Era il 1984, l’Italia puzzava ancora di Piaggio e sigarette Nazionali senza filtro, Reagan sparava missili dalla tv, Craxi si pettinava con la lacca nonostante il taglio, e i ragazzini con le creste e capelli cotonati si masturbavano guardando i poster di Madonna, ma non c’era un posto dove vedere quei video a raffica, senza interruzioni da quiz del cazzo o telegiornali con la cravatta, MTV? Un sogno per ricchi yankee, 5 milioni di dollari per partire, e loro non ce li avevano.
Entra in scena Marialina Marcucci, una tipa con gli occhi da lupo mannaro e i capelli che sembravano esplosi in un forno a microonde, figlia di Guelfo Marcucci, il re delle aspirine lucchesi, quello che stampava soldi con le pillole e poi li buttava via per sogni più grandi. Marialina e il marito Pier Luigi Stefani tornano da un viaggio in America sulla East Coast, hanno visto MTV e hanno visto il futuro. Bob Pittman, il dio di MTV, gli ride in faccia, «Tornatevene in Toscana a fare sciroppo per la tosse.»
Loro tornano, ma con due palle d’acciaio e un’idea che brucia, una tv solo musica, 24 ore su 24, videoclip non stop, niente fiction, niente soubrette con le tette rifatte (per ora).
Guelfo firma l’assegno senza fiatare, «Fate casino, ma non finite in galera.» L’avvocato Michele Lo Foco inventa la formula magica, rete tematica, niente obblighi generalisti, solo ritmo e sudore, Ciro Dammicco, ex cantante dei Daniel Sentacruz Ensemble, diventa direttore artistico, fiuto da discografico, mani sporche di nastri, Daniele Baima Besquet porta i contatti con le major, Il logo? Una V Blu e una M verde enorme, disegnata da Graziano Gregori (che poi finirà a Hollywood), scenografie stile Blade Runner firmate da Bruno Rubeo, futuro Oscar-winner.
La sede? Non Milano, non Roma, "Il Ciocco", un resort per ricchi depressi in mezzo alla Garfagnana, nebbia fitta, curve da vomito, castagni e silenzio rotto solo dai cinghiali, studi ricavati in un sotterraneo vicino alla lavanderia, divani sfondati, monitor Sony che ronzano come calabroni incazzati, posacenere straripanti di Marlboro, lattine di birra calda, cassette U-matic che costano un rene e si mangiano il nastro ogni due per tre.
La notte tra l’1 e il 2 aprile 1984 a Mezzanotte passata, parte il segnale su Elefante TV (ex TVS Telexpress), primo frame, Lionel Richie – All Night Long, colori acidi, sorrisi da pubblicità del dentifricio, coreografie da ubriachi in calore.
Poi subito Video Killed the Radio Star dei Buggles e Boom. La prima tv musicale d’Europa vera e propria è accesa, MTV Europe? Ancora un progetto nel cassetto, Music Box in UK balbetta, qui si fa sul serio con due lire, un trasmettitore che tossisce e una voglia di spaccare tutto.
Il caos è poesia sporca, i Veeyay arrivano da ogni buco, Clive Griffiths, inglese con l’accento che taglia come un rasoio, capelli cotonati, camicie hawaiane aperte sul petto peloso. Larry Pignagnoli, futuro produttore dance ma allora un pazzo con la parlantina da commentatore calcistico strafatto, Rick, Savage, Paola Maugeri con i suoi Segnali di Fumo, Lorenzo Scoles e Alessandra Luna in Caffè Arcobaleno (tre volte al giorno, come un caffè vero ma con videoclip).
Annunci gridati al microfono, errori live che diventano cult, nastro inceppato? Schermo nero con scritta «PROBLEMI TECNICI – FUMATE UNA SIGARETTA E TORNIAMO». Classifiche scritte a mano su cartoncino Bristol con pennarello che sbava, telefonate in diretta da ragazzini rincoglioniti, «Metti i Litfiba! Metti Rockit dei Clash! Quando fate l’intervista ai Kiss?».
Videoclip a raffica, senza pietà, Duran Duran che sembrano usciti da un film porno soft, Madonna che fa la vergine porca in Like a Virgin, Wham! in bermuda hawaiani che ballano come deficienti felici, Michael Jackson moonwalking sul serio, Queen con Radio Ga Ga, Clash che sputano in faccia al sistema con Rock the Casbah, e gli italiani, Litfiba con la cresta da indiani in guerra, Skiantos che vomitano sul conformismo, Enrico Ruggeri, Alberto Fortis, band che in una notte diventano leggende grazie a un passaggio alle 4 del mattino.
Programmi cult nascono dal nulla, Hot Line, Blue Night (magazine culturale notturno con l’odore di hashish), Rock Revolution (storia della musica anni ’60-’80 con archivi recuperati da cantine polverose), Metropolis (libri e cultura per chi non dorme mai), Roxy Bar (che poi sopravvive al massacro), Coloratio con Dj Mix Bo, notiziari internazionali con Superchannel, concerti in esclusiva (a volte condivisi con Rai per fare i fighi).
4 milioni di spettatori al giorno alla fine degli ’80. 30 miliardi di lire di fatturato. Copertura al 75% d’Italia, roba da network, senza essere network.
Le major fiutano l’affare: i videoclip diventano armi promozionali, e Videomusic è l’unico canale che li passa senza chiedere favori sessuali, i ragazzini si inchiodano, per la prima volta vedono la musica, non solo la sentono dalla radio, è sesso, è ribellione, è fuga dal mondo grigio di scuola e lavoro.
Poi arriva il lupo con il sigaro, Vittorio Cecchi Gori, 1995, fiuta i soldi, compra Beta Television dai Marcucci (che nel frattempo avevano preso anche Superchannel da Branson ma non ce la facevano più), strappa via la purezza, ribattezza TMC2, la musica resta solo di notte e mattina; pomeriggio e sera, sport, telefilm, soubrette, stronzate generaliste.
Studio spostato da Il Ciocco a Firenze, poi Roma. La V blu e la M verde sbiadisscono. Nel ’96-’97 sparisce del tutto, TMC2 prova a tenere qualche brandello (Roxy Bar resiste come un reduce di guerra), ma il pubblico giovane scappa su MTV (che arriva nel 2001 sulle stesse frequenze), su Rete A, su VIVA.
Fine brutale:,2001, Telecom prende tutto, butta via TMC2, fa nascere La7, L’archivio, 22.000 videoclip, 1.200 speciali, 5.200 interviste e concerti, finisce in mano a MTV, come trofei di guerra.
Ma per quegli anni ’84 l’Italia ha avuto una tv che non chiedeva permesso, una tv artigianale, incasinata, cattiva, bellissima, che puzzava di lacca per capelli, caffè bruciato, vinile graffiato, sudore di veejay che dormivano due ore a notte.
Una tv che ha preso a calci il perbenismo e ha urlato ai ragazzini, «Il mondo là fuori è una prigione di noia, qui c’è solo ritmo, immagini che ti scopano il cervello, libertà a 24 fotogrammi al secondo e spacca il culo a tutti.»
Fade out su nero, sigla distorta che gracchia come un vecchio mangianastri.
La M verde lampeggia un’ultima volta, tatuata nel midollo di chi l’ha vissuta

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