In Italia c’è un solo uomo che tiene le chiavi di tutto: nomi, tempi, luoghi, favori, minacce, uno che muove i fili dall’ombra mentre il paese finge di dormire, Licio Gelli.
Di facciata un imprenditore di materassi, un signor nessuno con la fabbrica a Frosinone. Ma quel capannone puzza: ministri, vescovi, generali, questori che entrano e escono come clienti fissi. Clienti di cosa? Di materassi o di potere?
A diciotto anni si arruola nelle camicie nere, va a sputare sangue in Spagna coi franchisti, poi marcia con Mussolini, entra nella Repubblica di Salò, ma gioca sporco, fa il doppio gioco coi partigiani, si compra l’immunità, dopo la guerra? Si sussurra un patto con la CIA, referente occulto made in Italy, entra in massoneria e in pochi anni trasforma la loggia Propaganda Due in un mostro tentacolare, in Italia il vero potere ha una tessera…la sua.
E ce l’aveva anche Borghese, Tessera n. 1567, mai messo piede a una riunione, ma il nome era lì, inciso come un marchio a fuoco.
Il Principe Nero punta dritto su Arezzo, verso Villa Wanda, Ricorda i tempi della RSI, stima reciproca, strette di mano fredde, ma mai vera alleanza, Borghese sa del doppio gioco di Gelli, Aveva ordinato alla sua flottiglia di squartarlo, troppo tardi, gli Alleati lo avevano già preso sotto l’ala.
Anni dopo, però, il destino li rimette faccia a faccia, Borghese ha bisogno di quella chiave arrugginita per scardinare la Repubblica.
Arriva alla villa. Attesa infinita, dubbi che rodono come topi, finalmente Gelli lo riceve, nessun sorriso, nessuna mano tesa.
“Sapevo che la sua flottiglia mi avrebbe dato la caccia e mi avrebbe fatto fuori,” esordisce il Gran Maestro, voce bassa, quasi un sibilo.
Borghese non batte ciglio. “Vero, non avremmo esitato un secondo, bastava un giorno in più in quella caserma.”
“L’unico vero fallimento della sua gloriosa carriera militare…” lo trafigge Gelli. “Eppure le ho reso omaggio, le ho mandato la mia tessera, non l’ha gradita?”
Borghese incassa, poi cala l’asso che sa di avere in comune: “Credo invece che lei non gradisca affatto l’ascesa dei comunisti, Gran Maestro.”
Gelli si accarezza la barba, pausa, si guarda intorno come un attore consumato, vorrebbe un rabarbaro, ma stringe i denti, guarda la finestra, il buio fuori.
“Vede, Borghese, lei vede il mondo troppo di traverso, tutto bianco o nero, ha due strade, accettare un compromesso… oppure trasformare il suo golpe in una patetica farsa fascista da operetta.”
Scacco matto.
Quella notte Gelli detta legge, indica i generali da corrompere, i colonnelli da ricattare, i politici da ungere, fa i nomi degli industriali che sganceranno i miliardi, indica i canali per i servizi segreti europei e la CIA, mediare, promettere, minacciare e poi i nomi dei boss mafiosi da arruolare nel progetto, ha tutto in testa, catalogato come un archivio del diavolo.
Sarà lui, il Gran Maestro, a occuparsi del sequestro del Presidente della Repubblica, ha il lasciapassare per il Quirinale, un passepartout insanguinato.
Mentre Borghese si allontana nella notte gelida, Gelli lo richiama sulla soglia, ultimo colpo di scena:
“Vede, Comandante… se quel giorno fosse arrivato ventiquattr’ore prima in quella caserma, oggi sarebbe un vecchio rincoglionito perso nei ricordi, invece eccoci qui, a giocare a scacchi con la storia.”
La porta si chiude piano, il golpe ha già il suo burattinaio e l’Italia non sa ancora quanto sia vicina al baratro.

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