E lui? Gabriele Gravina.
Se ne sta lì, culo incollato alla poltrona presidenziale della FIGC come se fosse imbullonato con i chiodi da rotaia. Ton presidenziale da statista, voce impostata, sguardo da “io so cosa serve al sistema”. E cosa fa? Sproloquia. Vende fumo. Parla di riforme radicali che non vedremo mai, di tavoli di discussione, di sostenibilità, di riflessioni da fare al prossimo Consiglio federale.
Riforme un cazzo.
Mentre la Nazionale affoga nei playoff contro squadre che una volta avremmo umiliato a occhi chiusi, lui continua a galleggiare. Dimissioni? “Ci sono abituato”, dice con quel sorrisetto da politico di lungo corso. “Valuterà il Consiglio”. Traduzione: “State calmi, pezzenti, tanto io resto qua finché non mi cacciano con le pinze”.
Tre Mondiali di fila buttati nel cesso. Euro 2021 sembra un ricordo sbiadito di un’altra era, tipo quando avevamo ancora le palle, non schioda, utto confermato tranne i risultati sul campo.
Il calcio italiano è un cadavere che cammina, e Gravina è l’imbalsamatore che gli rifà il trucco dicendo “state tranquilli, il progetto è solido”. Progetti un par di palle. Qui c’è un sistema marcio fino al midollo: federazione ingessata, campionati che non cambiano mai, giovani che non emergono, dirigenti che pensano solo a salvarsi la sedia.
E lui, il Re del Fumo, continua a pontificare come se fosse il salvatore della patria. “Danno d’immagine”, “riflessioni ampie”, “gli altri sport sono dilettantistici”. Frasi da manuale del perfetto paraculo di potere.
Basta.
L’Italia del calcio merita di meglio di questo eterno incollato alla poltrona che parla, parla, parla e non combina un cazzo. Via Gravina. Via tutto il circo. Serve un reset brutale, con la fiamma ossidrica, non con un altro tavolo di “riforme” che finiranno nel cassetto come le precedenti.
Altrimenti continueremo a guardare i Mondiali in tv, mentre il presidente ci racconta che “il futuro è roseo” con quel tono da telepredicatore del pallone.
Fuori dai coglioni, Gravina. E porta con te il fumo che vendi da anni.

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