lunedì 13 aprile 2026

Il grande Gomblotto della musica.....



Londra 1966 la pioggia martellava sul tettuccio della Jaguar,  Paul McCartney uscì dal retro di Abbey Road con la sigaretta spenta tra i denti e il destino già segnato in inchiostro rosso fu una decapitazione da manuale, un camion fantasma lo centrò in pieno, la testa di Paul rotolò sull’asfalto come una palla da bowling ubriaca, mentre il corpo veniva infilato in un furgone senza targa che svanì nella nebbia, il vero Macca finì in una cassa refrigerata, al suo posto tornò un sosia con lo stesso sorriso sghembo e la voce da cherubino, ma negli occhi un vuoto grande come un canyon,  il complotto aveva inciso il primo solco.

Parigi, luglio 1971, l’aria era densa di assenzio, sudore e paranoia da guerra fredda, Jim Morrison barcollò fuori dal Rock’n’Roll Circus con la camicia aperta fino all’ombelico, gli occhi da lucertola impazzita e il cuore che gli batteva come un tamburo voodoo, suo padre, l’ammiraglio George Morrison, gli aveva passato la soffiata quella mattina stessa «La CIA ti vuole morto, ragazzo. troppo libero, troppo bello, troppo pericoloso per il sistema». Jim non aspettò la dose mortale, fece una telefonata a certi amici nell’ombra, organizzò una messa in scena da film noir di serie B, corpo trovato nella vasca da bagno della Rue Beautreillis, schiuma, candele, overdose di eroina e alcol, certificato di morte firmato in fretta da un medico compiacente, funerale a porte chiuse con fiori di plastica e lacrime finte, mentre il mondo piangeva il Re Lucertola, Jim saliva su un aereo privato con documenti falsi e una valigia piena di contanti, un bisturi fantasma lo aspettava a Las Vegas, lo aprirono, lo rifecero, lo lucidarono, quando riemerse sotto i riflettori, non era più il poeta selvaggio che urlava The End, era Barry Manilow, voce di velluto da ascensore, sorriso da spot pubblicitario, che cantava Copacabana con la stessa bocca che una volta aveva invocato il fuoco e la notte, ilRe Lucertola era diventato il Re del Pianobar.

Il nastro del tempo girò con un cigolio da giradischi rotto,

Atlantic City, 23 giugno 2012. ultima data del tour Suck It and See, il Boardwalk puzzava di hot dog, sudore e sogni infranti, Alex Turner scese dal palco del Bader Field con la camicia fradicia e quel ghigno da teppista di Sheffield, la folla urlava ancora quando salì sulla macchina a noleggio per tornare in albergo, poi l’incidente, un ubriaco su una Pontiac tagliò la strada sull’autostrada deserta del New Jersey,l’auto si cappottò tre volte, il metallo urlò, il vetro esplose come popcorn, lo estrassero vivo, ma a pezzi, caricarono su un jet privato e lo portarono d’urgenza in una clinica segreta nel deserto del Nevada, uno di quei posti dove le star vanno a farsi ricucire quando il mondo non deve sapere, sotto i neon freddi che ronzavano come zanzare impazzite, i chirurghi lo ricostruirono pezzo per pezzo. Quando uscì, non era più il ragazzo grezzo di High Green, la voce era diventata velluto lounge, le chitarre si erano addormentate in un sogno da cocktail bar, le lyrics puzzavano di martini dry e rimpianti da hotel a cinque stelle,

Tranquility Base Hotel & Casino non fu un disco, fu la ricevuta dell’operazione, The Car  la prova che scottava ancora sul cruscotto.

E ora, mentre la Jaguar nera sfreccia nella notte con a bordo un Paul senza testa, un Jim diventato Barry e un Alex ricucito come un vecchio cappotto, arriva il momento di spegnere la sigaretta, buttare il bicchiere dal finestrino e ammettere e dire come stanno le cose...

GOMBLOTTO!!

Ma la verità è così noiosa che se fosse una festa, arriverebbe sobria, con le ciabatte e un Tupperware di avanzi, e dopo dieci minuti tutti cercherebbero la scusa per filarsela...

Semplicemente un uno è passato a miglior vita e gli altri si sono evoluti.....

 

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