Immagina una notte buia a Mogadiscio, nel 2007, Abdullahi ha solo 19 anni, la guerra civile ha già rubato l’infanzia a lui e ai suoi sette fratelli, spari per strada, fame, paura costante. Suo padre e sua madre lo guardano con occhi lucidi mentre gli dicono: «Vai, figlio mio. Non lasciare che ti prendano». Sa che se resta, lo arruoleranno con la forza o lo uccideranno. Così parte, solo, con un sacco sulle spalle e il cuore pesante.
Il viaggio dura sette mesi infernali, attraversa l’Etiopia a piedi, poi la Libia, dove i trafficanti lo imprigionano, lo picchiano, lo torturano per mesi, paga un riscatto con i pochi soldi che la famiglia raccoglie vendendo tutto, alla fine sale su un barcone fatiscente, onde alte come montagne, acqua che entra ovunque, urla di terrore, corpi stretti l’uno all’altro, ogni onda poteva essere l’ultima, Abdullahi stringe gli occhi e prega, «Se sopravvivo, farò qualcosa di buono con questa vita».
Il 23 giugno 2008 sbarca a Lampedusa, esausto, disidratato, vivo per miracolo. Viene trasferito a Settimo Torinese, vicino Torino, in un centro della Croce Rossa, lì, invece del rifiuto che temeva, trova mani tese, impara l’italiano parola per parola, notte dopo notte, lavora come mediatore culturale, ascolta storie di dolore come la sua, le traduce in ponti di comprensione, parla nelle scuole e racconta ai ragazzi italiani cosa significa crescere con la guerra, per far capire loro quanto sia preziosa la pace che hanno.
Nel 2014 Settimo lo nomina cittadino onorario per il suo impegno contro il razzismo, nel 2016 diventa cittadino italiano, un momento che descrive come «il giorno in cui ho smesso di essere straniero per sempre». Fondata l’associazione GenerAzione Ponte, organizza festival, dialoghi, progetti tra Italia e Somalia, diventa padre: nasce Amira, e con lei la promessa di lasciare un mondo migliore.
Poi, nel 2021, il riscatto più grande, si candida al Consiglio comunale di Torino con molti che dicono «Un ex rifugiato? Impossibile». Lui risponde con i fatti, parla di inclusione, di pace, di futuro condiviso. Prende 1.112 preferenze, il numero più alto tra i candidati di origine migrante in Italia quell’anno. Entra in consiglio da ragazzo su un barcone a rappresentante eletto in una grande città. Oggi è presidente della commissione per il contrasto alle discriminazioni, continua a costruire ponti, a dire ai giovani: «Non si può essere stranieri per sempre nel posto dove hai scelto di vivere e ricostruire la tua vita».
Abdullahi ripete spesso «Il mio viaggio non è finito quando sono arrivato. È iniziato davvero qui, quando ho deciso che il mio dolore doveva servire a qualcun altro. Per chi non ce l’ha fatta, per chi arriva oggi, per mia figlia Amira. L’Italia mi ha dato una seconda possibilità: io la restituisco ogni giorno, un passo alla volta».
Questa non è solo sopravvivenza, è riscatto puro, dal barcone alla tribuna di una città, dal silenzio della paura alla voce di chi ispira migliaia, dimostra che quando c’è determinazione, gratitudine e voglia di ridare, anche dal fondo del mediterraneo può nascere una luce che illumina intere comunità.

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