Era una di quelle che pulivano i ponti di volo, ingrassavano i carrelli degli F/A-18, controllavano che i missili non perdessero idraulico prima di essere scaricati sulla carne di qualcun altro, una ragazza del Texas, con le mani rovinate e gli occhi che un tempo avevano guardato il mare da una spiaggia vera, non da questa lamiera galleggiante che puzzava di impero in declino.
La guerra le faceva schifo, gliel’avevano detto chiaro: «Contribuisci alla pace», come se la pace si costruisse lanciando bombe da diecimila piedi, lei annuiva, firmava, incassava lo stipendio che serviva a pagare il mutuo della madre malata e il silenzio del padre che non parlava più da quando lei era partita,ma dentro, ogni notte, mentre la nave tagliava onde nere nel Golfo, sentiva la stessa nausea che provi quando ingoi un boccone andato a male e sai che non puoi vomitare.
Fuori tempo, tutto era fuori tempo.
Il mondo girava piano, come in un vecchio videoclip sgranato, mentre lei lucidava il muso di un aereo che il giorno dopo avrebbe sganciato morte su gente che non aveva mai visto, i ragazzi intorno ridevano troppo forte, bevevano birra tiepida nelle cuccette, mandavano foto ai figli con il pollice in su, «Papà difende la libertà», lei sorrideva amaro, si legava i capelli, e pensava che la libertà, quella vera, puzzava di cherosene e di bugie ben confezionate.
C’era un marinaio, uno di quelli con la faccia da attore fallito, che ogni tanto le si avvicinava sul ponte di poppa, quando il sole tramontava rosso sangue sull’orizzonte, le offriva una sigaretta e diceva «Un giorno torneremo a casa, Mary e tutto questo sarà solo un brutto film», lei tirava una boccata, guardava il mare che non restituiva niente, e rispondeva, «Casa? Quale casa? Questa baracca di ferro è l’unica che ci resta».
La canzone d’amore che doveva liberarli non arrivava mai, al suo posto c’erano solo gli altoparlanti che gracchiavano ordini, il rombo dei jet che decollavano uno dopo l’altro, e quel senso di essere tutti quanti sospesi, fuori sincrono, mentre il pianeta intero scivolava via dolcemente, fuori tempo.
Lei sapeva che non avrebbe cambiato niente, avrebbe continuato a stringere bulloni, a pulire macchie di olio, a fingere che il suo lavoro fosse “tecnico” e non parte di una macchina più grande che masticava vite per far girare gli affari di chi stava comodo a Washington o a Tel Aviv, ogni tanto, di notte, si chiudeva nel bagno delle donne, si guardava allo specchio crepato e sussurrava, «Dove cazzo è finita la canzone che ci salva?»
Ma non c’era risposta. Solo il ronzio dei generatori, il cigolio della nave che rollava, e il sapore amaro in gola che non se ne va mai.
E il mondo, là fuori, continuava a girare, lentamente, fuori tempo, fuori tutto.o

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