sono diventati uno degli ultimi spazi in cui il potere poteva ancora essere sfidato apertamente davanti a un pubblico di massa.

Ed è proprio qui che si comprende perché figure autoritarie o populiste vedano questi programmi come una minaccia.

La satira non controlla eserciti, non firma leggi e non governa economie, ma ha una forza enorme, può incrinare il mito dell’uomo forte, può mostrare l’assurdo nascosto dentro la propaganda, può togliere paura attraverso il ridicolo.

Per questo la libertà di fare satira è sempre un termometro della salute democratica di un Paese, la lezione che riguarda anche noi, guardando agli Stati Uniti viene spontaneo fare un paragone con l’Europa e con l’Italia, da noi la satira politica esiste, ma raramente possiede la centralità culturale che hanno i late show americani.

Negli USA, milioni di persone si informano anche attraverso quei programmi, questo dice molto sia sulla crisi dei media tradizionali sia sulla capacità della comicità di intercettare il linguaggio contemporaneo.

Ma soprattutto ci ricorda una cosa essenziale, la libertà di espressione non si difende solo nei tribunali o nelle costituzioni, si difende ogni sera, quando qualcuno può ancora salire su un palco, guardare il presidente più potente del mondo e farci sopra una battuta.

Finché esiste quello spazio, esiste ancora una parte sana della democrazia, ed è proprio per questo che chi ama il potere senza limiti prova sempre, prima o poi, a spegnere le risate.



 

martedì 19 maggio 2026

Non tutto deve funzionare...



Ci hanno venduto la velocità come una religione, produci, pubblica, spingi,sfrutta, ottimizza e guadagna.

Numeri, target, strategia, algoritmi, ogni parola deve colpire qualcosa, ogni immagine deve convertire, ogni gesto deve servire a diventare qualcuno.

Dimenticando il gusto sporco e meraviglioso di fare le cose senza chiedere permesso.perdendo il diritto di perder tempo, di rallentare fino a sentire il rumore dei pensieri, di creare senza il fiato addosso delle statistiche, senza l' obbligo dei risultati immediati, senza quell’ansia da prestazione travestita da ambizione, perché non tutto deve arrivare da qualche parte.

Non tutto deve piacere, non tutto deve essere utile, c'è una forma di libertà quasi violenta nel fare qualcosa solo perché ti brucia dentro, scrivere una frase inutile,scattare una foto storta, restare in silenzio mentre il mondo urla “muoviti”.

Non c è sensazione migliore di sputre fuori ciò che hai addosso senza lucidarlo per renderlo digeribile, snza trasformarlo nell’ennesimo prodotto confezionato per raccogliere approvazione rapida da gente che scorre tutto e sente niente.

Oggi ti insegnano a stare dentro i bordi “Fai così.” “Comunica cosà.” “Questo funziona.” “Questo vende.”

Come se la creatività fosse una catena di montaggio con le luci al neon e il cronometro appeso al collo, ma di diventare una macchina educata, beh non si ha tanto voglia, meglio il caos lento, le idee che maturano male, le pause lunghe e gli errori o gli orrori grammaticali.

Le cose fatte per il piacere di far PP PPlo, non per strategia, chi continua a dire che senza seguire certe regole “non arrivi da nessuna parte”, beh stikazzi.

Perché forse il punto è proprio quello non voler arrivare dove stanno andando tutti, ma di fare le cose semplicemente per il piacere di farle, perdita di tempo? la risposta è  già nota.....






 

lunedì 18 maggio 2026

Distopia 70 Episodio 8 (Di P.Lirangi A.Moretti M.Maneggio)

 





Il capo dei servizi segreti Vito Miceli, non ci metterà molto a scoprire chi si cela dietro l’attento di Gioia Tauro, la mano che ha fatto deragliare il “Il Treno Del Sole” è quella del Fronte Nazionale di Borghese con l’aiuto di alcuni ambienti della ndrangheta….

Dopo aver fatto rapporto con sequela di omissis, Miceli si dirige a fare rapporto al Gran Maestro, ma questa volta non omette nessun dettaglio, il gran maestro è totalmente distratto, sembra non ascoltare quanto il capo del Sid gli espone…… aveva anche previsto che Borghese non sarebbe stato buono nell’angolo ad aspettare……

“Cosa credeva, che il capo della più spietata flottiglia della Repubblica di Salò non avrebbe reagito?”

Gelli lo fissa e non capacitandosi di come un uomo del genere rappresenti l’Intelligence Italiana……

“Gran Maestro, gli Americani probabilmente sapranno e solo questo porterà al termine di tutte le operazioni, abbiamo la possibilità di fermarci in tempo“

“In tempo da Cosa? Miceli lei stà troppo sulla superficie delle cose è questo non è un bene per il SID…..”

Gelli risale nelle sue stanze senza congedarlo, più irritato da quell’uomo che di quanto stà per succedere…..

L’Attentato alla Freccia del Sud era solo l’inizio per il Principe nero, sapeva che tenere sotto scacco Gelli e la P2 doveva dare una prova di forza….

