Negli ultimi anni sono stato spesso critico nei confronti degli U2, soprattutto verso gli U2 del nuovo millennio, ho discusso con tanti fan che vivevano qualsiasi osservazione come un attacco personale, come se amare una band significasse rinunciare a guardarla con onestà.
Io invece continuo a pensare il contrario, perché a volte si criticano davvero soltanto le cose a cui si tiene.
Oggi, nel celebrare i loro cinquant'anni di storia, voglio mettere da parte polemiche e delusioni e tornare all'inizio, a quello che questa band ha rappresentato.
Tutto parte da una trilogia straordinaria, Boy, October e soprattutto War tre album che non raccontano soltanto la crescita di una giovane band di Dublino, ma il dolore di un'intera generazione cresciuta in un'isola ferita, un'Irlanda attraversata da divisioni profonde, dove il sangue continuava a scorrere e la pace sembrava un miraggio, cattolici e protestanti, Nord e Sud, comunità separate dall'odio, dalla paura e da decenni di violenza.
Gli U2 non avevano soluzioni, avevano però una voce, una voce che sceglieva di non alimentare il conflitto ma di interrogarsi su di esso, le loro parole avevano il peso del piombo che cadeva sulle strade di Belfast e Derry, ma dentro quelle parole c'era sempre una ricerca di riconciliazione.
Sunday Bloody Sunday non è mai stata una canzone di parte è il grido di chi osserva l'orrore e si domanda quando finirà, il rifiuto della violenza come risposta alla violenza.
E poi c'è 40, una delle canzoni più semplici e più potenti che abbiano mai scritto, quel finale quasi doloroso, ripetuto all'infinito dal pubblico,
"How long to sing this song?"
Quanto tempo ancora dovremo cantare questa stessa canzone?Quanto tempo ancora dovremo raccontare le stesse morti, le stesse ferite, lo stesso odio?
C'era coraggio in quegli anni, c'era coraggio nel cantare Sunday Bloody Sunday da dublinesi davanti al pubblico di Belfast, spingendo per una riconciliazione che sembrava impossibile.
La storia avrebbe poi dimostrato che quella pace era raggiungibile.
Gli U2 non l'hanno costruita da soli, naturalmente, ma l'hanno accompagnata, hanno contribuito a creare uno spazio di riflessione in cui la musica poteva diventare qualcosa di più di semplice intrattenimento.
Dopo aver raccontato il dolore della propria terra, la band sente il bisogno di allargare lo sguardo, è qui che entra in scena The Unforgettable Fire, un album che rappresenta una svolta decisiva, grazie anche all'incontro con Brian Eno e Daniel Lanois, gli U2 abbandonano in parte l'urgenza battagliera dei primi lavori per esplorare atmosfere più evocative, spirituali e cinematografiche,è un disco in cui l'orizzonte si allarga, in cui le canzoni non descrivono soltanto eventi, ma emozioni e ideali.
E dentro quell'album c'è una delle canzoni simbolo non solo degli U2, ma di un'epoca, Pride (In The Name Of Love), un inno dedicato a Martin Luther King, capace di trasformare il ricordo di un uomo assassinato in un messaggio universale contro l'odio e l'intolleranza, ancora una volta gli U2 dimostravano che il rock poteva parlare di pace, diritti civili e dignità umana senza perdere forza, senza perdere passione, The Unforgettable Fire fu il passaggio dalla cronaca alla visione, quella visione avrebbe trovato la sua espressione più alta pochi anni dopo, con he Joshua Tree l'album che trasformò quattro ragazzi irlandesi nella più grande rock band del pianeta,un disco che ancora oggi riesce ad arrivarti fino in fondo all'anima,dentro ci sono il sogno americano e le sue contraddizioni, la spiritualità e la disillusione, la speranza e il dubbio, uno di quei pochi album che sembrano appartenere a tutti e a nessuno allo stesso tempo, a quel punto sarebbe stato facile continuare a ripetersi, molte band lo avrebbero fatto, gli U2 no, dopo il successo mondiale entrarono in una profonda crisi esistenziale e artistica, capirono che il mondo stava cambiando, gli anni 80 erano finiti, stavano arrivando nuovi linguaggi, nuove immagini, nuove tecnologie e nuove inquietudini, così decisero di rischiare tutto.
Nacque Achtung Baby subito dopo arrivò Zooropa, album che ancora oggi considero tra gli atti di coraggio più grandi mai compiuti da una band al culmine del successo.
Gli U2 abbandonarono la propria immagine tradizionale e si immersero nel caos della modernità, giganteschi schermi, collegamenti satellitari, bombardamenti mediatici, pubblicità, politica, consumismo.
Lo Zoo TV Tour non era semplicemente un concerto, era una profezia, raccontava il mondo che sarebbe arrivato, un mondo fatto di immagini continue, informazioni incessanti, rumore permanente, Bono diventò The Fly, la rockstar cinica che prendeva in giro il concetto stesso di celebrità,poi diventò Mr. MacPhisto, il diavolo disilluso che telefonava ai potenti della terra e li sbeffeggiava davanti a stadi gremiti.
Sembrava teatro, in realtà era satira, era una riflessione sul potere, sulla televisione e sulla società dello spettacolo.
E poi arrivò Pop, un altro azzardo, un altro tentativo di correre davanti al proprio tempo e con esso il PopMart Tour, che regalò anche all'Italia una notte memorabile a Reggio Emilia.
Tutto questo è il motivo per cui il mio legame con gli U2 resta indissolubile, anche se negli ultimi venticinque anni mi sono progressivamente allontanato, anche se molte delle loro scelte successive non mi hanno convinto, anche se spesso ho espresso opinioni severe, perché non dimentico, non dimentico quella cassetta di Achtung Baby ascoltata quando avevo undici anni, non dimentico lo schermo dello Zoo TV che durante The Fly mostrava la frase....
"Everything you know is wrong"
"Tutto quello che sai è sbagliato"
una provocazione che, a distanza di oltre trent'anni, continua ad apparirmi incredibilmente attuale. Soprattutto non dimentico che senza quella cassetta probabilmente non avrei scoperto decine di band e artisti che hanno formato il mio gusto musicale esplorando tutti i generi che il Rock è in grado di offrire.
Molti dei percorsi che ho intrapreso come ascoltatore partono da lì, per questo oggi, al di là di ogni critica, al di là di ogni discussione, guardando Bono, Edge, Adam Clayton e Larry Mullen Jr. posso dire soltanto una cosa,chapeau e grazie, perché senza gli U2, senza Achtung Baby, senza quel momento preciso della mia vita, il mio viaggio dentro il rock non sarebbe stato lo stesso e forse non sarebbe nemmeno cominciato.

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