Ci sono persone che trovano il proprio posto nel mondo attraverso le parole,
altre lo trovano nel rumore,
per Ulysse Delsaux, quel rumore aveva il suono di un motore acceso.
Crescere con l’autismo significa spesso imparare presto una cosa, il mondo non sempre è costruito per funzionare al tuo ritmo,
ci sono sguardi che non capiscono,
aspettative che pesano,
situazioni quotidiane che per molti sembrano semplici e che invece richiedono uno sforzo enorme.
Da bambino, anche per Ulysse comunicare non era facile, le parole arrivavano con difficoltà, mentre il resto del mondo sembrava correre più veloce, poi arrivò una pista e qualcosa cambiò.
Tra curve, traiettorie e motori, non serviva spiegare chi fosse, non serviva adattarsi, non serviva nascondere le proprie differenze, serviva soltanto guidare.
La passione fece quello che a volte la società fatica ancora a fare, creare spazio, molti guardano un pilota e vedono velocità, ma dietro il casco di Ulysse c’era qualcosa di più c’era un ragazzo autistico che stava costruendo il proprio linguaggio, il proprio equilibrio, il proprio modo di stare nel mondo.
Perché la passione ha questo potere straordinario, non cancella l’autismo,
non elimina le difficoltà, non trasforma magicamente ogni ostacolo in qualcosa di semplice, ma può abbattere barriere che sembravano invalicabili, può trasformare la paura in concentrazione.
L’isolamento in appartenenza, la diversità in forza, ogni gara diventava qualcosa di più di una competizione.
Era una risposta silenziosa a chi vedeva soltanto limiti.
Era la dimostrazione che esistono infiniti modi di comunicare, di imparare, di eccellere.
Troppo spesso si racconta l’autismo partendo da ciò che una persona non riesce a fare.
La storia di Ulysse racconta altro,
racconta cosa succede quando qualcuno incontra qualcosa che ama profondamente, perché in quel momento le barriere non spariscono,
ma iniziano, lentamente, a perdere potere, ed è forse questo il motivo per cui la sua storia emoziona così tante persone.
Non perché parli di automobili,
ma perché parla di qualcosa che tutti possiamo riconoscere,
quel momento in cui trovi finalmente un posto dove puoi essere te stesso e scoprendo che, forse, era proprio lì che dovevi correre.

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