Era l' Ottobre 2008, e l'Islanda sembrava un paese che aveva toccato il cielo con un dito per poi precipitare in un burrone in tre giorni, Le banche. quelle enormi, gonfie di debiti esteri crollarono una dopo l'altra, la corona perse metà del suo valore in un battito di ciglia, la gente si svegliava con mutui improvvisamente raddoppiati, risparmi evaporati, e la sensazione netta che qualcuno, lassù, avesse giocato a poker con i loro soldi e avesse perso tutto.
All'inizio c'era solo smarrimento, rabbia muta, poi, però, qualcuno ha iniziato a parlare, Hörður Torfason, un cantante e attivista, si piazzò in piazza Austurvöllur, davanti al parlamento, con un microfono, ogni sabato, senza striscioni, senza megafoni potenti, solo la sua voce e poche decine di persone che si fermavano ad ascoltare, raccontava quello che tutti sentivano, che non era giusto pagare per gli errori di pochi, che il governo aveva lasciato fare, che i politici continuavano a comportarsi come se niente fosse accaduto.
Quelle parole presero piede, la piazza cominciò a riempirsi, non era organizzata da partiti o sindacati, era gente normale, pescatori, insegnanti, madri di famiglia, ragazzi che avevano studiato all'estero e adesso non sapevano se potevano permettersi il biglietto di ritorno. Portavano con sé quello che avevano in casa, pentole, padelle, cucchiai di legno, non per fare i simpatici. Per fare rumore, un rumore assordante, ritmico, che entrava dalle finestre del parlamento e rendeva impossibile ai deputati fingere di lavorare normalmente.
Ogni sabato, e poi ogni giorno, il clangore delle stoviglie diventava più forte, la gente batteva all'unisono, gridava «Látið ykkur ekki plata!» "Non fatevi fregare!" e restava lì sotto la neve, con cappelli di lana e sciarpe, per ore, quando il freddo mordeva troppo, accendevano falò con alberi di natale buttati via. Alla polizia fu ordinato di mettere fine alla protesta, il governo aveva autorizzato loro di utilizzare qualsiasi mezzo, ma d'avanti i poliziotti si trovavano non facinorosi, ma persone normali, di tutte le estrazioni sociali, persone conosciute amici e addirittura parenti, impossibile, inconcepibile utilizzare la forza nei confronti, di chi per colpa e negligenza di politici e banchieri aveva perso i risparmi e i sacrifici di una vita, non puoi far arretrare tutta questa gente, perchè quella piazza era unione, era resistenza.....
Il 20 gennaio 2009 la piazza traboccò, migliaia di persone circondarono l'Althingi (la sede del parlamento Islandese), il rumore era tale che dentro non si sentiva più niente, il premier Geir Haarde uscì dal retro, salì in macchina, la gente la circondò, la tempestò di uova, non lo aggredirono fisicamente, ma gli fecero capire che non era più invisibile, tre giorni dopo, annunciò elezioni anticipate e successivamente il governo si dimise in blocco, il governatore della banca centrale e il capo della vigilanza finanziaria seguirono a ruota.
Non era finita lì, il nuovo governo ereditò il caos, ma anche la pressione popolare, quando arrivò la proposta di far pagare ai cittadini il debito verso Regno Unito e Paesi Bassi (il famoso Icesave), la gente non stette zitta, raccolsero firme, bloccarono il parlamento con sit-in, costrinsero il presidente Ólafur Ragnar Grímsson a indire un referendum. Nel 2010 il 93% disse no, non paghiamo debiti che non abbiamo contratto.
Fu un momento in cui l'Islanda si riprese letteralmente il paese dalle mani di chi l'aveva usato come casinò privato, non con armi, non con rivoluzioni armate, ma con la presenza fisica, il rumore delle cucine, la testardaggine di chi dice «questo è nostro, non vostro», per un paese piccolo, abituato a non far rumore, fu una specie di risveglio, scoprirono che potevano far cadere un governo, far processare banchieri, scrivere una nuova costituzione (anche se poi non venne approvata del tutto), semplicemente restando in piazza e rifiutando di andarsene.
Da allora, ogni volta che qualcuno parla di «modello Islanda», non si riferisce solo ai numeri economici,si riferisce a quel clangore di pentole sotto la neve, il suono di un popolo che, per una volta, ha smesso di essere spettatore e ha deciso di essere padrone del proprio destino...

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