Nella sede del Fronte Nazionale, Borghese spegneva il sigaro nel posacenere di cristallo con un gesto lento, quasi rituale. La telefonata di poco prima – «Il viaggio è finito» – aveva chiuso un capitolo, cinque ragazzi morti sull’autostrada, cinque potenziali problemi eliminati, ma il Comandante non sorrideva, sapeva che ogni omicidio, anche necessario, lasciava dietro di sé un’eco che prima o poi sarebbe tornata.
Remo Orlandini entrò nella stanza senza bussare, il volto segnato dalla stanchezza e dall’eccitazione «Reggio brucia ancora, Comandante. I nostri uomini tengono le piazze. La gente grida “Boia chi molla” e non sa che sta gridando il nostro nome, la ’ndrangheta tiene le armi pronte, Delle Chiaie è rientrato di nascosto, vuole incontrarla.»
Borghese annuì, ma i suoi occhi erano lontani «Digli di venire, ma stavolta niente poesie Stavolta contano solo i fatti.»
A Villa Wanda, Licio Gelli camminava avanti e indietro nel suo studio. Il rapporto di Vito Miceli era sul tavolo, insieme alle foto dell’incidente sulla via Casilina. «Cinque morti» mormorò Gelli tra sé, «Troppo sporco. Troppo visibile.» Glauco Randelli, seduto in poltrona con il solito bocchino spento tra le dita, lo osservava senza espressione.«Il Principe si sta muovendo da solo, crede di poter accelerare i tempi, pensa di usare Reggio come detonatore.»
Gelli si fermò davanti alla finestra, Fuori, il buio era assoluto, «Gli americani stanno diventando nervosi, Fendwich ha mandato un messaggio chiaro o Borghese rispetta i tempi concordati, o l’appoggio logistico viene ritirato,Nixon non vuole uno spettacolo da circo fascista, vuole un governo stabile, anticomunista, controllabile, s ed è per questo che già sa che gli conviene ritornare nei ranghi»
Randelli accese finalmente la sigaretta, «E noi? Noi cosa vogliamo, Gran Maestro?»
Gelli si voltò, il suo sorriso era freddo come sempre. «Vogliamo quello che abbiamo sempre voluto, il potere vero, non quello che sventola bandiere nere in piazza, quello che firma decreti al mattino e controlla le banche al pomeriggio.»
Reggio Calabria, stessa notte, le strade erano un campo di battaglia a intermittenza. Gruppi di giovani con caschi e bastoni si muovevano tra le barricate, tra loro, infiltrati del Fronte Nazionale e di Avanguardia Nazionale coordinavano gli scontri, spingendo la protesta verso la violenza pura.
Stefano Delle Chiaie, con un giubbotto scuro e il volto seminascosto, incontrò Borghese in un appartamento al terzo piano di un palazzo sventrato dalle molotov, «Comandante, la città è nostra, Possiamo farla esplodere quando vogliamo, un assalto alla prefettura, qualche morto tra le forze dell’ordine… e il governo sarà costretto a dichiarare lo stato d’emergenza, sarà il caos perfetto per muoverci su Roma.»
Borghese lo guardò a lungo.«Tu vuoi la guerra civile, Stefano, io voglio la vittoria, non sono la stessa cosa.»
Delle Chiaie strinse i pugni, «Senza sangue non ci sarà nessuna vittoria, i rossi si stanno riorganizzando, se aspettiamo dicembre, potrebbero essere pronti»
Borghese gli mise una mano sulla spalla, un gesto quasi paterno «Dicembre è vicino e quando arriverà, non sarà una rivolta di piazza, sarà un’operazione chirurgica, il Quirinale, il Viminale, la RAI, tutto in una notte, come un colpo di spada, a breve ci sarà un accordo su Reggio ritira le forze necessarie per l ora X, una volta preso il potere, penseremo a Gelli e i servizi segreti» disgustato nonostante tutto Delle Chiaie obbedisce.
Nel frattempo a Milano, redazione de L’Umanità Nova un giornalista anziano, con gli occhiali spessi e le mani che tremavano, guardava le poche carte arrivate in modo anonimo quella mattina, frammenti, un nome, Randelli, un altro Monti riferimenti a un treno deragliato e a “l’ora X” fissata per l’8 dicembre «Non è molto» mormorò a un collega. «Ma è abbastanza per capire che sta succedendo qualcosa di grosso.»
Non sapeva che fuori, in una macchina ferma, due uomini di Randelli lo stavano già osservando.
Borghese tornò a Roma prima dell’alba, nella sua mente scorrevano i nomi: Saragat da neutralizzare, Andreotti da tenere a bada o da coinvolgere, i generali fedeli da attivare, i carri armati da far muovere, ma soprattutto pensava a Gelli, sapeva che il Gran Maestro lo stava usando e lui stava usando il Gran Maestro, era una danza sul filo del rasoio.
Prima di addormentarsi, sussurrò tra sé una frase che ripeteva spesso nei momenti più bui «L’Italia ha bisogno di un nuovo ordine, e se per averlo devo sporcarmi le mani… che sia»

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