martedì 14 aprile 2026

Torino 1996, la rapina degli uomini d oro

Torino 26 1996, è una sera calda d’estate, e il furgone blindato delle poste esce dal deposito di corso Tazzoli scortato da due volanti della Polizia, dentro, tra i sacchi sigillati, ci sono i versamenti ICI di decine di uffici, miliardi di lire che rappresentano le tasse pagate da migliaia di famiglie, quel giorno sembra uno come tanti, ma per quattro uomini è il momento che cambierà tutto.             

Al volante c’è Giuliano Guerzoni, 36 anni, originario di Strevi, in provincia di Alessandria, alto, attraente, con un fascino da playboy di provincia che gli ha guadagnato molte attenzioni tra le donne, ex camionista di Tir, ha un lato sognatore, scrive poesie di notte, immagina una vita lontana dalla routine, ma la realtà è diversa, una famiglia in crisi, debiti, la sensazione di essere intrappolato in un lavoro che lo soffoca. È lui il cervello del piano, da mesi studia i giri del furgone, gli orari, le procedure, sogna il Costa Rica, il mare, una vita nuova, quel giorno guida con il cuore che batte forte, sapendo che nel vano cassaforte, nascosto nel buio soffocante, c’è il suo amico di sempre.

Enrico Ughini, 40 anni, di Felizzano, è l’ex collega “baby pensionato” da pochi mesi, piccolo di statura, con un’aria furba e mani abili, anche lui ha una vita segnata da problemi economici, alimenti, pignoramenti, la frustrazione di anni passati tra bolle e sacchi, amico fraterno di Guerzoni, condivide con lui l’insoddisfazione profonda, è  lui il “topo nel buio”, mentre il furgone, scortato dalla Polizia, fa il giro delle dieci sedi postali torinesi, Ughini suda nel vano posteriore, a ogni sosta apre i sacchi, sostituisce le mazzette di banconote con ritagli di giornale, fogli di libri scolastici e persino albi di Topolino, poi richiude tutto con filo di piombo e punzonatrice rubati in precedenza. È un lavoro di precisione, fatto nell’ombra, tra il rumore del motore e la paura di essere scoperti.

A scendere dal furgone a ogni fermata, fingendo normalità, c’è Domenico Cante, 39 anni, di Bussoleno, in Val di Susa, cardiopatico, sposato, padre di una bambina di undici anni, ha l’aspetto dell’impiegato onesto, ma dentro cova un’ambizione silenziosa, è lo “scambista”,  carica e scarica i sacchi, chiacchiera con le guardie, consegna a via Nizza anche due sacchi “assicurati” autentici che Ughini non è riuscito a sostituire del tutto, inventa una scusa per la bolla mancante, redige giustificativi di suo pugno.
Tutto sembra filare liscio, il giro finisce intorno alle 20.20, Guerzoni riporta il furgone al deposito senza scorta, fa scendere Ughini con i sacchi veri lungo la strada, e la giornata pare conclusa.

Ma c’è un quarto uomo che aspetta nell’ombra, Ivan Pietro Cella, 42 anni, di Susa, gestore della birreria “La Nuova Frontiera”, amico fraterno di Cante da una vita, socio in piccoli affari, è lui che ha procurato i passaporti falsi per la fuga programmata il giorno dopo. Non sale sul furgone, ma è parte integrante del piano, il contatto esterno, l’uomo pratico che deve aiutare a gestire il bottino.

Quella stessa sera, poco dopo le 21, i quattro si incontrano in un camper parcheggiato in un boschetto di Santa Petronilla, vicino a Bussoleno, a poche centinaia di metri da casa di Cante, i sacchi veri sono aperti, contanti e assegni per circa due miliardi e mezzo di lire (secondo alcune ricostruzioni fino a cinque miliardi tra valori vari), l’aria è carica di tensione, si parla di spartizione, di sogni diversi, le voci salgono, la discussione degenera rapidamente in lite per la divisione del bottino e per la fiducia reciproca, esce una pistola, due colpi, poi altri, Guerzoni e Ughini vengono uccisi, i corpi, ancora caldi, vengono avvolti, uno in un plaid, l’altro in un sacco a pelo, seppelliti in una fossa già preparata sotto un albero di nocciole.

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