Roma,notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 l'ora X incombe, la città dormiva o almeno così sembrava, dalle finestre illuminate del centro storico filtravano le ultime luci dei televisori accesi, i notiziari parlavano di scioperi, di crisi economica, di terrorismo, nessuno immaginava che la Repubblica stesse vivendo le sue ultime ore, sopra i tetti della capitale il cielo era nero come petrolio, senza luna, senza stelle.
Come se anche il firmamento avesse deciso di voltarsi dall'altra parte.
Nella sede del Fronte Nazionale Junio Valerio Borghese osservava una grande carta di Roma.
Ogni edificio era segnato, ogni caserma, ogni ministero, ogni centrale telefonica, ogni possibile nemico.
Remo Orlandini entrò trafelato
«Comandante... è l'ora.»
Borghese chiuse lentamente la cartina
«Allora cominciamo»
Alle 22:47 i primi uomini si mossero, i golpisti sapevano che il potere non si conquista nelle piazze.
Le colonne di mezzi militari dei congiurati,iniziarono a muoversi in direzione dei punti nevralgici della capitale, dove ad attenderli c erano gli uomini di Borghese e di Delle Chiaie posizionati a soffocare ogni tentativo di opposizione alle operazioni. L
Le pattuglie incaricate dell'operazione avevano ricevuto ordini precisi, entrare,
occupare, isolare, attendere, niente scontri inutili,niente eroismi un lavoro di forza pulito senza spargimenti di sangue nel modo più celere, la velocità era tutto.
Alle 23:18 una squadra raggiunse la centrale telefonica principale,gli addetti furono radunati in una sala sotto la minaccia delle armi,
i tecnici fedeli ai congiurati presero il controllo delle linee.
Intere porzioni della rete nazionale iniziarono a spegnersi, prefetture, questure, ministeri, il governo stava lentamente diventando sordo.
Pochi minuti dopo altre squadre circondarono il Viminale, imezzi sbarrarono gli accessi, le guardie vennero disarmate.
Gli ingressi sigillati, le comunicazioni interrotte, dall'esterno il palazzo appariva immobile, ma al suo interno il cuore dello Stato aveva già smesso di battere.
Ore 00:43 il palazzo del Quirinale dormiva, ilunghi corridoi erano immersi nel silenzio, le guardie presidenziali presidiavano gli ingressi ignare che, fuori dalle mura, la Repubblica stava già crollando,
nella piazza antistante comparvero improvvisamente diversi automezzi,
nessun lampeggiante, nessuna insegna, solo ombre, uomini armati scesero rapidamente dai veicoli,
i cancelli vennero circondati,
le comunicazioni interrotte,
le sentinelle disarmate prima ancora di comprendere cosa stesse accadendo,
l'operazione durò pochi minuti,
nessuno sparo, nessun allarme,
solo ordini secchi pronunciati a bassa voce, pochi istanti dopo un gruppo scelto attraversò i corridoi del palazzo,
passo dopo passo, porta dopo porta,
fino agli appartamenti presidenziali.
Uno degli ufficiali bussò, tre colpi,
secchi, nel silenzio della notte sembrarono colpi di martello, la porta si aprì, il Presidente della Repubblica apparve sulla soglia, ancora in vestagli, confuso, incredulo, l'ufficiale lo fissò, «Signor Presidente, per ordine del Comando Nazionale deve seguirci immediatamente.» per alcuni secondi nessuno parlò, sembrava impossibile, assurdo,inimmaginabile, poi il Presidente comprese, la Repubblica era stata sconfitta,non ancora ufficialmente, ma nei fatti, quella notte.
In quel corridoio,«Chi vi manda?»
domandò,l'ufficiale rimase impassibile,
«L'Italia che verrà.» fu l'unica risposta.
Pochi minuti dopo il Capo dello Stato venne fatto salire su una berlina nera dai vetri oscurati, il convoglio lasciò il Quirinale, nessuna sirena, nessuna scorta, nessun testimone, le strade di Roma inghiottirono le automobili,
da quel momento nessuno seppe più dove fosse stato portato.
I rumori dei blindati delle colonne di mezzi per le vie di Roma si fecero più insistenti, la gente iniziò ad affacciarsi alle finestre, qualcuno pensò a un'esercitazione, qualcuno a un attentato, qualcuno capì e chi capì ebbe paura.
In un edificio anonimo nei pressi del centro di Roma, lontano dagli occhi della popolazione, decine di telefoni squillavano senza sosta, mappe della capitale coprivano le pareti, cartine militari, fotografie, elenchi di nomi,
uomini in borghese entravano e uscivano dalla sala, nessuno alzava la voce, nessuno perdeva il controllo.
Ogni cosa sembrava preparata da anni,
al centro della stanza sedeva Licio Gelli, d avanti a lui, Glauco Randelli,
i due osservavano gli aggiornamenti arrivare uno dopo l'altro.
«Quirinale?»
