venerdì 20 marzo 2026

Recensioni a scoppio ritardato: The Paper


Entra nel cesso agonizzante del giornalismo locale il “Toledo Truth Teller”, un foglio di carta igienica stampato che tira ancora fiato solo perché qualcuno ha dimenticato di staccare la spina. Greg Daniels (quello che ci ha regalato Michael Scott e poi si è pentito) torna con la troupe sadica di The Office e ci piazza dentro un idealista con la faccia da cucciolo bastonato, Ned Sampson (Domhnall Gleeson, che sembra sempre sul punto di chiedere scusa per esistere), vuole salvare il mondo con articoli sulla fiera della salsiccia e inchieste da due soldi. Spoiler: il mondo gli ride in faccia e gli piscia sul tesserino stampa.
Accanto a lui c’è Esmeralda Grand (Sabrina Impacciatore in modalità “ho mangiato vetri rotti a colazione”): managing editor che urla come se ogni pixel di clickbait le desse un orgasmo, è stronza, esagerata, rompe i coglioni in continuazione e sì, a volte funziona da dio, altre volte vorresti spegnere tutto e tirarle un monitor in testa. Il resto della redazione? Un circo di falliti carini, la stagista che vive di like, il cronista sportivo fossilizzato negli anni ’80, l’investigativa che sembra uscita da un film noir ma indaga su buche nell’asfalto e Oscar Martinez che appare tipo cameo da ex per ricordarci che una volta c’era roba vera.
I lati schifosi, Parte lentissima, i primi episodi sono un'agonia, battute che cadono come mattoni bagnati, cringe che sa di riciclo, e la sensazione che stiano pompando lo spirito di The Office con una siringa scarica, sembra un fan-fiction scritta da chi ha visto la serie solo su YouTube a velocità 1.5x. Troppo veloce nei ritmi, troppo pigro nei personaggi nuovi – come se avessero paura di osare e finissero per fare il copia-incolla con la Ohio al posto della Pennsylvania, Esmeralda? A tratti insopportabile, un personaggio che urla “guardatemi quanto sono quirky e incazzata” finché non ti viene da vomitare.
I lati che ti salvano il culo poi ingrana, quando molla la presa e smette di leccare il ricordo di Dunder Mifflin, esplode, dinamiche feroci, silenzi al vetriolo, sguardi in camera che ti trafiggono. Gleeson è oro colato, goffo, testardo, patetico e adorabile, il tipo di leader che vorresti seguire in battaglia ma sai che morirà per primo, l’ultima parte della stagione ti spacca, ride, fa male, ti fa incazzare col paywall e con l’algoritmo che ci sta ammazzando tutti. Non è The Office 2.0, è The Office sopravvissuto dopo la chemio, più magro, più amaro, ma con momenti in cui ti ricordi perché amavi quella merda lì.
Non è un capolavoro, è un sopravvissuto, se odi i reboot ma non resisti al mockumentary che ti prende a schiaffi sul fallimento del mondo reale guardalo, altrimenti su Rai Play (e non solo) ti aspetta Imma Tataranni con canestrell Cozz Pelos e Cozz San Giakm (Cit.).
In sintesi, fa schifo quanto basta per essere onesto, fa ridere quanto basta per non spegnere e nel 2026, con le notizie che puzzano di clickbait e merda sponsorizzata, forse è proprio il pugno nello stomaco che ci meritiamo.

 


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