Molto più raramente, invece, si accendono i riflettori quando migliaia di studenti decidono di alzarsi dalle sedie, scendere in piazza e difendere democraticamente il proprio diritto al futuro è successo oggi a Cosenza, dove migliaia di ragazze e ragazzi hanno manifestato civilmente il proprio dissenso verso un mondo che sembra offrire loro sempre meno prospettive e sempre più precarietà.
Eppure queste immagini difficilmente fanno notizia, perché la rabbia composta non vende quanto il disordine, la partecipazione non attira quanto lo scontro, la consapevolezza non genera gli stessi titoli della paura, e soprattutto non fa il gioco di chi ci governa e tiene l informazione per le palle.
Si preferisce spesso prendere il comportamento di pochi e trasformarlo nel ritratto di un'intera generazione, si fa di tutta l'erba un fascio, un fascio, verrebbe da dire, particolarmente caro a certe latitudini culturali e politiche quando c'è da delegittimare il dissenso anziché comprenderne le ragioni.
Lo stesso copione lo abbiamo già visto con agricoltori e autotrasportatori, proteste civili, determinate e resilienti, archiviate troppo in fretta come problemi di ordine pubblico o come movimenti da guardare con sospetto, e se tutto questo accade al Sud, la generalizzazione sembra diventare ancora più semplice.
La verità è che una democrazia non dovrebbe temere chi manifesta, dovrebbe temere il giorno in cui nessuno avrà più la forza o la speranza di farlo.
Per questo, mentre il mondo sembra andare sempre più a rotoli, forse dovremmo imparare a diffidare delle narrazioni confezionate su misura, guardare oltre i titoli, oltre i frame selezionati ad arte, oltre l'indignazione a comando.
Perché il problema non sono i giovani che scendono in piazza per difendere il proprio futuro, il problema è una società che rischia di accorgersi della loro voce solo quando qualcuno prova a zittirla.

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