sabato 28 febbraio 2026

Maria Pia spacca Sanremo cover: solo Tony, Cristina metallara e J-Ax salvano la baracca della censura

 

Ecco cronaca impietosa della quarta serata di Sanremo 2026, quella delle cover e dei duetti,
la serata si apre con Laura Pausini che fa il medley da carpet esterno come se fosse la regina del mondo, Immensamente, Io canto, Ritorno ad amare... brava Laura, ma dopo tre sere a fare la statua accanto a Conti sembrava quasi che cantasse per ricordarci che sa ancora farlo, commovente, ma non salvifico,
poi via con il solito carrozzone: Elettra Lamborghini che resuscita Aserejé con le Las Ketchup, sembrava il compleanno di una quindicenne nel 2002 andato male, Elettra che balla come se fosse in discoteca a Riccione alle 5 del mattino, noioso revival da discount.
Alessandro Siani ospite misterioso? mistero risolto, zero risate, sketch da avanspettacolo di terza categoria, tempi comici da pensionato che racconta barzellette al bar, un disastro annunciato.
Sal Da Vinci e qualcun altro si prendono applausi, ok, ma è il solito sentimentalismo napoletano che commuove le zie, Patty Pravo con Timofej che fa il figurante, lei icona, lui lì a fare il bello statuario, Levante e Gaia con I maschi, bacio finale (che la regia ha cercato di censurare tipo anni '80), carine, ma sembrava più un fan service per Twitter che una performance memorabile, Gianna Nannini è impossibile da eguagliare.
Dargen d'Amico con Pupo che rifà Su di noi? No comment, è come se tuo zio boomer provasse a fare trap, Dargen parli di Pace e poi ti porti uno degli artisti che sostiene Puntini, viva le contraddizioni, Tommaso Paradiso con gli Stadio, carino,Bell omaggio a Dalla ma dimenticabile in 30 secondi, Michele Bravi con Fiorella Mannoia, elegante, ma sa di sala d'aspetto dal dentista.
Tredici Pietro con papà Gianni Morandi (e Galeffi/Fudasca), reunion familiare, standing ovation obbligatoria, polemiche annesse, carino per chi ha il cuore tenero, ma Sanremo non è mica Beautiful.
E poi il resto? Un lungo, noiosissimo, prevedibile elenco di cover tirate via, medley telefonati, ospiti che arrivano per fare presenza, regie che tagliano i baci "scomodi", battute di Siani che fanno rimpiangere il silenzio, look da pagella insufficiente, e un'atmosfera da "facciamo presto che domani si finisce".
Ma ora le eccezioni che salvano l'anima di questa serata dal baratro,
Ditonellapiaga con Tony Pitony in "The Lady is a Tramp";vincitori meritati della serata cover, Tony Pitony icona assoluta, irriverente, strafottente, ha portato sul palco una energia da altro pianeta, Ditonellapiaga perfetta complice, una delle poche cose che ha avuto senso in mezzo al nulla cosmico, salvi, osannati, incoronati.
Poi Le Bambole di Pezza con Cristina D'Avena in Occhi di gatto, partono con la sigla dei cartoni e poi virano in un'accelerata punk-gotica con un accenno di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin, Occhi di gatto che diventano occhi di gatto assassini, Cristina che torna regina dark anni '80 rivisitata in chiave metal, momento di pura genialata trash-gloriosa. Salvate anche loro, con lode.
J-Ax con la Ligera County Fam (Cochi, Paolo Rossi, Ale e Franz, Paolo Jannacci) in "la vita, la vita" un omaggio milanese anarchico, ironico, con testi aggiornati a "laureati tra la strada e Wikipedia", saluti a Renato, comicità old school che incontra il rap, caos perfetto, milanesità allo stato puro, ridicoli e geniali.
Per il resto? Demolizione totale, una serata che ha provato a essere divertente ma è finita per essere patetica, con troppi revival inutili, troppi parenti sul palco, troppe polemiche inutili, roba da dimenticare domani mattina.
Meno male che c'erano Tony Pitony a fare il fenomeno, le Bambole a trasformare Cristina D'Avena in dark lady rock e J-Ax con la sua banda di matti milanesi a ricordarci che la comicità e l'ironia esistono ancora.
A domani per il comento del gran finale della messa cantata di tutte le messe cantate in TV....


venerdì 27 febbraio 2026

Sanremo 2026: Terza Serata, nulla cosmico, perbenismo anni 80 imbarazzo e tanta noia (By Maria Pia)


Terza serata Sanremo,  il nulla cosmico si è preso una pausa caffè e ha lasciato qui solo noia & imbarazzo, giuro su Laura Pausini che piange per la pace cantando con le voci bianche dell’Antoniano (ma quanto deve durare ‘sta fiction?), pensavo che almeno stavolta ci avrebbero risparmiato la figura di merda, invece no. Hanno alzato il livello, ora la figura di merda è internazionale.
Partiamo dall’inizio, che è già la fine, finale Nuove Proposte.
Nicolò Filippucci vince con “Laguna” battendo Angelica Bove (“Mattone”).
Complimenti Nicolò, ex Amici, ex boom di visualizzazioni su TikTok per 3 settimane nel 2023, ora sei ufficialmente il nuovo “giovane che ce l’ha fatta”.
Angelica si porta a casa Premio della Critica e Premio Sala Stampa Lucio Dalla, quindi praticamente ha vinto moralmente mentre perdeva materialmente, classico di Sanremo, perdi ma sei figo lo stesso, peccato che nessuno se ne freghi.
Poi arrivano i Big, altri 15 poveracci che devono cantare per la seconda volta sperando che stavolta il televoto più quello delle radio non li seppelliscano vivi.
Risultato? Top 5 (in ordine sparso, perché a Conti piace fare il misterioso), Serena Brancale, Arisa, Luchè, Sayf, Sal Da Vinci.
Traduzione per i non addetti, i soliti noti più gente che manco sapevamo esistesse ancora.
Arisa torna a fare la regina del televoto dopo aver consigliato un Tavor a Carlo Conti in diretta (iconica). Sal Da Vinci si commuove per l’omaggio a Mogol, commovente se non fosse che l’Ariston sembrava un funerale di terza categoria.
E ora il clou, il momento che tutti aspettavano: Eros Ramazzotti e Alicia Keys che duettano su “L’Aurora”.
Problema tecnico iniziale, poi via lui in italiano, lei in inglese e spagnolo, standing ovation, boato, lacrime, “che emozione”.
Sì, ok, belli, bravi, iconici, ma dopo 45 minuti di cover e tributi a Mogol (che ha preso il premio alla carriera e sembrava più vivo di metà dei concorrenti in gara), possiamo dire che l’unico momento decente della serata è stato portato da due che manco partecipano al Festival?
Irina Shayk è arrivata, ha fatto la modella, ha detto due frasi in russo-italiano, è sparita, utilità zero, Co-conduttrice pagata per esistere e basta, brava, 10/10 per il cachet.
Ubaldo Pantani nei panni di Lapo Elkann?
Disastro. Imbarazzante ha scambiato Conti per Fazio, ha fatto battute del 2008, sembrava il cabaret del paesino in cui vanno in vacanza i genitori di Virginia Raffaele.
A proposito: Virginia Raffaele più Fabio De Luigi che riportano i “festini bilaterali” di Elettra Lamborghini.
Momento trash che ha salvato 3 minuti di serata, poi di nuovo il vuoto pneumatico.
The Kolors in piazza Colombo, Max Pezzali sulla nave Costa che sembra un villaggio turistico.
Conclusione brutale della terza serata 2026, 0 momenti memorabili (a parte forse Arisa che minaccia di drogare il conduttore)
Ascolti sempre in calo, share decente solo perché la gente è troppo pigra per cambiare canale
Un omaggio a Mogol che ha commosso più lui che noi,
due superospiti che hanno fatto il lavoro di tutti e 30 i Big messi insieme, un festival che sembra scritto da un algoritmo depresso dopo aver ascoltato 45 cover inutili, in questa terza serata promosso solo il tasto mute del telecomando e i The Jackal che con il loro commento hanno reso sostenibile la visione fino alla fine.
Ci vediamo domani, se sopravvivo.
Saluti da Maria Pia, sempre più vicina al suicidio televisivo...



