lunedì 9 febbraio 2026

I Clash, la ragazza coi capelli viola e una notte senza ritorno

 




Era l’ultimo giorno di maggio del 1980,  Marco aveva 20 anni da poco, viveva a Padova, in un monolocale umido vicino alla stazione, condiviso con un coinquilino che spariva per giorni, il punk per lui era l’unico rumore che copriva il silenzio opprimente della provincia veneta, le assemblee studentesche finite male, i pestaggi della celere, le fabbriche che chiudevano una dopo l’altra.

Aveva visto un volantino mal ciclostilato appeso al muro di un circolo ARCI,  i Clash in concerto gratuito a Bologna, Piazza Maggiore, 1° giugno. La data era incerta  qualcuno diceva il 2 , ma Marco non ci pensò due volte, prese quei pochi soldi messi da parte facendo l'apprendista meccanico, comprò un biglietto di andata sul regionale notturno, infilò nello zaino una felpa con le maniche tagliate, gli anfibi neri e la cassetta di London Calling che girava ossessivamente nel walkman.

Arrivò a Bologna la mattina del primo giugno, sotto una pioggia fitta che trasformava le strade in specchi sporchi, la stazione era già un raduno, creste colorate, giacche di pelle, spille che tintinnavano, accenti da tutta Italia, Marco si mise a chiedere in giro, con la voce rotta dal freddo: “È oggi? In piazza? Gratuito sul serio?”

Verso le undici la pioggia calò, lui entrò in un bar sotto i portici di via Indipendenza, ordinò un caffè ristretto e lì la vide.

Si chiamava Sara, 18 anni appena compiuti, bolognese DOC, capelli corti neri con ciocche viola sbiadite, un chiodo borchiato sopra una maglietta dei Sex Pistols bucata di proposito, pantaloni militari e una sciarpa a quadri rossi annodata al collo, fumava Nazionali senza filtro, fissano il manifesto del concerto appena fissato male di fronte a quel bar......

Si incrociarono gli sguardi mentre entrambi fissavano lo stesso manifesto trappato, Lei guardò quasi con repulsione....

"Cazzo hai da guardare?"

Lui, subito sulla difensiva "io?...eh niente...." pensando tra se e se  "ecco quà la prima figura di merda l'abbiamo prortata"

poi lei “Anche tu per i Clash?”

“Sì, Da Padova, notturno fetido, zero sonno.”

“Io abito a due passi da qui, ma non ho intenzione di perdermeli per dormire.”

Parlarono per ore, appoggiati al muro del bar, dividendo una sigaretta e poi un’altra. Scoprirono di odiare le stesse cose, i democristiani, i preti, i giornalisti che parlavano di “anni di piombo” senza mai nominare i morti di fabbrica, lei frequentava il liceo artistico, sognava di fare fumetti punk per le fanzine, lui gli raccontò la sterminata serie di noiosi e pesanti lavori per pagarsi l'affitto mangiare e consumere tutte le cassette dei Clash, dei Pistols e dei Ramones e di come quelle cuffie lo portassero da quel fetido appartamento.

Il pomeriggio volò, si unirono a un gruppo di ragazzi venuti da Roma e Torino, qualcuno distribuiva volantini che accusavano i Clash di essere “rockstar da circolo ricreativo”. Sara li prese e li usò per accendere la sigaretta successiva, “Stronzate, Joe Strummer è ancora incazzato quanto noi.”

Verso le sei Piazza Maggiore iniziò a riempirsi, il palco era spartano, amplificatori enormi, un telone che sventolava con scritto a bomboletta “The Clash”, aprirono i Café Caracas, ma nessuno li filava. Tutti aspettavano loro.

Quando i Clash salirono in ritardo e  sudati, con l’aria di chi ha litigato cinque minuti prima la piazza esplose, Joe Strummer con la chitarra a tracolla, Mick Jones che sembrava un teppista elegante, Paul Simonon col basso come un randello, Topper Headon che arrivò correndo tra i fischi.

Partì “Clash City Rockers”. Marco e Sara erano schiacciati in mezzo, a una ventina di metri dal palco. Sudore, spintoni, urla, lei gli prese la mano d’istinto e lui non la mollò più.

Ballarono, saltarono, si persero nella calca e si ritrovarono, durante “The Guns of Brixton” lei gli urlò nell’orecchio, sopra il rumore, “Quando finisce ‘sta canzone, il mondo dovrebbe crollare e ricostruirsi!”. Lui rise, ma dentro sentiva che forse era possibile, almeno per quella notte.

Suonarono quasi due ore “London Calling”, “Train in Vain”, “Bankrobber”, “Complete Control”, “White Riot” , la voce di Strummer graffiata, rabbiosa, viva. La piazza intera cantava, un mare di pugni sotto le luci di San Petronio.

Dopo il bis  “Janie Jones” e “I Fought the Law” la folla si sciolse lentamente, Marco e Sara non avevano un letto, trovarono un androne sotto i portici di via Zamboni, si sedettero lì, schiena contro il muro gelido. Parlarono fino all’alba, di sogni, di rabbia, di come sarebbe stato bello partire insieme per Londra, rubare un furgone e seguire i Clash in tour.

Lei gli diede un bacio che sapeva di tabacco e birra calda, lui le accarezzò i capelli viola, promisero di rivedersi presto, di scriversi, di non perdersi, sapevano che era una promessa scritta sull’acqua.

All’alba presero strade diverse, lui verso la stazione per tornare a Padova al quel fetido monolocale e a quel lavoro precario per sbarcare il lunario, lei verso casa, a due isolati di distanza.

Due mesi dopo, il 2 agosto 1980 Marco sta lavorando nell'officina, quando la radio interruppe tutto, bomba alla stazione di Bologna, ottantacinque morti, centinaia di feriti........

Lesse i nomi sulle liste pubblicate dai giornali, quando arrivò a “Sara Neri, 18 anni, Bologna”, il fiato gli si fermò in gola......

Non aveva mai saputo il cognome, ma l’età, la città, il fatto che abitasse a due passi dalla stazione… era lei.

Per anni tenne quella cassetta di London Calling, con la copertina strappata dove aveva scritto a pennarello, minuscolo “1/6/80 – Piazza Maggiore – con te”.

Ogni tanto la metteva, chiudeva gli occhi e sentiva ancora la mano di lei nella sua, mentre Joe Strummer urlava “The ice age is coming, the sun’s zooming in”.

Non si sarebbero rivisti mai più.

Ma quella notte, tra il fumo, il sudore e i riff furiosi, il punk aveva avuto ragione per un istante, il mondo era cambiato davvero, con  il ricordo di Sara inciso per sempre,  il ricordo di una piazza illuminata, di una canzone che gridava ribellione, e di una ragazza dai capelli viola che, per una sola notte indimenticabile, aveva fatto sentire Marco meno solo al mondo.

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