Era una notte d’ottobre del 2000, nera come l’inchiostro di una macchina da scrivere rotta, sulla stradina di campagna vicino a Ujarma, a quaranta chilometri da Tbilisi, il corpo di un uomo giaceva in un fosso, mezzo nascosto dall’erba bagnata, quaranta anni, ossa rotte, polmoni sfondati da un colpo secco di un oggetto contundente, una corda stretta intorno ai polsi, il telefono satellitare sparito, il computer sparito, la videocamera sparita, e oprattutto tre nastri, le prove che la Russia non voleva far uscire dalla Cecenia.
Quell’uomo si chiamava Antonio Russo, questa è la sua storia, sporca, cruda, vera, una storia come quelle che si leggevano negli anni Quaranta, solo che qui non c’è finzione, c’è solo sangue, verità e un giornalista freelance che non aveva nemmeno la tessera dell’Ordine perché, diceva, «io non mi iscrivo a nessun club di potenti».
Antonio nasce a Chieti nel 1960, cresce selvatico, senza padrini né protezioni, vive a Semproniano, in Maremma, con una madre che probabilmente lo ha visto partire troppe volte senza sapere se sarebbe tornato, non è un eroe da film con la sigaretta tra i denti e la giacca di pelle,è uno che va dove nessuno vuole andare, Algeria sotto la repressione, Burundi e Ruanda quando i machete ancora gocciolavano, Sarajevo sotto le granate, Colombia, Iraq , ma il suo capolavoro è il Kosovo, 1999, mentre la NATO bombarda, lui è l’unico giornalista occidentale rimasto dentr, documenta la pulizia etnica contro gli albanesi, scappa dai rastrellamenti serbi, si infila in un convoglio di rifugiati e cammina fino in Macedonia, due giorni sparito, quando riappare, ha negli occhi quello che nessuno vuole vedere.
Poi arriva la Cecenia, i russi fanno terra bruciata, Antonio è lì, a Tbilisi, con Radio Radicale, come sempre senza scorta, senza rete di sicurezza, solo con la sua rabbia e la sua videocamera.
Registra torture, bambini massacrati con armi vietate, prove che fanno tremare il trono di Putin, dice che tornerà in Italia alla fine del mese con quei nastri, non ci arriverà mai.
La notte tra il 15 e il 16 ottobre qualcuno lo aspetta, lo picchia fino a spaccargli le costole, lo lega, lo soffoca, perquisisce la casa come un professionista, solo i nastri, solo le prove. I Georgiani parlano di rapina, ma e' piu' una spedizione punitiva, i segni sul corpo non sono di un ladro da strada, la Digos e la procura di Roma puntano dritto, omicidio su commissione, forse un servizio segreto straniero o forse chi non voleva che quelle immagini finissero in tv.
Nessuno è mai stato condannato, il caso è ancora aperto, come una ferita che non si chiude, Antonio Russo non era un santo, era una spina nel fianco di tutti, dei potenti, dei pacifisti che una volta lo picchiarono perché raccontava le cose senza bandiere, dei colleghi che preferivano le conferenze stampa ai fossi di fango, era uno che pagava di tasca sua i voli, che dormiva dove capitava, che trasmetteva notti intere da linee satellitari gracchianti. Un freelance puro, vice-presidente della FLIP, International Press Freelance, in cui credeva, quello di chi non ha padroni.
Eppure, quando leggi le sue corrispondenze, senti la voce di un uomo che non si era arreso alla nausea del mondo, un uomo che, orfano di protezioni e di illusioni, aveva scelto di stare dalla parte dei morti senza nome.
Oggi, venticinque anni dopo, c’è una Fondazione che porta il suo nome, premi giornalistici, libri, documentari, ma la cosa più commovente non è il ricordo ufficiale, è sapere che un ragazzo di Chieti, senza santi in paradiso, è morto perché tre videocassette non finissero nel dimenticatoio.
Antonio Russo non è morto per un articolo, è morto perché la verità, quella vera, quella che fa male, fa ancora paura.
Se state leggendo questo post, non dimentichiamolo, Non dimentichiamo che c’è stato un giornalista italiano che ha preferito finire in un fosso georgiano piuttosto che stare zitto.

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