#Sanremo2026 #TerzaSerata #Aiuto #NoiaCosmica #IrinaChi #ErosSalvaTutti

giovedì 26 febbraio 2026

Maria Pia demolisce Sanremo – Seconda serata: un letamaio di finzione, ma due momenti che mi hanno quasi fatto lacrimare (quasi)


Eccomi di nuovo qui, sopravvissuta a un'altra dose di questa porcheria chiamata Festival di Sanremo 2026. Carlo Conti? Sempre lo stesso presentatore da discount, con quel ghigno da "ho appena venduto l'anima per un rinnovo". Laura Pausini fissa come co-conduttrice fissa? I Big? Quindici zombie che si sono trascinati sul palco come lumache ubriache. Patty Pravo con "Opera"? Sembra una mummia che ha dimenticato le pile nel cuore. Tommaso Paradiso? Sempre lo stesso lamento da ex di Instagram, noia pura, LDA & Aka7even con le loro "poesie clandestine"? Più clandestine delle mie ex cotte per i peggiori stronzi, Nayt, Fedez-Masini (che coppia da film trash, sembrano due che litigano al reparto surgelati), Ermal Meta con la stellina palestinese da "poeta impegnato" (ma poi torna a fare il televotato da talent), Elettra Lamborghini che balla come se avesse le formiche nel perizoma... tutti lì a fingere di essere artisti, ma la classifica provvisoria è un insulto al buon gusto, televoto boomer al potere, giurie radiofoniche addormentate, sala stampa che vota per non dormire.

Lillo e Pilar Fogliati co-conduttori? Lillo con le sue "ballerine" da orso grizzly dopo tre birre, Pilar che fa l'ironia da fiction Mediaset scaduta... ridicoli. J-Ax con lo "starter pack Italia"? Starter pack del nulla, del vuoto pneumatico, Levante che scrive da sola? Ok, brava, ma il palco intorno sembrava un funerale di idee. Premio alla carriera a Fausto Leali? Meritato, almeno uno che ha le palle vere. Il ricordo di Ornella Vanoni con la nipote Camilla? Carino, commovente per i deboli di cuore, ma per me era solo un filler da lacrima facile con filtri vintage.
Le Nuove Proposte? Nicolò Filippucci e Angelica Bove in finale, gli altri eliminati... chi se ne frega, tanto domani li dimentichiamo tutti.
Insomma, il Festival intero è un bordello di paillettes false, sorrisi taroccati, gag da due soldi e classifiche pilotate, un'accozzaglia di egocentrismo e ipocrisia che mi fa venire voglia di vomitare paillettes.
Ma cazzo, c'erano DUE momenti che hanno salvato la serata dal totale disastro, due cose vere, emozionanti, che mi hanno fatto quasi – dico quasi – bagnare gli occhi di commozione invece che di rabbia....
Primo, il coro ANFFAS con Laura Pausini che ha cantato "Si può dare di più", quei ragazzi con disabilità intellettive sul palco, insieme a Laura che non ha fatto la diva ma si è messa in mezzo a loro, a cantare con il cuore, il pubblico in piedi, tutti a urlare insieme, non era finzione, non era televoto comprato, era talento puro, inclusione vera, emozione che spacca il petto, gli eroi erano loro, non i Big con i loro look da pagliacci.
Secondo,l'omaggio di Achille Lauro alle vittime di Crans-Montana, lui, il re del glitter e del provocatorio, che invece di fare lo showman ha preso "Perdutamente" – la canzone che la mamma di Achille Barosi ha cantato al funerale del figlio bruciato vivo in quell'incendio infernale insieme ad altri 39 ragazzi, l'ha portata sul palco con il soprano Valentina Gargano e un coro da brividi. Luci soffuse, candele, Achille in bianco, commosso, che dice: "La musica non è intrattenimento, è viscerale, se ha confortato anche solo una persona, era un dovere". Standing ovation che ha fatto tremare l'Ariston, per quei ragazzi morti a Capodanno, per le famiglie distrutte... finalmente Sanremo ha smesso di fare il pagliaccio e ha avuto le palle di essere umano.
Solo questi due momenti valgono la serata. Il resto? Da buttare nel cesso della storia, con le paillettes e le lacrime finte.

mercoledì 25 febbraio 2026

Sanremo 2026 – Prima serata: paillettes e buonismo da quattro soldi by Maria Pia

 

Salve a tutti daMaria,  vi scrivo con le occhiaie nere come l’anima mia dopo aver sopportato quasi 5 ore di questo obbrobrio che chiamano “Festival di Sanremo 2026”. Carlo Conti, Laura Pausini e quel povero Can Yaman costretto a fare il soprammobile sexy con la camicia aperta fino all’ombelico, benvenuti al circo degli orrori, dove la musica è morta e al suo posto c’è solo un gran paccottame di nostalgia, gaffe e gente che piange per un nonnulla.

Partiamo dall’inizio, che già lì ti rendi conto del disastro, apre con la voce registrata di Pippo Baudo. PIPPO BAUDO, il morto che cammina (anzi, che parla dal cloud), omaggio commovente? Macché, presa per il culo postuma, sembra che la Rai abbia detto, “Non abbiamo idee? Facciamo parlare il fantasma del nonno”. E poi parte Olly con “Balorda nostalgia”… ma quale nostalgia, caro, quella di quando Sanremo aveva un minimo di dignità?
Laura Pausini co-conduttrice fissa? oddio la donna che ha venduto 70 milioni di dischi e stasera sembrava una che ha appena scoperto cos’è un microfono, ha fatto la simpatica caotica, ha sparato gag imbarazzanti, ha sbagliato pure a respirare, e quel momento con Can Yaman? Sembrava la zia arrapata che prova a flirtare col nipote del vicino. 
Can Yaman, invece… tesoro, sei bello, abbronzato, pettinato con lo stampo, ma dopo due frasi si capisce che l’italiano lo parli come io parlo il turco, a gesti e sorrisetti, il siparietto con Kabir Bedi  era da antologia del cringe, due tigri della Malesia che si annusano il fondoschiena a vicenda per fare audience,ma per favore.
E poi gli ospiti. Tiziano Ferro che festeggia 25 anni di “Xdono” con un medley che sembrava un funerale di lusso, standing ovation? Sì, perché il pubblico era in overdose di nostalgia e si commuoveva pure per uno starnuto, Max Pezzali sulla nave Costa Toscana, ma che c’entra? Sembrava il cantante di accompagnamento per la terza età in crociera, il Gaia dal Suzuki Stage? Boh, ho spento l’audio dopo 12 secondi.
Ora i cantanti, che è la parte che dovrebbe salvare la baracca e invece… pietà. Tutti e 30 in una sera, come il rito del sacrificio umano, Ditonellapiaga apre con “Che Fastidio!” e infatti è stato un fastidio per le orecchie, Arisa con “Magica Favola” ha fatto la regina delle favole trash, ma la favola vera è che ancora la fanno cantare, Fulminacci “Stupida Sfortuna”? Più che sfortuna è un delitto contro la melodia, Serena Brancale “Qui con me” ha pianto come una fontana, ma dopo due minuti volevo piangere anch’io… di noia. Fedez & Masini “Male Necessario”? Il male necessario è spegnere la tv. Ermal Meta con i nomi delle bimbe palestinesi sui vestiti: bravissimo nulla da sindacare forse unica cosa che ho apprezzato veramente.
La top 5 della sala stampa (quella che dovrebbe avere gusto ma evidentemente ha bevuto): Arisa, Fulminacci, Brancale, Ditonellapiaga, Fedez&Masini, è la classifica di chi ha il PR più stronzo o di chi ha fatto più stories su Instagram?
E non dimentichiamo la perla assoluta, la centenaria Gianna Pratesi (105 anni, testimone del referendum) sul palco e sul ledwall compare “Repupplica”. RE PUPPLICA. La gaffe Rai dell’anno, roba da meme fino al 2030. Complimenti alla regia, avete surclassato pure la televendita delle pentole.
Insomma, Sanremo 2026 prima serata, un mix di boomerismo, politically correct forzato, look da Carnevale di Viareggio andato a male, canzoni dimenticabili e conduzione da film comico trash, Carlo Conti giura che è l’ultimo suo, e meno male, perché dopo stasera pure lui deve essersi chiesto “ma che cazzo sto facendo”.
Vi saluto con un unico consiglio, la prossima volta metteteci il silenziamento automatico alle 21:15 e guardate un film di zombie su Netflix. Almeno lì c’è più vita.

