venerdì 24 aprile 2026

Recensioni a scoppio ritardato: Subsonica "Terre Rare"

 


30 anni dopo aver fatto tremare i centri sociali con un suono che nessuno aveva ancora osato immaginare, i Subsonica non consegnano un greatest hits impolverato, no, loro mollano sul tavolo “Terre Rare”, un disco che sembra un viaggio notturno senza ritorno tra continenti invisibili e paure molto reali.
Dodici tracce, cinquantadue minuti di musica che respira, niente fretta da playlist, niente concessioni facili, solo un viaggio denso, stratificato, che parte dal confine e finisce dove tutto ricomincia.
Si apre con “Al Confine”, un’intro che non rassicura, elettronica che scava, percussioni lontane, un senso di attraversamento inevitabile, poi arriva “Straniero” (feat. TÄRA), duetto teso e bellissimo, che parla di guerre viste da schermi, di violenza diventata gioco, di sentirsi stranieri ovunque, voce araba e voce torinese che si cercano nel buio.
“Radio Mogadiscio” suona come una trasmissione pirata captata in mezzo a una tempesta di sabbia, ritmi secchi, echi di conflitto, quell’urgenza che ti resta addosso, “Rifugio” e “Ghibli” portano vento caldo e malinconia, mentre “Grida” e “Transumanesimo” alzano il voltaggio, trasformando la macchina subsonica in qualcosa di più aspro, quasi cibernetico.
E poi ci sono “Jinn”, “Alisei”, “Il tempo in me”… spiriti del deserto che possiedono synth, venti che diventano melodie, il tempo che ti attraversa come una lama lenta. La title track di chiusura è un cerchio perfetto, gocce nel mare che però fanno il mare intero, luce fissa in mezzo al movimento.
Sonoramente è un capolavoro di contaminazione, guembri africani che dialogano con drum machine torinesi, orchestra ungherese che incontra Prophet e programmazioni vive. 
I Subsonica non stanno celebrando il passato, lo stanno usando come carburante per spingere il suono ancora più avanti, senza nostalgia, senza paura di perdere i fan da stadio.
I testi sono lucidi, mai urlati, migrazioni, confini, controllo tecnologico, il sentirsi fuori posto in un mondo che si chiude, detti con poesia tagliente, senza retorica, senza facili slogan.
“Terre Rare” non è il disco commemorativo che ti aspetti da una band trentennale,
è il disco di chi rifiuta di invecchiare bene e preferisce continuare a camminare sul filo.
Un album adulto, ambizioso, a tratti ipnotico, a tratti inquieto, che premia chi lo ascolta tutto, dal primo secondo all’ultimo.
Trent’anni e ancora capaci di sorprendere.
Se nel 1996 i Subsonica erano la scintilla ribelle dell’underground torinese, oggi sono il fuoco che brucia lento ma costante e “Terre Rare” è la prova che la fiamma non si è mai spenta.


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