martedì 12 maggio 2026

Reptilia


La stanza bruciava, ma lei si sistemava i capelli davanti allo specchio crepato, New York, tre del mattino, un seminterrato a Chinatown dove il neon rosso stillava come sangue sui muri, io ero appoggiato allo stipite, sigaretta tra i denti, pistola nella cintura che mi mordeva la pelle come un rimorso, lei si chiamava Reptilia, o almeno così la chiamavo io,
«Hai finito di giocare a fare la brava ragazza?» le dissi, la mia voce raschiava come ghiaia sotto gli stivali,
lei sorrise nello specchio, un sorriso lento, freddo, da rettile, labbra rosse come stop di emergenza, «Tu suoni così innocente quando sei incazzato, baby.»
La canzone degli Strokes pompava dagli altoparlanti rotti del locale di sopra, “The room is on fire as she’s fixing her hair…” le pareti vibravano, il pavimento anche, o forse erano solo i miei nervi.

Due ore prima avevamo fatto saltare la cassaforte di quel Russo bastardo al piano di sopra, soldi, coca, e un hard disk che valeva più di tutti e due messi insieme, ora il russo era morto steso sul divano di pelle, un buco in fronte grande come un terzo occhio, e metà dei suoi gorilla ci stavano cercando per la città come cani rabbiosi.

Reptilia si voltò, il vestito nero le scivolava addosso come olio «Ce l’hai tu, vero?»
Io tirai fuori l’hard disk dalla tasca interna della giacca, pesava poco, poteva distruggere mezza Manhattan.
«Ce l’ho, e tu ce l’hai con me, come sempre.»
Lei venne vicino, troppo, il suo profumo sapeva di peccato e benzina, mi passò un dito sul petto, proprio sopra il punto dove batteva forte.
«Questa non è la fine,» sussurrò,
io risi, amaro. «Certo che no, è solo l’inizio della parte in cui ci sparano addosso.»
Dal piano di sopra arrivarono urla, porte sbattute, scarpe pesanti sulle scale, lei mi baciò, fu un bacio da rettile, freddo, preciso, velenoso, poi mi strappò la pistola dalla cintura con la stessa naturalezza con cui si era sistemata i capelli.

«Corri,» disse, la guardai un’ultima volta mentre caricava il colpo in canna, occhi da predatrice, labbra ancora umide del mio sangue.

La stanza era davvero in fiamme adesso, letteralmente, qualcuno aveva lanciato una molotov,corsi, lei rise dietro di me, una risata che tagliava l’aria come un rasoio.

I vicoli erano un labirinto bagnato di pioggia acida, sirene ovunque, passi pesanti alle mie spalle. Sparai alla cieca due colpi mentre correvo, il braccio che bruciava per un proiettile che non avevo sentito arrivare,
arrivai all’angolo di Mott Street, il respiro che mi segava i polmoni, mi voltai per un secondo, solo un secondo.

Lei era lì, in mezzo al vicolo, illuminata dal rosso delle fiamme che uscivano dal seminterrato,  vestito strappato, i capelli sciolti come una regina dell’inferno.

Alzò la mia pistola, non verso i russi,
verso di me, sorrise, quello stesso sorriso da specchio crepato.
«Grazie per il disco, baby.»
Lo sparo fu secco, un colpo solo, preciso, da rettile.

Caddi in ginocchio sull’asfalto lurido, il mondo diventò lento, sfocato, vidi lei che si chinava su di me, mi sfilava l’hard disk dalla giacca con due dita eleganti, quasi amorevoli, poi si alzò, si sistemò i capelli con la mano insanguinata e sparì nel buio, inghiottita dalla città che pulsava come un cuore malato.

Mentre il freddo saliva dalle gambe al petto, capii la verità,era sempre stata il serpente, e io, il topo che aveva creduto di essere il suo compagno.

New York continuò a bruciare indifferente.....





 

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