Mi trovate qua' domani Sempre con il lancia fiamme


martedì 24 febbraio 2026

Sanremo 2026 sotto torchio, benvenuti nel mio mattatoio by Maria Pia

 


Salve a tutti sono Maria Pia e per tutta la settimana del Festival di Sanremo occuperò queto blog come un virus, commenterò, criticherò, asfalterò senza pietà ogni cosa,  look da incubo, duetti da film horror, sorrisi finti, lacrima pilotata,puntata dopo puntata, vi porterò il resoconto del mattatoio, chissà, magari salta fuori qualcosa che mi fa esaltare. Ma realisticamente? Scordatevelo, più probabile che nella finale, con le luci basse e l’Italia in religioso silenzio, dal backstage spunti lo spettro di Pippo Baudo in smoking da aldilà, urli “BASTAAA CON ‘STA MERDA!” e spacchi il microfono in testa a Carlo Conti. Laura Pausini riparte in loop isterico con “La solitudine”, Achille Lauro si strappa i vestiti urlando rivoluzione, sangue finto schizza ovunque, Fedez twitta la resa e l’Ariston implode in un’apocalisse trash che la Rai non trasmetterebbe mai, Bello, eh? Peccato che non succederà, sarebbe troppo figo per ‘sto circo.

Cosa ci aspetta sul serio?

Carlo Conti al comando per la quinta volta (giura che è l’ultima, con quel ghigno da zerbino bagnato), Laura Pausini co-conduttrice fissa, tornata dal ’93 per ricordarci che invecchiamo tutti da schifo, Co conduttori a giorni alterni, martedì Can Yaman a fare il figo per le casalinghe in astinenza, mercoledì Pilar Fogliati più Achille Lauro più Lillo in un mix da post-sbronza, giovedì Irina Shayk a posare mentre il palco muore di noia. Ospiti da brividi, Tiziano Ferro, Eros con Alicia Keys (duetto da cartolina sbiadita), Andrea Bocelli a celebrare il funerale, Max Pezzali a riesumare gli 883.

I 30 Big? Un minestrone da vomito, Fedez con l’ego a palloncino, Arisa e Malika Ayane pronte a duellare in acuti assassini, Patty Pravo mummia sexy per l’eternità, Raf e Renga a rispolverare reliquie, i nuovi (Chiello, Fulminacci, Ditonellapiaga e compagnia) che annaspano nel mare di plastica.

Sanremo, sesso spacciato per amore, violenza emotiva da gara, un vincitore che sparirà prima di Pasqua, non siete obbligati a guardarlo, ma fatelo e odiatelo insieme a me, io resto piantata qui tutta la settimana a sventrare tutto, benvenuti nel mio personale massacro, questa è la Sanremo secondo Maria Pia.



lunedì 23 febbraio 2026

Recensioni a scoppio ritardato: U2 Days of Ash

 

Dopo 9 anni dall'ultimo album di inediti, questo è probabilmente il lavoro più politicamente diretto e incazzato degli U2 degli ultimi anni 25 anni,  American Obituary (su Renée Good e le deportazioni ICE), The Tears Of Things, Song Of The Future, One Life At A Time… sono canzoni di lutto, rabbia e resistenza che nominano cose precise, Minneapolis, Iran, Palestina, Ucraina, canzoni che se non l abbiamo capito, il mondo è  cambiato, il vento è  cambiato è non è quel vento che ti accarezza il viso, non è vaga "rock da stadio per la pace", è specifico e scomodo. 

Ritorna un po' lo spirito di Sunday Bloody Sunday / Bullet the Blue Sky, ho detto lo spirito, non quelli di, specifico per non bestemmiare.

Difetti temi non semplici, intenzioni nobili, ma a tratti un po' troppo prolissi quando già è chiaro il concetto.

So che gli U2 di Boy, War, Joshua, Tree, Achtung Baby, Zooropa e Pop non torneranno mai più, perché è la vita tocca a tutti si sale si arriva su è poi inevitabilmente si scende, tocca a tutti, ma almeno sono tornati a impegnarsi cosa che non succedeva da 25 lunghi anni, mettendo da parte i flop delle ultime decadi (esclusi pochissimi brani che si contano sulle dita di una mano), unica stroncatura  "Yours Eternally" con Ed Sheeran e   Taras Topolia, belle parole ma sinfonia de cestinare.....


Voto 6 di Stima....

venerdì 20 febbraio 2026

Fanculo alla Centrale, Come un Genoano e un Sampdoriano hanno fatto rinascere la birra a Genova

 

Genoa , Anni 2000, Fausto Marenco e Massimo "Maltus" Versaci, ancora si rompevano il culo in Centrale del Latte, tra latte scaduto e turni da incubo, uno era il birraio pazzoide, l'altro il maltaro con la fissa belga, non avevano un euro, ma avevano la passione che ti fa buttare la pensione in luppolo e malto invece che in un mutuo decente.

Iniziano a casa, come tutti i matti, pentoloni sul gas della cucina, fermentazioni che puzzano di lievito e sogni proibiti, Fausto si iscrive a un'associazione di homebrewer, si fanno un impianto pilota da quattro soldi, cotte clandestine che girano solo tra amici e qualche degustatore scafato. Le birre? Buone, buone davvero, tanto che i giudici ai festival nazionali iniziano a storcere il naso: «Ma questi chi cazzo sono? Sembra roba belga ma con l’accento genovese».

Nel 2008 dicono fanculo al posto fisso, prendono lo sgabuzzino più figo che potevano permettersi, un capannone decrepito in via Fegino 3, Rivarolo, lo stesso identico posto dove cento anni prima nasceva la Birra Cervisia, storica fabbrica genovese morta e sepolta, ironia della sorte da far piangere i poeti, un’ex fabbrica industriale morta di industrializzazione ora resuscitata da due pazzi per fare birra artigianale non filtrata, non pastorizzata, viva come un vampiro.

Zero marketing patinato, zero influencer del cazzo, zero finanziamenti a fondo perduto da regione Liguria, solo loro due, un impianto progettato in casa come fosse un’astronave e una fissazione per le birre belghe d’alta scuola mischiate a luppoli americani da far tremare i denti, producono poco, ma fottutamente bene.

La gente inizia a fiutare l’odore, i pub genovesi più tosti mettono le loro bottiglie, arrivano i premi: medaglie, menzioni, gente che fa la fila per la Ambrata quando esce la nuova cotta, nel 2018 festeggiano 10 anni con una festa che sembra più un rave che un compleanno aziendale, birrai da tutta Italia, consumatori incazzati e felici, zero discorsi motivazionali del cazzo.

Poi arriva il 2018-2019, crolla il Ponte Morandi, Genova sanguina, loro tirano fuori Ambrata, una birra ambrata con luppoli che sanno di resurrezione, e devolvono una parte agli sfollati,non per fare i buoni, ma perché era il minimo, Roba che spacca il cuore e la gola insieme.

Oggi, 2026, Maltus Faber è ancora lì, indipendente, non ha venduto l’anima a nessun gruppo industriale, produce birre che finiscono nelle guide dei migliori birrifici italiani, ha fan che attraversano la Liguria solo per una Imperial Stout barricata o una IPA che ti stende, non sono diventati milionari, non hanno catene di taproom fighette a Milano, sono rimasti due genovesi che fanno birra come si faceva una volta, con le mani sporche di mosto, il cuore sporco di sogni e zero compromessi.

In un mondo di birre da discount e craft-washing, Maltus Faber è la prova che se fai le cose davvero bene, con le palle e senza svendersi, prima o poi la gente se ne accorge, e beve, torna, ritorna e porta gli amici.