In quel Luglio del 1970, vengono istituiti gli enti Regionali e per la Calabria viene scelto come capoluogo Catanzaro, a discapito di Reggio Calabria, nella città dello stretto monta il malcontento, già in quell’estate iniziano le prime proteste contro l’assegnazione governo centrale….

E’ Remo Orlandini a prospettare al Comandante l’improvvisa opportunità che si è presentata, sfruttare il malcontento popolare, trasformarlo in protesta ed infine farla diventare una vera e propria guerra civile, anticipando il colpo di stato cogliendo tutti di sorpresa….

In quei giorni a Reggio Calabria arrivano da tutta Italia uomini del Fronte Nazionale e di Avanguardia Nazionale, alcune cosche della Ndrangheta forniscono gli armamenti per combattere ad oltranza….

Inizialmente la protesta di Reggio Calabria era una protesta popolare, con una partecipazione trasversale della politica, ad esclusione del PCI, una casualità?

Nel giro di poche settimane le cose precipitano, e la città diventa un vero e proprio campo di battaglia, al grido “Boia Chi Molla” le forze dell’ordine e l’esercito non riescono a ristabilire l’ordine, per le vie si muore e si combatte senza pause, vengono assaltati sedi del PCI e del Partito Socialista, uffici pubblici…

Reggio Calabria è il CAOS in carne ed ossa…….

Mentre in centro infuria la battaglia in una piccola baracca si riuniscono dei ragazzi, sono chiamati “Gli Anarchici della Baracca” Gianni, Annalise, Angelo, Franco e Luigi, sono giovanissimi, tutti sui 20 anni e tutti con una personalità molto decisa…….

Sembrano tipi strani con quei capelli lunghi, ma in realtà sono ragazzi che sognano un mondo migliore, sono ostinati e credono nel vero senso della parola libertà, non scendono a compromessi, in quei giorni di rivolta i 5 ragazzi riescono ad infiltrarsi negli ambienti di destra….

Acquisiscono le prove di come quella rivolta fosse un mezzo per indebolire lo stato, creare Caos eliminare i Comunisti e prendere il potere, quella rivolta era il Colpo Di Stato in atto…..

Le prove in possesso dei ragazzi sono esplosive, intanto negli ambienti di destra dove si sono infiltrati qualcuno ha notato che questi ragazzi fanno troppe domande ,la copertura rischia di saltare è tempo di portare a Roma le prove raccolte durante quell’estate rovente…..

Vogliono consegnare tutte le prove alla redazione de “L’Umanità Nova” testata anarchica, e fissano un appuntamento con l’Avvocato Di Giovanni che aveva collaborato alla controinchiesta della strage di Piazza Fontana…….

La Sera prima di partire per Roma, Gianni Chiama sua Madre e gli confida “Mamma Abbiamo scoperto cose che faranno tremare l’Italia”

La sera del 25 Settembre i 5 ragazzi si mettono in viaggio per Roma, durante il viaggio, Gianni ha la sensazione che qualcuno li insegue, è una sensazione che cerca di tenere lontano dalla sua mente….

Alle prime luci dell’alba al Km 58 tra Ferentino e Frosinone c’è un Camion che rallenta vistosamente, la Mini Morris con a bordo i 5 giovani sorpassa ma improvvisamente il Camion travolge la vettura….. è un impatto spaventoso……..

Da quell’impatto non si salverà nessuno…..

Quel tratto di Strada viene immediatamente chiuso al traffico da alcuni mezzi pesanti………

Una volta liberata la strada e arrivata la Polizia sul posto viene accertato che l ‘incidente è stato causato da una manovra azzardata della Mini Morris con a bordo i 5 ragazzi…….

 Nella Sede del Fronte Nazionale il Comandante Borghese riceve una Telefonata, si sente una voce flebile che gli dice….. “Il Viaggio è Finito…….”

