Ci sono tragedie che durano pochi minuti, poi ci sono quelle che continuano a bruciare molto dopo,
ad Amendolara non è morta soltanto della gente dentro un’auto, è morto, per l’ennesima volta, quel patto fragile che ci raccontiamo ogni giorno per stare tranquilli, l’idea che il mondo, tutto sommato, funzioni, che certe cose capitino altrove, agli altri, non da noi, poi arrivano le fiamme a cancellare tutto, ogni certezza
Quattro persone, un’auto, una strada, il loro diritto di essere pagati e non sfruttati, ma bastano pochi elementi per costruire un inferno e una malvagità così crudele che lascia sgomenti.
Quello che fa rabbia non è soltanto l’orrore, l’orrore è immediato, ti colpisce, ti scuote, ti travolge.
La rabbia arriva dopo, arriva quando inizi a vedere il meccanismo, la tragedia diventa titolo, il titolo diventa dibattito, il dibattito diventa rumore e con il passare del tempo il rumore diventa silenzio e quelle vite spezzate che dovrebbero fare da monito per cercare di cambiare le cose affinché non riaccada diventeranno invisibili
Funziona sempre così, ci indigniamo a turni, piangiamo a tempo determinato, consumi veloci, emozioni veloci, memoria velocissima.
Siamo diventati una società capace di guardare il fuoco senza sentire il calore, questa storia fa male perché costringe a ricordare una cosa semplice basta pochissimo, un minuto, una fatalità etutto quello che sembrava normale diventa cenere.
Forse la parte più spaventosa non è neppure la morte, è l’abitudine, perché quando inizi a considerare normali certe notizie, significa che qualcosa si è rotto, la speranza resta sempre la stessa, che questa storia, che queste vite spezzate, non diventino soltanto numeri da archiviare o titoli da dimenticare, che non siano morti invano, ma rappresentino almeno un momento in cui fermarsi davvero, guardare in faccia il dolore e ricordarci che ogni tragedia ignorata prepara silenziosamente la prossima....

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