Salute, caruggi e luppolo amaro, Maltus Faber non è una storia di successo da manuale, è una vendetta riuscita contro la mediocrità, scritta in schiuma e luppolo amaro e mentre i birrifici finti-artigianali spariscono nel nulla, loro sono ancora qui, sporchi di mosto, indipendenti e fottutamente vivi.

mercoledì 18 febbraio 2026

La storia tragicomica di Sergio Jadue, l'uomo che vendette il Calcio al Diavolo (e poi all'FBI)

 

La storia tragicomica di Sergio Jadue è una delle più surreali e grottesche del calcio moderno, un mix di ambizione smodata, corruzione da film di serie B, delazione da informatore FBI e un ego che non muore mai, nemmeno dopo 10 anni di esilio dorato in Florida, è la versione cilena di un anti eroe, da presidente di un club di provincia a re del calcio sudamericano, per poi crollare in mutande davanti a un hotel svizzero.

Sergio Elías Jadue Jadue nasce nel 1979 a La Calera, un paesino cileno dimenticato da Dio e dal calcio che conta., studia legge in tre università private senza mai laurearsi (già un segnale), entra nel mondo del pallone come dirigente dell'Unión La Calera, una squadra modesta di seconda divisione, nel 2011, con un colpo di mano degno di un romanzo di García Márquez, diventa presidente della ANFP (la federazione cilena). Come? Con un'elezione-farsa dove compra voti, promette favori e si appoggia ai potenti della CONMEBOL, improvvisamente è il secondo vicepresidente della CONMEBOL, un signor nessuno che siede al tavolo con i boss del calcio continentale.

Nel 2015 il Cile vince la sua prima Copa América in casa, battendo l'Argentina ai rigori, Jadue si pavoneggia "Cento anni di trionfi morali finiti!" dice, come se avesse segnato lui il rigore di Alexis Sánchez, dietro le quinte, però, il sistema è marcio, mazzette per i diritti TV, tangenti da Traffic Group, buste per assegnare tornei, Jadue intasca milioni in nero. È ubriaco di potere, come dice la serie Amazon El Presidente (dove lo interpreta Andrés Parra con un accento esagerato e una parrucca ridicola).

27 maggio 2015, Zurigo, Hotel Baur au Lac, l'FBI fa irruzione all'alba e arresta mezza dirigenza FIFA e CONMEBOL, Jadue è lì, in pigiama o quasi, terrorizzato, invece di fare il duro, corre a piangere dall'FBI "Vi dico tutto!" Diventa il supertestimone numero uno, plede guilty a racketeering e wire fraud conspiracy, in cambio niente carcere vero (solo arresti domiciliari in Florida), protezione, e la possibilità di sputtanare tutti. Nel 2016 FIFA lo banna a vita. In Cile lo aspettano processi per appropriazione indebita e evasione fiscale e non solo.

Da 10 anni vive a Miami, grasso, calvo e incazzato, ogni tanto esce con interviste bomba, critica l'attuale presidente ANFP Pablo Milad ("fallito!"), dice di avere "la coscienza tranquilla", si autoproclama artefice della Copa América 2015, i cileni lo massacrano di meme, foto di lui con occhiali da sole da boss mafioso, frasi tipo "Tengo la conciencia limpia y tranquila" su sfondi di prigione, o lui che dice "Questi credono che uno sia..." mentre fugge, c'è chi lo chiama "il ratto cileno", chi lo paragona a un personaggio di Narcos ma senza carisma.

Nel 2025 torna a parlare, ammette che lo "schema" di tangenti era "abituale nel calcio", si dice "arrepentido" ma poi attacca tutti, vuole tornare in Cile nel 2026, quando un processo prescrive. La ANFP? "Mai ricevuto niente", dice serafico mentendo sapendo di mentire.

Sergio Jadue è il simbolo perfetto del calcio sudamericano pre-2015, un ometto mediocre che per un attimo ha toccato il cielo con un dito unto di corruzione, per poi cadere rovinosamente e continuare a blaterare come se niente fosse, ha distrutto la sua reputazione, ma non l'ego, ha fatto vincere una Copa al Cile (forse anche grazie a lui, chissà), ma ha venduto l'anima all'FBI per salvarsi il culo.

Tragicomica? Assolutamente, da ridere per quanto è patetico, da piangere per quanto ha rappresentato il marcio del sistema, e la ciliegina, Amazon ha fatto una serie su di lui, El Presidente, dove lo fa sembrare quasi un antieroe... e lui ha fatto causa per diffamazione, perché "non è così grasso e stupido". Fine? O quasi perché con Jadue, la barzelletta non finisce mai.


lunedì 16 febbraio 2026

Addio a Federico Frusciante, passionale, vero e senza filtri, lascia un buco enorme

 

Federico se n’è andato ieri, a 52 anni, un malore, improvviso, senza preavviso. Come un taglio netto in montaggio, senza dissolvenza.

Livorno si è fermata un attimo, incredula, la città che lo aveva visto crescere dietro quel bancone di via Magenta, a litigare amorevolmente con chi entrava per un horror trash o per un Bergman, ora piange piano.

Non era solo “il Compagno Frusciante”, era Fede, quello che ti guardava dritto negli occhi dallo schermo e ti diceva “Questo film è una porcheria, ma guardalo lo stesso, magari ti salva la giornata” oppure “Se non piangi davanti a questo, non hai cuore”,schietto fino a far male, tenero quando contava davvero, mai un filtro, mai una posa.

Per vent’anni ha tenuto in piedi Videodrome, l’ultimo baluardo contro lo streaming che inghiotte tutto, quel negozio non era solo un noleggio, era casa per chi non trovava posto da nessuna parte, lui c’era, con la sua barba, gli occhi azzurri che si accendevano quando parlava di Cronenberg o di un B-movie dimenticato,poi il negozio ha chiuso, nel 2022, ma lui no, ha preso la telecamera, il microfono, e ha continuato a parlare, a urlare, a ridere, a incazzarsi.

I Criticoni, con Alò, Mr. Marra, Victorlaszlo… erano diventati una famiglia allargata, rumorosa, litigiosa, bellissima, le dirette infinite, le stroncature epiche, le difese accorate. Sembrava che dovesse durare per sempre.

Ieri invece è finito tutto in un pomeriggio qualunque.

E ora restano i video, migliaia, che girano ancora sul web come fantasmi gentili, resta Eleonora, che lo ha amato più di ogni altra cosa al mondo (lui lo diceva sempre, con quella voce che si incrinava solo per lei), restano i messaggi che continuano ad arrivare, “Grazie Fede”, “Sembravi un amico”, “Non ci credo ancora”.

Non era perfetto, era umano, incazzoso, tenero, geniale, stronzo quando serviva, era vero....

Riposa in pace, Fede.

E se lassù c’è un proiettore, spero ti stiano dando finalmente il montaggio che meriti, tutto il meglio, senza tagli.

Ultima Cintura: La Notte in cui Michael Hutchence Spezzò gli INXS per Sempre

 


La suite 524 del Ritz-Carlton puzzava di sudore acido, fumo stantio e alcol versato. Le tende pesanti erano tirate, ma un taglio di luce al neon rosa dal porto filtrava come sangue diluito, illuminando bottiglie vuote di champagne, birra calda e vodka russa sparse sul tappeto come proiettili esplosi, sul comodino, prozac sbriciolato, valium masticati a metà, una striscia di coca ormai solo polvere fantasma, un inalatore per l’asma che non serviva più a niente, nel posacenere mozziconi schiacciati fino al filtro, uno bruciato così a fondo da mostrare l’osso della falange, segno di un uomo che si era dimenticato di essere vivo già da ore.

Erano le 5 passate quando Kym e Chris se ne andarono, Michael li aveva salutati con quel ghigno da predatore stanco, la voce roca che ancora riusciva a far vibrare l’aria. “Domani si riparte,” aveva detto, ma nessuno ci credeva più, la porta si chiuse con un clic morbido, come una bara che si sigilla.

Solo, il telefono squillò alle prime luci sporche dell’alba. Paula, dall’altra parte dell’oceano, la voce spezzata dal pianto e dalla rabbia, Geldof aveva vinto un’altra battaglia, niente Tiger Lily, niente bambina, niente udienza prima di dicembre, “Mi ha detto che sono instabile,” singhiozzò lei. “Che tu sei pericoloso.” Michael ascoltò stringendo la cornetta fino a far scricchiolare la plastica, non parlò quasi. Quando riattaccò, il silenzio era peggio di qualsiasi urlo.