IN MEMORIA DI

GIANNI ARICO’ – ANNALISE BORTH – ANGELO CASILE – FRANCO SCORDO – LUIGI LO CELSO


venerdì 15 maggio 2026

Recensioni a scoppio ritardato: Flea Honora


Nel vicolo buio di Los Angeles, dove il funk sudato dei Red Hot si mischia al veleno notturno del jazz, arriva Flea con un coltello tra i denti e una tromba in mano, Honora non è un disco, è un’esecuzione, un’imboscata sonora da 51 minuti che ti prende per il bavero, ti sbatte contro il muro e ti sussurra all’orecchio “Hai mai sentito il basso del diavolo che impara a volare?”
Flea ha mollato per un attimo il suo basso infernale, quello che ha tenuto in piedi i Chili Peppers per decenni come un’ancora incazzata e ha preso in mano la tromba, il suo primo amore da ragazzino, e non fa il turista, ci spacca dentro, suoni caldi, taglienti, sporchi, eleganti, ferocia, Jazz vero, di quello che ti fa male al petto, con Joshua Johnson alla produzione che sa esattamente dove mettere le lame.
C’è Thom Yorke che fluttua come un fantasma su Traffic Lights, Nick Cave che sembra aver appena seppellito qualcuno su una versione di Wichita Lineman da brividi, Frank Ocean rivisitato con rispetto carnale, e quel maledetto Maggot Brain di Eddie Hazel che Flea fa suo senza pietà. 
Le composizioni originali? Oro nero, groovy, libere, piene di fiato e di rischio, niente orpelli da rockstar in pensione, qui c’è sangue, umiltà da duro e un’audacia da bastardo che sa di non dover dimostrare niente… ma lo fa lo stesso.
Senza mezzi termini Honora è un capolavoro, un disco che puzza di sigarette, sudore di prove in studio all’alba e genio incontenibile, Flea non suona la tromba, la minaccia, la fa ringhiare, la fa piangere, la fa ballare come una puttana di classe in un bar di Los Angeles alle quattro del mattino.
E sì, sono di parte, quindi?
Per me Flea è il più grande bassista della storia del rock, punto, ma con questo disco, dimostra di essere anche un grande jazzista, uno vero, di quelli che non chiedono permesso,  questo disco non è un vezzo del bassista famoso, è l’urlo di un musicista che si è sempre portato dentro questo fuoco.
Scontato dirvelo, ma ascoltatelo ne vale la pena.
Flea Chapeau

giovedì 14 maggio 2026

Le più inquietanti interferenze televisive della storia...




La televLa televisione è sempre stata percepita come un mezzo “controllato”: immagini curate, segnali stabili, palinsesti programmati al secondo. Proprio per questo, quando qualcosa interrompe improvvisamente la trasmissione, un volto sconosciuto, una voce distorta, un messaggio incomprensibile e l’effetto diventa profondamente disturbante.

Molte interferenze televisive sono state semplici problemi tecnici, altre, invece, sono rimaste misteri irrisolti o veri e propri atti di pirateria del segnale e alcune sono diventate leggende urbane dell’era analogica.

Ecco alcune delle interferenze TV più strane e inquietanti mai trasmesse, evitando volutamente il celebre caso di Max Headroom, a cui abbiamo già dedicato un post.

Una delle intrusioni più famose della storia avvenne nel sud dell’Inghilterra il 26 novembre 1977, durante il notiziario regionale di Southern Television, l’audio venne improvvisamente sostituito da una voce metallica e inquietante. L’entità si identificò come “Vrillon”, presunto rappresentante dell’“Ashtar Galactic Command”, e lanciò un messaggio all’umanità, abbandonare la violenza, le armi e il caos per evitare una futura catastrofe, la trasmissione durò circa sei minuti, le immagini rimasero quasi normali, ma l’audio risultava deformato e ultraterreno, ancora oggi non si sa con certezza chi abbia orchestrato l’interferenza, gli esperti ritengono che qualcuno abbia sfruttato la vulnerabilità dei ripetitori UHF dell’epoca, per molti telespettatori fu un’esperienza traumatica, alcune persone chiamarono la polizia convinte di aver assistito a un vero contatto extraterrestre.

Nel 1992 la BBC trasmise Ghostwatch, un falso documentario in diretta che simulava un’indagine paranormale in una casa infestata, il programma sembrava assolutamente reale, conduttori famosi collegamenti live, telefonate del pubblico, improvvise anomalie video, molti spettatori credettero davvero che la TV fosse stata “interferita” da un’entità soprannaturale chiamata “Pipes”. La BBC ricevette migliaia di telefonate di panico, ancora oggi Ghostwatch viene considerato uno degli esperimenti televisivi più disturbanti mai realizzati.

Nel settembre del 1984, poche ore dopo la discussa esibizione di Madonna con Like a Virgin agli MTV Video Music Awards, alcuni telespettatori americani raccontarono uno strano episodio mai chiarito del tutto, durante la trasmissione notturna di una piccola emittente locale del Midwest, il segnale si interruppe improvvisamente per circa sette secondi, lo schermo diventò quasi completamente nero, si sentiva soltanto un ronzio basso e disturbato, simile a una frequenza radio mal sintonizzata, poi apparve una scritta bianca tremolante:

“DIO STA VENENDO A PUNIRVI”

Subito dopo comparvero immagini rapidissime, una croce illuminata,un volto sfocato, un televangelista che sembrava fissare direttamente la telecamera, l'audio era distorto, ma alcuni spettatori dissero di aver sentito una voce ripetere “La corruzione è entrata nelle vostre case.” L’interferenza sparì quasi immediatamente e la normale programmazione riprese senza spiegazioni, negli anni successivi il caso venne collegato a gruppi religiosi estremisti contrari alla crescente influenza della cultura pop e di MTV negli anni ’80, tuttavia nessuno fu mai identificato ufficialmente.

Tra hacker pionieristici, leggende urbane e veri incidenti tecnici, le interferenze televisive rappresentano uno degli aspetti più strani della cultura mediatica del novecento, alcuni casi sono stati risolti, altri restano misteriosi e altri ancora non sono mai esistiti davvero, ma continuano comunque a sopravvivere online come moderne storie attorno al fuoco.

 

L'Irlanda suona, mentre noi continuiamo a scrollare....

  Ci sono momenti in cui sembra che un paese intero trovi una voce comune, non perché tutti suonino allo stesso modo, ma perché condividono ...