venerdì 8 maggio 2026

Recensioni a scoppio ritardato: The Lady

 



Se ti avvicini a The Lady aspettandoti una serie, hai già perso, non è una serie, è un’esperienza extracorporea, un trip lisergico girato con la grazia di una riunione di condominio e il budget di un distributore automatico di caffè rotto.

La regia di Lory Del Santo è un atto di fede cieca, di quelle che fai quando hai già venduto l’anima e stai aspettando lo scontrino, ogni scena sembra dire “Vediamo cosa succede”, e poi non succede niente, ma con una sicurezza tale che quasi ti senti in colpa a dubitarne, è cinema quantistico: esiste e non esiste nello stesso momento.

The Lady non infrange le regole della narrazione, le guarda, ride, e poi le investe con una Panda del ’97 senza assicurazione, la trama non si sviluppa, evapora, ipersonaggi non cambiano, si teletrasportano emotivamente come se qualcuno stesse premendo “skip” sulla logica umana, uno è arrabbiato, taglio, è morto dentro, taglio, è seducente, taglio, forse è un’altra persona, ma chi può dirlo davvero?

I dialoghi sono coltellate nel cervello, frasi che arrivano dritte, senza mediazione, senza significato e soprattutto senza rimorso, “Io sono qui… ma anche no” è il tipo di battuta che non puoi nemmeno criticare, puoi solo subirla, come una grandinata di frigoriferi, altro che David Lynch, qui non c’è il mistero, c’è il vuoto che ti guarda e ti chiede i documenti.

La recitazione è una roulette russa senza proiettili, ma con un forte disagio esistenziale, gli attori non interpretano, attraversano lo spazio, parlano come se stessero leggendo i sottotitoli della loro stessa vita, con quello sguardo perso di chi ha appena capito di essere finito nel posto sbagliato ma ormai è troppo tardi per scappare, nessuno ascolta nessuno, è un dialogo tra fantasmi mal sincronizzati.

Il montaggio è una forma di vendetta personale contro il concetto di tempo, le scene iniziano nel mezzo, finiscono nel nulla, e nel frattempo tu perdi ogni appiglio con la realtà, è come essere trascinati in un ascensore rotto che si ferma a piani che non esistono, le inquadrature? Piazzate con l’entusiasmo di chi ha appoggiato il telefono sul tavolo e ha detto “vabbè, giriamo”.

L’audio sembra registrato dentro un acquario pieno di rimpianti, a volte le voci arrivano, a volte no, a volte sembrano provenire da un universo parallelo dove The Lady è fatta bene e tu non puoi entrarci, la colonna sonora, quando c’è, entra come un ospite ubriaco a una cena già finita.

Eppure la cosa più inquietante non è quanto sia fatta male, è quanto sia convinta di essere fatta bene, questa sicurezza granitica, questo sguardo fisso nel vuoto mentre tutto intorno crolla, è ciò che trasforma il disastro in qualcosa di quasi eroico,non è incompetenza, è ostinazione elevata a linguaggio.

Guardarla è come fissare il sole troppo a lungo, sai che non dovresti, senti che ti sta facendo male, ma continui perché vuoi capire fin dove puoi arrivare prima di perdere definitivamente il contatto con la realtà. È un’esperienza che non si guarda, si sopporta, si metabolizza, si racconta agli amici come un trauma condiviso.

E quando pensi di aver toccato il fondo, The Lady prende una pala, scava ancora un po’, ti guarda negli occhi e ti sussurra qualcosa di incomprensibile con una serietà disarmante, tu annuisci, perché a quel punto sei complice, sei dentro, sei diventato parte del problema.

Il finale? non chiude, non apre, non esiste, è semplicemente un punto in cui qualcuno ha deciso di smettere di girare, non c’è catarsi, non c’è senso, non c’è redenzione, solo tu, il silenzio, e la consapevolezza di aver attraversato qualcosa che somiglia vagamente a una serie ma potrebbe benissimo essere stata un’allucinazione collettiva.

E la cosa peggiore è che, mentre scorrono i titoli (o qualunque cosa siano), ti scopri a pensare, “Ne voglio ancora" non per piacere ma per puro sadismo....


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