Camminò nudo per la stanza, i piedi che pestavano vetri rotti e cenere, il corpo magro, segnato da anni di eccessi, sembrava già un cadavere in movimento. Prese un’altra striscia, sniffò con violenza, poi buttò giù due benzodiazepine con un sorso di birra tiepida. Niente funzionava più. Il Prozac lo rendeva lento, la coca lo faceva tremare, l’alcol lo teneva sveglio in un limbo schifoso.

Si fermò davanti allo specchio a figura intera. Si guardò: occhi infossati, zigomi taglienti, la bocca che una volta faceva impazzire le folle ora solo una ferita. Pensò a Tiger Lily, alla sua risata che non avrebbe più sentito, pensò a Bob Geldof, a quel bastardo con la faccia da santo che gli aveva rubato la famiglia, pensò alla band che lo aspettava in studio, a un tour che sembrava un funerale anticipato. Pensò che essere Michael Hutchence era diventato un lavoro da galera a vita.

Prese la cintura di serpente nero, quella con la fibbia d’argento massiccio che usava nei concerti degli anni d’oro, la annodò intorno al pomello della porta, quella automatica che si chiudeva da sola. Si inginocchiò, nudo, dietro la porta, come se volesse nascondersi dal mondo un’ultima volta, la fibbia era vecchia, logora, quando il peso del corpo tirò, si spezzò con uno schiocco secco, il corpo scivolò in ginocchio, la testa piegata di lato, gli occhi aperti su un nulla che non avrebbe più lasciato.

Fuori, Sydney si svegliava indifferente, il sole bruciava l’asfalto, le barche dondolavano nel porto, i turisti scattavano foto al ponte, dentro la 524, l’aria si era fermata sul pavimento, vicino al corpo, un foglio accartocciato, qualche riga di testo scarabocchiata a penna, forse l’inizio di una canzone che non sarebbe mai stata finita. La cameriera bussò alle 11:50, spinse la porta, il corpo nudo rotolò di lato con un tonfo sordo, lei urlò, il corridoio si riempì di passi di corsa, ma ormai era tardi.

Nessun biglietto d’addio, solo un uomo spezzato, una cintura rotta, una stanza che puzzava di fallimento e di rock’n’roll andato a male e fuori dalla finestra, la città continuava a pulsare, come se niente fosse successo, come se il diavolo non avesse appena incassato un’altra anima in cambio di troppa fama e troppo dolore...

venerdì 13 febbraio 2026

Recensioni a scoppio ritrdato: Radio Cortile

Radio Cortile è quel film che promette di sgozzare il mondo del gossip radiofonico italiano e poi finisce per accarezzarlo con un guanto di velluto bucato.

Bonelli si mette lì a fare il dj stronzo, Fabio, quello che umilia la gente in onda per far schizzare gli ascolti, spara fake news come coriandoli, interviste che sembrano esecuzioni sommarie... e alla fine? Boh, tutto resta lì, superficiale come una pozzanghera dopo due gocce. La cattiveria è annunciata, sbandierata, ma mai davvero affondata, sembra un pugno tirato a vuoto, fai finta di colpire duro, ma il bersaglio manco se ne accorge.

Entra Nadia, la cantante figa con scheletri nell'armadio, la donna del capo, il boss ordina "massacrala", Fabio ci prova con le sue frecciatine al vetriolo... e poi? Il twist arriva molle molle, telefonatissimo, senza mordente, senza far male a nessuno. La regia è ferma come un sasso in uno stagno morto, inquadrature da webcam scassata, montaggio che sbadiglia, attori secondari che sembrano lì per caso. Budget da elemosina? Ok, ma non è una scusa per non provarci sul serio.

Le bordate in onda? Sembrano cattive solo perché urlate, ma sotto sotto sono tiepide, prevedibili, senza quel veleno vero che ti fa vomitare dal ridere o dal disgusto. È tutto un "guarda quanto sono cattivo" senza mai diventare davvero pericoloso, dispiace ma è superficiale da far schifo, tocca il tema del linciaggio mediatico, lo sfiora, lo annusa, poi si tira indietro con un sorrisetto moralista del cazzo tipo "eh vabbè le parole feriscono". No, dai, se vuoi fare la versione italiana di Private Parts falla fino in fondo.

In sintesi, un film che si atteggia a bastardo ma è solo un cagnolino che abbaia al buio, guardalo se vuoi addormentarti ridendo di quanto poco osi.

mercoledì 11 febbraio 2026

Guð blessi Ísland: Una storia che questo ordine mondiale vorrebbe cancellare....




Era l' Ottobre 2008, e l'Islanda sembrava un paese che aveva toccato il cielo con un dito per poi precipitare in un burrone in tre giorni, Le banche. quelle enormi, gonfie di debiti esteri crollarono una dopo l'altra, la corona perse metà del suo valore in un battito di ciglia, la gente si svegliava con mutui improvvisamente raddoppiati, risparmi evaporati, e la sensazione netta che qualcuno, lassù, avesse giocato a poker con i loro soldi e avesse perso tutto.

All'inizio c'era solo smarrimento, rabbia muta, poi, però, qualcuno ha iniziato a parlare, Hörður Torfason, un cantante e attivista, si piazzò in piazza Austurvöllur, davanti al parlamento, con un microfono, ogni sabato, senza striscioni, senza megafoni potenti, solo la sua voce e poche decine di persone che si fermavano ad ascoltare, raccontava quello che tutti sentivano, che non era giusto pagare per gli errori di pochi, che il governo aveva lasciato fare, che i politici continuavano a comportarsi come se niente fosse accaduto.

Quelle parole presero piede, la piazza cominciò a riempirsi, non era organizzata da partiti o sindacati, era gente normale, pescatori, insegnanti, madri di famiglia, ragazzi che avevano studiato all'estero e adesso non sapevano se potevano permettersi il biglietto di ritorno. Portavano con sé quello che avevano in casa, pentole, padelle, cucchiai di legno, non per fare i simpatici. Per fare rumore, un rumore assordante, ritmico, che entrava dalle finestre del parlamento e rendeva impossibile ai deputati fingere di lavorare normalmente.

Ogni sabato, e poi ogni giorno, il clangore delle stoviglie diventava più forte, la gente batteva all'unisono, gridava «Látið ykkur ekki plata!» "Non fatevi fregare!" e restava lì sotto la neve, con cappelli di lana e sciarpe, per ore, quando il freddo mordeva troppo, accendevano falò con alberi di natale buttati via. Alla polizia fu ordinato di mettere fine alla protesta, il governo aveva autorizzato loro di utilizzare qualsiasi mezzo, ma d'avanti i poliziotti si trovavano non facinorosi, ma persone normali, di tutte le estrazioni sociali, persone conosciute amici e addirittura parenti, impossibile, inconcepibile utilizzare la forza nei confronti, di chi per colpa e negligenza di politici e banchieri aveva perso i risparmi e i sacrifici di una vita, non puoi far arretrare tutta questa gente, perchè quella piazza era unione, era resistenza.....

Il 20 gennaio 2009 la piazza traboccò, migliaia di persone circondarono l'Althingi (la sede del parlamento Islandese), il rumore era tale che dentro non si sentiva più niente, il premier Geir Haarde uscì dal retro, salì in macchina, la gente la circondò, la tempestò di uova, non lo aggredirono fisicamente, ma gli fecero capire che non era più invisibile, tre giorni dopo, annunciò elezioni anticipate e successivamente il governo si dimise in blocco, il governatore della banca centrale e il capo della vigilanza finanziaria seguirono a ruota.

Non era finita lì, il nuovo governo ereditò il caos, ma anche la pressione popolare, quando arrivò la proposta di far pagare ai cittadini il debito verso Regno Unito e Paesi Bassi (il famoso Icesave), la gente non stette zitta, raccolsero firme, bloccarono il parlamento con sit-in, costrinsero il presidente Ólafur Ragnar Grímsson a indire un referendum. Nel 2010 il 93% disse no, non paghiamo debiti che non abbiamo contratto.