— Obiettivo acquisito.
«Viminale?»
— In sicurezza.
«RAI?»
— Operativa.
«Ministeri?»
— Controllati.
Randelli lasciò uscire lentamente il fumo della sigaretta, «Il Principe sta vincendo...» Gelli annuì, «No.»
soffiò il fumo verso il soffitto,
«Sta eseguendo»
Alle 02.45 Tutte le cariche dello stato furono fatte sparire, le sedi del PCI di Roma incendiate, gli uomini degli apparati dello stato contrapposti al golpe, resi innocui, nelle altre città, le operazioni si conclusero secondo tabella di marcia...
Gello alza il telefono a rispondergli è Borghese già negli studi Rai pronto a parlare alla nazione «Comandante Borghese,siamo al dunque», Borghese non rispose ascolto solamente, Gelli aggiunse «Ora vada a godersi il suo momento di Gloria», una frase che rimbomba come un monito e non un approvazione, Borghese sa che per arrivare fin qui' aveva bisogno di un patto diavolo e che tutto non sarebbe finito in questa notte trionfale..
Ore 06.00 il Comandante della X MAS è d avanti la telecamera che si accende è inizia il suo discorso.....
«Italiani,In questa notte decisiva per il destino della Patria, le Forze Armate e gli uomini che hanno a cuore la salvezza dell’Italia hanno assunto la responsabilità che il governo legittimo aveva abbandonato, l’esecutivo, incapace di difendere la Nazione dal disordine, dalla corruzione e dal pericolo comunista, è decaduto, da questo momento, il potere è affidato al Comitato di Salute Pubblica, che ho l’onore di presiedere, il nostro compito è ristabilire l’ordine, garantire la sicurezza dei cittadini, restituire dignità allo Stato, chiedo alle Forze Armate, ai Carabinieri, alla Polizia, alla Guardia di Finanza di mantenere la calma, presidiare i punti nevralgici del Paese e assicurare che nessun atto di violenza o sabotaggio possa minacciare la rinascita dell’Italia, ai lavoratori, agli studenti, ai cittadini tutti dico, non abbiate timore, nessun diritto sarà violato, nessuna libertà sarà soppressa, ma non sarà più tollerato che la libertà venga usata contro la Nazione, l’Italia deve tornare forte, rispettata, unita, il nostro intervento non è contro il popolo, ma contro coloro che hanno tradito il popolo, contro chi ha tentato di consegnare l’Italia al caos, alla sovversione, alla violenza ideologica, da oggi inizia un’opera di ricostruzione morale e civile, saranno ripristinati disciplina, responsabilità, senso del dovere, saranno difesi i valori che hanno fatto grande la nostra storia.
Italiani, vi chiediamo serenità, collaborazione, fiducia, la patria è stata salvata, ora dobbiamo ricostruirla insieme....Viva l’Italia»
Nella sala Operativa dopo il discorso di Borghese la tv si spense, suonò il telefono, alzò la cornetta, Licio Gelli osservò l'apparecchio.
Come se avesse atteso quella chiamata per tutta la notte.
Sollevò lentamente la cornetta.
«Pronto.»
Dall'altra parte della linea seguì qualche istante di silenzio.
Poi una voce calma.
Inconfondibile.
«Ha parlato bene.»
Gelli sorrise appena
«Chi?»
«Il Principe....»
Andreotti lasciò trascorrere qualche secondo....
«Gli italiani amano gli uomini che parlano di destino»
Gelli si voltò verso la finestra.
L'alba stava cominciando a rischiarare Roma
«E gli uomini che lo costruiscono?»
Nuovo silenzio, poi una breve risata.
quasi impercettibile.
«Quelli non devono mai apparire»
nella sala nessuno osava muoversi,
Randelli osservava Gelli fumando in silenzio.
Gli altri presenti fingevano di lavorare
Ma tutti stavano ascoltando.
«Il Presidente?»
chiese Andreotti.
«Trasferito.»
«I ministri?»
«Neutralizzati.»
«Le comunicazioni?»
«Controllate.»
Andreotti sembrò riflettere, poi disse,
«Allora la Repubblica è finita»
Gelli guardò la città, le prime luci del giorno illuminavano le cupole, i ponti,
le strade vuote «No»rispose lentamente, «La Repubblica è soltanto diventata qualcos'altro»
Infine Andreotti pronunciò le ultime parole.
«Ricorda una cosa caro Licio, i colpi di Stato sono come le guerre.»
«In che senso?»
«Non li vince chi li organizza.» una pausa, lunga pesante «Li vince chi riesce a scriverne la storia.»
La linea si interruppe, Gelli rimase immobile, la cornetta ancora in mano,
sul suo volto apparve un sorriso sottile, inquietante, come quello di un uomo che aveva appena compreso che la partita più importante non era finita, era appena cominciata,
fuori, sopra Roma, il sole dell'8 dicembre 1970 stava sorgendo e con esso una nuova Italia...