Immagina di essere legato a una sedia in una baita dimenticata da Dio, a tremila metri, con il vento che urla come un ex che non accetta il divorzio, fuori nevica piombo fuso, dentro, Damon Albarn ti spara in faccia 15 tracce che non ti chiedono permesso, questo è The Mountain.
Se pensi ancora ai Gorillaz come la band di Clint Eastwood e Feel Good Inc., con quel groove cartoon da sigaretta elettronica e ironia da cartone del sabato mattina, beh, hai sbagliato film, quello era il parcheggio, questo è il dirupo.
Non c’è più traccia di leggerezza da hipster in felpa, qui non si balla per dimenticare, si sale, si sale mentre le suole si squarciano, le dita sanguinano sulle rocce, e pezzi di te, ricordi, persone, certezze, cadono nel burrone uno dopo l’altro, la gestazione di questo disco non è stata una session fighetta in studio con guest star da Instagram, è stata una faticosa, tortuosa, stronza scalata, India nei polmoni, lutti che pesano come zaini da 40 chili, archivi saccheggiati per riesumare voci di morti (Dennis Hopper, Proof, Tony Allen, Mark E. Smith…) e farli duettare con i vivi (Anoushka Shankar, Sparks, Bizarrap, Black Thought, Trueno), è un raduno di fantasmi in alta quota, e non tutti torneranno giù.
Il suono? Denso, stritolato, strati di sitar, tabla, synth malati, beat che sembrano provenire da un tempio elettronico sconsacrato, c’è l’Oriente che respira, ma non è turismo esotico da Coachella, è un Oriente che ti guarda dritto negli occhi e ti dice “muori un po’ con me”. Brani come "The Happy Dictator" (con gli Sparks che sembrano usciti da un incubo glam), "Orange County", "The Manifesto" o l’opener/title-track con sitar e voci fantasma ti prendono per il collo e non mollano, non è un disco che “si fa ascoltare” è un disco che ti fa sudare sangue per arrivare in cima.
Chi cerca il ritornello facile da TikTok o la vibe da festival estivo resterà con un pugno di mosche e le cuffie piene di vertigini, questo non è pop allegro, è un requiem psichedelico travestito da concept album è Albarn e Hewlett che, a 25 anni dal debutto, decidono di non fare più i carini buttano via la maschera da cartoon e ti mostrano la crepa vera, quella da cui entra il freddo mortale.
Voto? Non lo do con i numeri, dico solo, se hai ancora in testa i Gorillaz del 2001, The Mountain ti caccerà via a calci nel culo, se sopravvivi alla scalata, arrivi in cima con meno pezzi di quando sei partito… ma quelli che ti restano pesano il doppio.
Consigliato a chi non ha paura di perdere qualcosa lungo la via.
Il resto può tornare a ballare Feel Good Inc. in loop, Qui si muore o si sopravvive….

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