Fu un momento in cui l'Islanda si riprese letteralmente il paese dalle mani di chi l'aveva usato come casinò privato, non con armi, non con rivoluzioni armate, ma con la presenza fisica, il rumore delle cucine, la testardaggine di chi dice «questo è nostro, non vostro», per un paese piccolo, abituato a non far rumore, fu una specie di risveglio, scoprirono che potevano far cadere un governo, far processare banchieri, scrivere una nuova costituzione (anche se poi non venne approvata del tutto), semplicemente restando in piazza e rifiutando di andarsene.

Da allora, ogni volta che qualcuno parla di «modello Islanda», non si riferisce solo ai numeri economici,si riferisce a quel clangore di pentole sotto la neve, il suono di un popolo che, per una volta, ha smesso di essere spettatore e ha deciso di essere padrone del proprio destino...


 

lunedì 9 febbraio 2026

I Clash, la ragazza coi capelli viola e una notte senza ritorno

 




Era l’ultimo giorno di maggio del 1980,  Marco aveva 20 anni da poco, viveva a Padova, in un monolocale umido vicino alla stazione, condiviso con un coinquilino che spariva per giorni, il punk per lui era l’unico rumore che copriva il silenzio opprimente della provincia veneta, le assemblee studentesche finite male, i pestaggi della celere, le fabbriche che chiudevano una dopo l’altra.

Aveva visto un volantino mal ciclostilato appeso al muro di un circolo ARCI,  i Clash in concerto gratuito a Bologna, Piazza Maggiore, 1° giugno. La data era incerta  qualcuno diceva il 2 , ma Marco non ci pensò due volte, prese quei pochi soldi messi da parte facendo l'apprendista meccanico, comprò un biglietto di andata sul regionale notturno, infilò nello zaino una felpa con le maniche tagliate, gli anfibi neri e la cassetta di London Calling che girava ossessivamente nel walkman.

Arrivò a Bologna la mattina del primo giugno, sotto una pioggia fitta che trasformava le strade in specchi sporchi, la stazione era già un raduno, creste colorate, giacche di pelle, spille che tintinnavano, accenti da tutta Italia, Marco si mise a chiedere in giro, con la voce rotta dal freddo: “È oggi? In piazza? Gratuito sul serio?”

Verso le undici la pioggia calò, lui entrò in un bar sotto i portici di via Indipendenza, ordinò un caffè ristretto e lì la vide.

Si chiamava Sara, 18 anni appena compiuti, bolognese DOC, capelli corti neri con ciocche viola sbiadite, un chiodo borchiato sopra una maglietta dei Sex Pistols bucata di proposito, pantaloni militari e una sciarpa a quadri rossi annodata al collo, fumava Nazionali senza filtro, fissano il manifesto del concerto appena fissato male di fronte a quel bar......

Si incrociarono gli sguardi mentre entrambi fissavano lo stesso manifesto trappato, Lei guardò quasi con repulsione....

"Cazzo hai da guardare?"

Lui, subito sulla difensiva "io?...eh niente...." pensando tra se e se  "ecco quà la prima figura di merda l'abbiamo prortata"

poi lei “Anche tu per i Clash?”

“Sì, Da Padova, notturno fetido, zero sonno.”

“Io abito a due passi da qui, ma non ho intenzione di perdermeli per dormire.”

Parlarono per ore, appoggiati al muro del bar, dividendo una sigaretta e poi un’altra. Scoprirono di odiare le stesse cose, i democristiani, i preti, i giornalisti che parlavano di “anni di piombo” senza mai nominare i morti di fabbrica, lei frequentava il liceo artistico, sognava di fare fumetti punk per le fanzine, lui gli raccontò la sterminata serie di noiosi e pesanti lavori per pagarsi l'affitto mangiare e consumere tutte le cassette dei Clash, dei Pistols e dei Ramones e di come quelle cuffie lo portassero da quel fetido appartamento.

Il pomeriggio volò, si unirono a un gruppo di ragazzi venuti da Roma e Torino, qualcuno distribuiva volantini che accusavano i Clash di essere “rockstar da circolo ricreativo”. Sara li prese e li usò per accendere la sigaretta successiva, “Stronzate, Joe Strummer è ancora incazzato quanto noi.”

Verso le sei Piazza Maggiore iniziò a riempirsi, il palco era spartano, amplificatori enormi, un telone che sventolava con scritto a bomboletta “The Clash”, aprirono i Café Caracas, ma nessuno li filava. Tutti aspettavano loro.

Quando i Clash salirono in ritardo e  sudati, con l’aria di chi ha litigato cinque minuti prima la piazza esplose, Joe Strummer con la chitarra a tracolla, Mick Jones che sembrava un teppista elegante, Paul Simonon col basso come un randello, Topper Headon che arrivò correndo tra i fischi.

Partì “Clash City Rockers”. Marco e Sara erano schiacciati in mezzo, a una ventina di metri dal palco. Sudore, spintoni, urla, lei gli prese la mano d’istinto e lui non la mollò più.

Ballarono, saltarono, si persero nella calca e si ritrovarono, durante “The Guns of Brixton” lei gli urlò nell’orecchio, sopra il rumore, “Quando finisce ‘sta canzone, il mondo dovrebbe crollare e ricostruirsi!”. Lui rise, ma dentro sentiva che forse era possibile, almeno per quella notte.

Suonarono quasi due ore “London Calling”, “Train in Vain”, “Bankrobber”, “Complete Control”, “White Riot” , la voce di Strummer graffiata, rabbiosa, viva. La piazza intera cantava, un mare di pugni sotto le luci di San Petronio.

Dopo il bis  “Janie Jones” e “I Fought the Law” la folla si sciolse lentamente, Marco e Sara non avevano un letto, trovarono un androne sotto i portici di via Zamboni, si sedettero lì, schiena contro il muro gelido. Parlarono fino all’alba, di sogni, di rabbia, di come sarebbe stato bello partire insieme per Londra, rubare un furgone e seguire i Clash in tour.

Lei gli diede un bacio che sapeva di tabacco e birra calda, lui le accarezzò i capelli viola, promisero di rivedersi presto, di scriversi, di non perdersi, sapevano che era una promessa scritta sull’acqua.

All’alba presero strade diverse, lui verso la stazione per tornare a Padova al quel fetido monolocale e a quel lavoro precario per sbarcare il lunario, lei verso casa, a due isolati di distanza.

Due mesi dopo, il 2 agosto 1980 Marco sta lavorando nell'officina, quando la radio interruppe tutto, bomba alla stazione di Bologna, ottantacinque morti, centinaia di feriti........

Lesse i nomi sulle liste pubblicate dai giornali, quando arrivò a “Sara Neri, 18 anni, Bologna”, il fiato gli si fermò in gola......

Non aveva mai saputo il cognome, ma l’età, la città, il fatto che abitasse a due passi dalla stazione… era lei.

Per anni tenne quella cassetta di London Calling, con la copertina strappata dove aveva scritto a pennarello, minuscolo “1/6/80 – Piazza Maggiore – con te”.

Ogni tanto la metteva, chiudeva gli occhi e sentiva ancora la mano di lei nella sua, mentre Joe Strummer urlava “The ice age is coming, the sun’s zooming in”.

Non si sarebbero rivisti mai più.

Ma quella notte, tra il fumo, il sudore e i riff furiosi, il punk aveva avuto ragione per un istante, il mondo era cambiato davvero, con  il ricordo di Sara inciso per sempre,  il ricordo di una piazza illuminata, di una canzone che gridava ribellione, e di una ragazza dai capelli viola che, per una sola notte indimenticabile, aveva fatto sentire Marco meno solo al mondo.

venerdì 6 febbraio 2026

La Notte Che Rubammo l’Etere

 

Parma, 31 dicembre 1974, la pioggia è tagliente, la nebbia bassa ingoia i lampioni di via Cavallotti. Un uomo con l’impermeabile scuro sale su un tetto scivoloso, in spalla un’antenna artigianale che sembra rubata a un carro armato. È Virginio Menozzi. Ha 42 anni, il cuore che gli spacca le costole, ma la faccia di chi ha già deciso: stasera o mai più, in un ripostiglio ingombro di scatoloni Audioparma. Luci al neon tremolanti. Carlo Drapkind, sigaretta tra le labbra, armeggia con un trasmettitore Collins militare rubato e riverniciato di nero. Sergio Passera, ex partigiano con le mani ancora segnate dai lager, conta i secondi sull’orologio da polso, Marco Toni collega l’ultimo cavo, scintille, odore di ozono, bestemmia sottovoce. Ore 23:58, Anna Maria Bianchi 23 anni, tailleur preso in prestito, microfono Geloso tra le mani che tremano, fuori, la città brinda al 1975 con lo spumante, dentro, c’è solo silenzio elettrico. Il trasmettitore si accende con un ronzio basso, quasi animalesco. Anna Maria inspira, a luce rossa del “ON AIR” si illumina come un occhio di demone, e poi… la voce.

