La suite 524 del Ritz-Carlton puzzava di sudore acido, fumo stantio e alcol versato. Le tende pesanti erano tirate, ma un taglio di luce al neon rosa dal porto filtrava come sangue diluito, illuminando bottiglie vuote di champagne, birra calda e vodka russa sparse sul tappeto come proiettili esplosi, sul comodino, prozac sbriciolato, valium masticati a metà, una striscia di coca ormai solo polvere fantasma, un inalatore per l’asma che non serviva più a niente, nel posacenere mozziconi schiacciati fino al filtro, uno bruciato così a fondo da mostrare l’osso della falange, segno di un uomo che si era dimenticato di essere vivo già da ore.
Erano le 5 passate quando Kym e Chris se ne andarono, Michael li aveva salutati con quel ghigno da predatore stanco, la voce roca che ancora riusciva a far vibrare l’aria. “Domani si riparte,” aveva detto, ma nessuno ci credeva più, la porta si chiuse con un clic morbido, come una bara che si sigilla.
Solo, il telefono squillò alle prime luci sporche dell’alba. Paula, dall’altra parte dell’oceano, la voce spezzata dal pianto e dalla rabbia, Geldof aveva vinto un’altra battaglia, niente Tiger Lily, niente bambina, niente udienza prima di dicembre, “Mi ha detto che sono instabile,” singhiozzò lei. “Che tu sei pericoloso.” Michael ascoltò stringendo la cornetta fino a far scricchiolare la plastica, non parlò quasi. Quando riattaccò, il silenzio era peggio di qualsiasi urlo.
Camminò nudo per la stanza, i piedi che pestavano vetri rotti e cenere, il corpo magro, segnato da anni di eccessi, sembrava già un cadavere in movimento. Prese un’altra striscia, sniffò con violenza, poi buttò giù due benzodiazepine con un sorso di birra tiepida. Niente funzionava più. Il Prozac lo rendeva lento, la coca lo faceva tremare, l’alcol lo teneva sveglio in un limbo schifoso.
Si fermò davanti allo specchio a figura intera. Si guardò: occhi infossati, zigomi taglienti, la bocca che una volta faceva impazzire le folle ora solo una ferita. Pensò a Tiger Lily, alla sua risata che non avrebbe più sentito, pensò a Bob Geldof, a quel bastardo con la faccia da santo che gli aveva rubato la famiglia, pensò alla band che lo aspettava in studio, a un tour che sembrava un funerale anticipato. Pensò che essere Michael Hutchence era diventato un lavoro da galera a vita.
Prese la cintura di serpente nero, quella con la fibbia d’argento massiccio che usava nei concerti degli anni d’oro, la annodò intorno al pomello della porta, quella automatica che si chiudeva da sola. Si inginocchiò, nudo, dietro la porta, come se volesse nascondersi dal mondo un’ultima volta, la fibbia era vecchia, logora, quando il peso del corpo tirò, si spezzò con uno schiocco secco, il corpo scivolò in ginocchio, la testa piegata di lato, gli occhi aperti su un nulla che non avrebbe più lasciato.
Fuori, Sydney si svegliava indifferente, il sole bruciava l’asfalto, le barche dondolavano nel porto, i turisti scattavano foto al ponte, dentro la 524, l’aria si era fermata sul pavimento, vicino al corpo, un foglio accartocciato, qualche riga di testo scarabocchiata a penna, forse l’inizio di una canzone che non sarebbe mai stata finita. La cameriera bussò alle 11:50, spinse la porta, il corpo nudo rotolò di lato con un tonfo sordo, lei urlò, il corridoio si riempì di passi di corsa, ma ormai era tardi.
Nessun biglietto d’addio, solo un uomo spezzato, una cintura rotta, una stanza che puzzava di fallimento e di rock’n’roll andato a male e fuori dalla finestra, la città continuava a pulsare, come se niente fosse successo, come se il diavolo non avesse appena incassato un’altra anima in cambio di troppa fama e troppo dolore...

Nessun commento:
Posta un commento