venerdì 20 febbraio 2026

Fanculo alla Centrale, Come un Genoano e un Sampdoriano hanno fatto rinascere la birra a Genova

 

Genoa , Anni 2000, Fausto Marenco e Massimo "Maltus" Versaci, ancora si rompevano il culo in Centrale del Latte, tra latte scaduto e turni da incubo, uno era il birraio pazzoide, l'altro il maltaro con la fissa belga, non avevano un euro, ma avevano la passione che ti fa buttare la pensione in luppolo e malto invece che in un mutuo decente.

Iniziano a casa, come tutti i matti, pentoloni sul gas della cucina, fermentazioni che puzzano di lievito e sogni proibiti, Fausto si iscrive a un'associazione di homebrewer, si fanno un impianto pilota da quattro soldi, cotte clandestine che girano solo tra amici e qualche degustatore scafato. Le birre? Buone, buone davvero, tanto che i giudici ai festival nazionali iniziano a storcere il naso: «Ma questi chi cazzo sono? Sembra roba belga ma con l’accento genovese».

Nel 2008 dicono fanculo al posto fisso, prendono lo sgabuzzino più figo che potevano permettersi, un capannone decrepito in via Fegino 3, Rivarolo, lo stesso identico posto dove cento anni prima nasceva la Birra Cervisia, storica fabbrica genovese morta e sepolta, ironia della sorte da far piangere i poeti, un’ex fabbrica industriale morta di industrializzazione ora resuscitata da due pazzi per fare birra artigianale non filtrata, non pastorizzata, viva come un vampiro.

Zero marketing patinato, zero influencer del cazzo, zero finanziamenti a fondo perduto da regione Liguria, solo loro due, un impianto progettato in casa come fosse un’astronave e una fissazione per le birre belghe d’alta scuola mischiate a luppoli americani da far tremare i denti, producono poco, ma fottutamente bene.

La gente inizia a fiutare l’odore, i pub genovesi più tosti mettono le loro bottiglie, arrivano i premi: medaglie, menzioni, gente che fa la fila per la Ambrata quando esce la nuova cotta, nel 2018 festeggiano 10 anni con una festa che sembra più un rave che un compleanno aziendale, birrai da tutta Italia, consumatori incazzati e felici, zero discorsi motivazionali del cazzo.

Poi arriva il 2018-2019, crolla il Ponte Morandi, Genova sanguina, loro tirano fuori Ambrata, una birra ambrata con luppoli che sanno di resurrezione, e devolvono una parte agli sfollati,non per fare i buoni, ma perché era il minimo, Roba che spacca il cuore e la gola insieme.

Oggi, 2026, Maltus Faber è ancora lì, indipendente, non ha venduto l’anima a nessun gruppo industriale, produce birre che finiscono nelle guide dei migliori birrifici italiani, ha fan che attraversano la Liguria solo per una Imperial Stout barricata o una IPA che ti stende, non sono diventati milionari, non hanno catene di taproom fighette a Milano, sono rimasti due genovesi che fanno birra come si faceva una volta, con le mani sporche di mosto, il cuore sporco di sogni e zero compromessi.

In un mondo di birre da discount e craft-washing, Maltus Faber è la prova che se fai le cose davvero bene, con le palle e senza svendersi, prima o poi la gente se ne accorge, e beve, torna, ritorna e porta gli amici.

Salute, caruggi e luppolo amaro, Maltus Faber non è una storia di successo da manuale, è una vendetta riuscita contro la mediocrità, scritta in schiuma e luppolo amaro e mentre i birrifici finti-artigianali spariscono nel nulla, loro sono ancora qui, sporchi di mosto, indipendenti e fottutamente vivi.

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