«Qui Radio Parma… frequenza 102 megahertz… stiamo trasmettendo… illegalmente.» pausa, un battito, poi, come un colpo di pistola nell’etere «Buon anno, Parma. Da stasera l’aria è nostra.» era la prima trasmissione di una Radio in Italia che non fosse la RAI, inizia l'epopea delle radio libere...

I mesi successivi sono di guerra fredda nell’etere, squadre della Polizia Postale che bussano alle porte sbagliate, Menozzi che sfugge in vespa sotto la pioggia con i nastri in tasca, Drapkind che scrive editoriali al veleno mentre la RAI gli manda lettere minatorie con timbro ministeriale, notti insonni, caffè amaro, sigarette che non finiscono mai. Il trasmettitore che salta, lo riparano con lo sputo e il fil di ferro, con l’antenna sul tetto che oscilla come un pendolo quando tira vento forte.

Ma la gente ascolta, un ragazzo in 500 parcheggiata sotto le mura, radio a tutto volume, finestrini appannati, una nonna in cucina che ride per la prima volta a una battuta non censurata, un operaio di una fabbrica che sintonizza la radiolina in catena di montaggio e per un secondo dimentica la fatica.

Poi arriva il 28 luglio 1976 , la Corte Costituzionale, sentenza 202, La voce fuoricampo di un giudice che legge: «Il monopolio radiotelevisivo è incostituzionale…». Taglio brutale su Menozzi che alza il pugno in un bar di via Farini, gli occhi lucidi, la camicia bagnata di birra e lacrime.

Oggi l’antenna ancora lì, più moderna, ma nello stesso posto, 51 anni di segnale ininterrotto, record mondiale, da li passa Anna Maria, invecchiata di mezzo secolo ma ancora ferma «Hanno provato a spegnerci con la legge, con le carte bollate, con la paura, non ci sono riusciti perché quella notte di Capodanno abbiamo fatto una cosa sola, abbiamo acceso una luce nell’etere e nessuno ha più trovato l’interruttore.»

giovedì 5 febbraio 2026

Nessuno è Straniero per Sempre... La storia di Abdullahi Ahmed

 



Immagina una notte buia a Mogadiscio, nel 2007, Abdullahi ha solo 19 anni, la guerra civile ha già rubato l’infanzia a lui e ai suoi sette fratelli, spari per strada, fame, paura costante. Suo padre e sua madre lo guardano con occhi lucidi mentre gli dicono: «Vai, figlio mio. Non lasciare che ti prendano». Sa che se resta, lo arruoleranno con la forza o lo uccideranno. Così parte, solo, con un sacco sulle spalle e il cuore pesante.

Il viaggio dura sette mesi infernali, attraversa l’Etiopia a piedi, poi la Libia, dove i trafficanti lo imprigionano, lo picchiano, lo torturano per mesi, paga un riscatto con i pochi soldi che la famiglia raccoglie vendendo tutto, alla fine sale su un barcone fatiscente, onde alte come montagne, acqua che entra ovunque, urla di terrore, corpi stretti l’uno all’altro, ogni onda poteva essere l’ultima, Abdullahi stringe gli occhi e prega, «Se sopravvivo, farò qualcosa di buono con questa vita».

Il 23 giugno 2008 sbarca a Lampedusa, esausto, disidratato, vivo per miracolo. Viene trasferito a Settimo Torinese, vicino Torino, in un centro della Croce Rossa, lì, invece del rifiuto che temeva, trova mani tese, impara l’italiano parola per parola, notte dopo notte, lavora come mediatore culturale, ascolta storie di dolore come la sua, le traduce in ponti di comprensione, parla nelle scuole e racconta ai ragazzi italiani cosa significa crescere con la guerra, per far capire loro quanto sia preziosa la pace che hanno.

Nel 2014 Settimo lo nomina cittadino onorario per il suo impegno contro il razzismo, nel 2016 diventa cittadino italiano, un momento che descrive come «il giorno in cui ho smesso di essere straniero per sempre». Fondata l’associazione GenerAzione Ponte, organizza festival, dialoghi, progetti tra Italia e Somalia, diventa padre: nasce Amira, e con lei la promessa di lasciare un mondo migliore.

Poi, nel 2021, il riscatto più grande, si candida al Consiglio comunale di Torino con molti che dicono «Un ex rifugiato? Impossibile». Lui risponde con i fatti, parla di inclusione, di pace, di futuro condiviso. Prende 1.112 preferenze, il numero più alto tra i candidati di origine migrante in Italia quell’anno. Entra in consiglio da ragazzo su un barcone a rappresentante eletto in una grande città. Oggi è presidente della commissione per il contrasto alle discriminazioni, continua a costruire ponti, a dire ai giovani: «Non si può essere stranieri per sempre nel posto dove hai scelto di vivere e ricostruire la tua vita».

Abdullahi ripete spesso «Il mio viaggio non è finito quando sono arrivato. È iniziato davvero qui, quando ho deciso che il mio dolore doveva servire a qualcun altro. Per chi non ce l’ha fatta, per chi arriva oggi, per mia figlia Amira. L’Italia mi ha dato una seconda possibilità: io la restituisco ogni giorno, un passo alla volta».

Questa non è solo sopravvivenza, è riscatto puro, dal barcone alla tribuna di una città, dal silenzio della paura alla voce di chi ispira migliaia, dimostra che quando c’è determinazione, gratitudine e voglia di ridare, anche dal fondo del mediterraneo può nascere una luce che illumina intere comunità.

mercoledì 4 febbraio 2026

Stacca! Stacca! Stacca! la storia di Hackerino.....

 


Inverno tra il 1990 e il 1991, la nebbia è così fitta che inghiotte i lampioni, i modem ululano come bestie ferite nelle cantine di Porta Romana, e l’odore di circuiti surriscaldati si mischia a quello di birre calde e sigarette rubate. In quel buio da film noir low-budget arriva una busta anonima, senza francobollo, senza un cazzo di niente, dentro una VHS con tre parole scarabocchiate a pennarello nero, come un avvertimento o una sfida.....Hackerino.

Nella redazione carbonara di Decoder, qualcuno infila la cassetta nel videoregistratore. Luci fioche, lattine aperte, qualcuno già sghignazza pensando a una burla. Poi parte la sigla: note Disney stonate, glitchate, sporche come un nastro riavvolto mille volte, titoli pixellosi, topolino con occhiali da sole e tastiera al posto delle zampe e la scritta Walt Disney Hackerino.

Zoom su due figure in una stanza che puzza di umido e ambizione, uno con la maschera di Topolino, orecchie nere, sorriso di plastica fissa, voce camuffata da barbone informatico,l’altro maschera da robot di latta discount, tipo Uomo d’Acciaio da mercatino, immobile come un totem di ferro arrugginito, non fiata mai è solo lì, a fare peso.

«Io so’ Mickey» esordisce il Topo, guardando dritto in camera come un boss che confessa il colpo grosso. «E lui è l’Uomo d’Acciaio. E mo’ ve famo vede’ ’na cosetta seria… hackeraggio vero, de quelli che fanno tremare i potenti.»

Parla di tre giorni passati a scassinare il “codice di accesso speciale” di una banca dati militare, roba da Guerra Fredda, AGM-129A, A-12 Avenger II, B-2 Spirit, nomi che pesano come testate nucleari. L’Amiga 500 ronza, il modem gracchia come un corvo strozzato, schermo dopo schermo, elenchi di progetti segreti, coordinate che sembrano vere, codici che odorano di bunker sotterranei, Mickey indica trionfante: «Ecco! Li abbiamo! Li spargiamo nella controinformazione, gratis, per tutti i fratelli della rete!»

