La chiusura del "Late Show with Stephen Colbert" non è soltanto la fine di un programma televisivo di enorme successo, è un piccolo terremoto culturale, perché negli Stati Uniti i late show non sono mai stati solo intrattenimento serale, sono stati, per decenni, uno spazio di critica politica, di satira feroce, di libertà di parola e di resistenza culturale, oggi in un clima politico sempre più polarizzato e aggressivo, la loro funzione è diventata ancora più importante.
Chi guarda i late show americani superficialmente vede monologhi, battute, ospiti famosi e applausi, ma dietro quel formato c’è qualcosa di molto più profondo, una tradizione democratica.
Da Johnny Carson a David Letterman, da Jon Stewart a Stephen Colbert, fino a John Oliver e Seth Meyers per arrivare a Jimmy Kimmel e Jimmy Fallon, la comicità politica americana ha svolto una funzione quasi giornalistica, ha smontato propaganda, evidenziato contraddizioni, ridicolizzato il potere.
E ridicolizzare il potere è una delle forme più alte di libertà, la satira funziona perché costringe il pubblico a vedere ciò che il linguaggio ufficiale prova a nascondere, una battuta ben costruita può essere più efficace di un editoriale di dieci pagine, può arrivare a milioni di persone che magari non leggerebbero un giornale politico ma che, davanti a un monologo di Colbert, iniziano a porsi delle domande.
Negli ultimi anni, soprattutto durante la presidenza Trump, i late show sono diventati anche un punto di riferimento emotivo e culturale per una parte enorme dell’America, non semplicemente “contro Trump”, ma contro l’idea che il potere debba essere immune dalla critica.
Donald Trump ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la comicità politica, non perché lo prendano in giro, tutti i presidenti americani sono stati bersaglio di battute,ma perché la satira rompe il meccanismo dell’autorità.
Trump costruisce consenso attraverso il controllo della narrazione, slogan semplici, polarizzazione, spettacolarizzazione continua, la satira interrompe quel flusso, lo desacralizza, trasforma la figura del leader forte in un personaggio vulnerabile, grottesco, umano.
Ed è proprio questo che il potere tende a temere, quando un governo o un leader iniziano a considerare giornalisti, comici, scrittori o artisti come “nemici”, non siamo più nel territorio della semplice polemica politica. Entriamo in una zona pericolosa, dove la libertà di espressione diventa un fastidio da controllare.
In questo senso, gli attacchi continui di Trump ai media, ai programmi satirici e ai comici non sono episodi isolati, fanno parte di una visione politica in cui la critica viene percepita come slealtà.
Eppure la democrazia funziona esattamente al contrario, Colbert non era solo un conduttore,
Stephen Colbert ha incarnato perfettamente questo ruolo.
Prima con The Colbert Report e poi con il Late Show, ha trasformato il sarcasmo in un linguaggio politico accessibile, ha saputo essere tagliente senza perdere intelligenza, popolare senza diventare superficiale.
Nei momenti più tesi della politica americana, il suo show è stato uno spazio in cui molti spettatori cercavano non soltanto risate, ma anche lucidità, ed è questo il punto fondamentale, la comicità politica non serve soltanto a far ridere, serve a mantenere viva la capacità critica di una società.
Una democrazia senza satira diventa rapidamente una democrazia più fragile, quando la comicità diventa servizio pubblico
C’è un elemento che spesso in Europa si fatica a comprendere fino in fondo, negli Stati Uniti i late show hanno rappresentato, soprattutto negli ultimi vent’anni, anche una forma di educazione civica.
Programmi come quelli di Colbert, Jon Stewart o John Oliver hanno spiegato temi complessi, guerre, elezioni, fake news, diritti civili, economia a milioni di persone usando il linguaggio della comicità e lo hanno fatto spesso con maggiore efficacia di molti media tradizionali.
Non è un caso che intere generazioni americane abbiano iniziato a interessarsi alla politica proprio attraverso la satira televisiva,in un’epoca dominata dagli algoritmi, dalla disinformazione e dalla polarizzazione estrema, quei monologhi serali sono diventati uno degli ultimi spazi in cui il potere poteva ancora essere sfidato apertamente davanti a un pubblico di massa.
Ed è proprio qui che si comprende perché figure autoritarie o populiste vedano questi programmi come una minaccia.
La satira non controlla eserciti, non firma leggi e non governa economie, ma ha una forza enorme, può incrinare il mito dell’uomo forte, può mostrare l’assurdo nascosto dentro la propaganda, può togliere paura attraverso il ridicolo.
Per questo la libertà di fare satira è sempre un termometro della salute democratica di un Paese, la lezione che riguarda anche noi, guardando agli Stati Uniti viene spontaneo fare un paragone con l’Europa e con l’Italia, da noi la satira politica esiste, ma raramente possiede la centralità culturale che hanno i late show americani.
Negli USA, milioni di persone si informano anche attraverso quei programmi, questo dice molto sia sulla crisi dei media tradizionali sia sulla capacità della comicità di intercettare il linguaggio contemporaneo.
Ma soprattutto ci ricorda una cosa essenziale, la libertà di espressione non si difende solo nei tribunali o nelle costituzioni, si difende ogni sera, quando qualcuno può ancora salire su un palco, guardare il presidente più potente del mondo e farci sopra una battuta.
Finché esiste quello spazio, esiste ancora una parte sana della democrazia, ed è proprio per questo che chi ama il potere senza limiti prova sempre, prima o poi, a spegnere le risate.

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