Nel ventre caldo e violento di Rosario, dove il calcio è religione pagana fatta di fango, sangue e umiliazioni, nacque un demonio con i piedi di seta, si chiamava Tomás Felipe Carlovich, ma tutti lo conoscevano come El Trinche l’uomo che infilzava difensori come spiedini e li lasciava lì, immobili, a chiedersi che diavolo fosse appena successo.
Alto, magro, zazzera selvaggia e sguardo da pistolero che si annoia facilmente, camminava come se il mondo intero gli dovesse delle scuse e in fondo, forse era così.
Negli anni ’70, mentre il calcio argentino si vendeva l’anima tra soldi, dittature e gloria, El Trinche giocava come se fosse ancora nei campetti polverosi di Rosario. Controllo di palla da stregone, visione da cecchino, dribbling lenti ma letali che facevano sembrare i marcatori delle statue di sale, inventò il doppio tunnel, due volte nello stesso movimento solo perché una volta non bastava per farli sentire ridicoli.
Lo volevano nell' Albiceleste, lo chiamarono, El Trinche ascoltò, fece spallucce e andò a Pescara, no grazie, non gli interessava la Selección, non gli interessava la Primera División, non gli interessava la gloria, i club di Buenos Aires e qualche emissario di club europei che offrirono contratti che avrebbero cambiato la vita di chiunque, lui li mandò tutti a fanculo, voleva il suo Central Córdoba, la sua Segunda, le sue birre fredde, le sue notti a Rosario e le sue partite giocate come atti di ribellione pura.
Era l’antieroe perfetto, il Maradona che non volle mai diventare Maradona, Diego stesso, il Dio, lo ammise senza giri di parole «El Trinche era meglio di me». José Pekerman lo definì «il più grande centrocampista che abbia mai visto», ma lui se ne fotteva altamente, giocava per il piacere sporco del tocco geniale, per umiliare il sistema con un controllo di prima, per far sognare i poveracci delle tribune che in lui vedevano la rivincita di chi non si vende.
Pochi video, quasi nessuna immagine nitida, la sua leggenda vive di racconti di bar, di voci che passano di bocca in bocca, come le storie dei pistoleri del West, a Rosario dicono tutti di averlo visto giocare, bugie bellissime, perché El Trinche è diventato mito proprio perché non si è fatto ingabbiare. Non ha vinto trofei importanti, ha giocato pochissimo in Primera. Ma ha lasciato un segno più profondo di tanti campioni con gli armadi pieni di medaglie.
Lento? Sì, Pigro? Assolutamente. Geniale? Senza discussione. Giocava con l’eleganza assassina di un coltello a serramanico sotto la luna di Rosario.
È morto come è vissuto, in strada. Nel 2020, a 74 anni, un ladro gli rubò la bicicletta e lo colpì alla testa, una fine brutale, senza redenzione hollywoodiana, senza lieto fine, una fine da vero antieroe pulp.
El Trinche Carlovich non è stato solo un calciatore, è stato un atto di resistenza con i calzettoni abbassati, un uomo che ha scelto la libertà della sua città, la strada, il piacere immediato contro il successo, gli stadi pieni e i compromessi.
Nel pantheon degli antieroi leggendari, lui siede lassù, con una sigaretta in bocca e un pallone tra i piedi, che ride di tutti noi che abbiamo accettato il gioco del sistema.
E ogni volta che in qualche campetto polveroso di Rosario qualcuno fa un tunnel impossibile a un difensore più grosso di lui, si sente un sussurro nel vento,
«Questo l’avrebbe fatto meglio El Trinche.»
Il calcio vero non è mai stato per tutti e lui l’hai capito prima degli altri.

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