L’adrenalina è palpabile, sembra il momento in cui due hacker stanno per fottere l’impero con un floppy e un po’ di coraggio.

Poi, quando la gloria quasi si può toccare con mano, il mondo crolla.

Schermo congelato, "OUTPUT SUSPENDED" esotto, lettere rosse che urlano "WARNING!!! YOUR CALL IS BEING TRACKED", silenzio tombale, gli occhi di Mickey dietro la maschera si spalancano come due fari in avaria......«Ci stanno tracciando!» strilla, voce incrinata dal terrore puro.

«STACCA! STACCA! STACCA!»

L’Uomo d’Acciaio balza in piedi, fa volare una lattina, un numero di Decoder finisce per terra in slow-motion improvvisato. Mickey allunga la mano tremante verso l’interruttore. Schermo nero. Taglio secco. Sigla Disney distorta che sfuma con Hackerino che lampeggia beffardo,e poi… niente.

Il nastro finisce lì, cinque minuti di pura leggenda, nessun seguito, nessuna spiegazione, nessun arresto clamoroso, nessuna mail dal Pentagono che dice “vi abbiamo beccati, stronzi”.

Ma è proprio questo il colpo di genio pulp.

Perché dopo lo stacco, la storia non muore, diventa virus, si diffonde di mano in mano, di BBS in BBS, di fanzine in fanzine, per quindici anni resta sepolta in archivi privati, mito sussurrato tra hacker e squatter., poi, ottobre 2006, Gomma, Ermanno Guarneri, voce che combacia fin troppo con quella di Mickey, lo carica su YouTube, titolo sobrio "Mickey Mouse Hacks a Military Computer" ed è esplosione.

Diventa il meme italiano per antonomasia, ogni crash, ogni “virus rilevato”, ogni 404, puntuale arriva il grido primordiale...

«CI STANNO TRACCIANDO! STACCA! STACCA! STACCA!»

E la leggenda si gonfia, era vero? Falso? Performance? Scherzo? Gomma ha mai confessato? No, mai una parola chiara, solo quel video che finisce nel buio, come se Mickey avesse staccato non solo la spina dell’Amiga… ma anche quella della storia stessa.

E forse è meglio così.

Perché il vero finale non è nel nastro, è nel vuoto che resta dopo, nel non sapere, nel terrore comico di due ragazzi mascherati che per un attimo hanno creduto di poter vincere… e poi hanno scelto di sparire, lasciando solo un urlo e un nero schermo.

Hackerino non ha vinto, non ha perso, ha semplicemente staccato, da allora, ogni volta che il sistema ci becca, che il firewall lampeggia rosso, che l’adrenalina sale… sentiamo ancora quell’eco nel buio digitale:

«Stacca, stacca, stacca.»

E ridiamo, perché la ribellione più punk non è entrare, è sapere quando e come uscire di scena prima che ti becchino davvero.

martedì 3 febbraio 2026

Recensione a scoppio ritardato "1983"


Idea da far venire i brividi, attentato ne 1983 va a segno, Solidarność crepata sul nascere, cortina di ferro ancora su nel 2003. Polonia grigia come un pugno in bocca, palazzoni che schiacciano l'anima, neon che piscia luce gialla, propaganda che ti entra nelle orecchie come acido. Atmosfera da film noir slavo andato a male, piove merda, i vicoli puzzano di sigarette bagnate e paura stantia. Regia (Holland & co.) che ti inchioda allo schermo nelle prime puntate, complotto, paranoia, detective incazzato e studente con la testa piena di ideali del cazzo. Poi Si sfascia tutto come una birra scaduta lasciata al sole.

Sceneggiatura che inciampa nei propri piedi, subplot buttati come lattine vuote, colpi di scena da soap opera polacca di terza categoria, la madre che muore, risorge e muore tipo zombie ubriaco. Dialoghi che fanno male alle orecchie, rigidi, espositivi, gente che si chiama per nome ogni due frasi come deficienti. Il protagonista giovane (Musiał) recita con la vitalità di un manichino in vetrina, zero carisma, zero palle. Więckiewicz prova a tenere su la baracca col suo muso da cane bastonato, ma è come sparare proiettili di gomma a un carro armato.

Finale? Un peto nell'acqua. Aperto, molle, confuso. Netflix l'ha scaricata nel cesso perchè non c'era più carne da spolpare.

Verdetto,senza guanti, inizio da 9, palle gonfie d'ambizione, metà strada: crolla a 5,5.Totale: 5 spaccato, un'occasione buttata nel water con stile. Guardala se ti piace il grigio est-europeo, le distopie che puzzano di sigaretta elettronica e regimi che non muoiono mai.

Saltala se vuoi roba che stia in piedi senza stampelle o personaggi che non ti facciano sbadigliare dal sonno,in polacco coi subs, il doppiaggio è roba da galera. Fine della storia.


 

domenica 1 febbraio 2026

Casa nostra, proprio in mezzo alla via....

Papà la domenica si mette la camicia buona, quella azzurra con le maniche corte che sa ancora di bucato e di naftalina, non parla molto, ma quando esce per andare al bar tabacchi a prendere le sigarette e il Grinta, saluta il vicino con un cenno come se fosse un generale che passa in rassegna le truppe, torna sempre con due pacchetti di MS e una notizia inutile tipo «hanno asfaltato via dei Volsci, ora sembra un biliardo».
Mamma è stanca già alle nove e mezza, ha stirato fino a mezzanotte la tovaglia ricamata che usa solo per Natale e Pasqua, e ora brontola con la radio accesa mentre spolvera il mobile del televisore, «Questi bambini mi faranno impazzire», dice, ma lo dice sorridendo, perché in fondo le piace il casino, senza quel casino si sentirebbe vecchia.
Io e mia sorella litighiamo per il telecomando, lei vuole vedere i cartoni, io pretendo il film del pomeriggio, finisce sempre che mamma spegne tutto e ci manda a giocare di sotto, nel cortiletto condominiale dove c’è ancora il filo per stendere i panni che sembra una ragnatela gigante. Lì sotto c’è sempre odore di sugo e di muffa, e ogni tanto passa il gatto randagio che tutti chiamano “Biancone” anche se è tigrato.
Mio fratello grande, quello con i capelli alla Duran Duran, ha un appuntamento, dice che è «una cosa seria», ma poi lo vediamo scappare dalla scala di servizio perché papà ha iniziato a chiedere «e i soldi per la benzina dove li hai presi?», ha diciassette anni e mezzo e crede di essere James Dean, ma in realtà è solo terrorizzato dall’idea che qualcuno gli chieda cosa vuole fare da grande.
La casa è piccola, le pareti sottili, si sente tutto, la televisione dei vicini, la discussione su chi deve lavare i piatti, il rumore del water che non smette mai di riempirsi. Eppure è nostra, è il castello, è la roccaforte, è il posto dove si litiga, si ride, si piange di nascosto sotto le coperte e poi al mattino dopo si fa finta di niente.
Una sera d’estate del 1987 mamma e papà pagano l’ultima rata del mutuo, non fanno una festa, non stappano champagne, papà tira fuori una bottiglia di spumante da discount che aveva nascosto dietro le scope, mamma mette su Our House sul giradischi scassato e per una volta balliamo tutti in salotto, pure il gatto, io ho dieci anni, non capisco bene perché piangono mentre ridono.
Passano gli anni, la casa resta lì, in mezzo alla via, un po’ più scrostata, un po’ più storta, io me ne vado a studiare a Bologna, mia sorella si sposa troppo giovane, mio fratello finisce a fare il muratore a Ostia, papà muore di martedì, mamma continua a stirare le camicie che non indosserà più nessuno.
Ogni tanto torno, entro con la chiave che ancora tengo nel portafoglio, anche se la serratura è cambiata due volte, sento ancora l’odore di sugo, di naftalina, di detersivo per pavimenti, Sento ancora le voci.
E per un attimo, solo per un attimo, la casa torna a essere nostra, nel mezzo della via come allora.
Our house……in the middle of our street….


 

L'Irlanda suona, mentre noi continuiamo a scrollare....

  Ci sono momenti in cui sembra che un paese intero trovi una voce comune, non perché tutti suonino allo stesso modo, ma perché condividono ...