giovedì 24 settembre 2026

Virginia Libero e quelle parole di sinistra che la sinistra non vuole più sentire..

 


Ci sono voluti anni per sentire, in un contesto politico che si definisce progressista, parole che avessero il sapore della sinistra popolare, quella nata nelle piazze, nelle fabbriche, nei quartieri e nelle comunità, parole che parlano di pace, di diritti sociali, di popolo, di conflitto tra interessi diversi e non soltanto di comunicazione, immagine e posizionamento.

Per questo l'intervento di Virginia Libero ha colpito tante persone, non tanto perché abbia detto qualcosa di rivoluzionario, ma perché ha rimesso al centro concetti che per decenni hanno rappresentato il vocabolario naturale della sinistra italiana.

La reazione di una parte del suo stesso campo politico è stata però sorprendente, invece di un confronto sul merito, sono arrivate critiche, prese di distanza e persino toni che sembravano considerare quelle parole un problema.

Ed è qui che emerge la contraddizione, se  una forza politica si richiama alla tradizione antifascista e alla costituzione di una Repubblica che ripudia la guerra, perché reagisce con fastidio quando qualcuno richiama principi che appartengono storicamente a quella cultura politica? Perché chi prova a parlare di pace, di popolo e di giustizia sociale viene guardato quasi come un corpo estraneo?

Forse perché la sinistra italiana, almeno quella rappresentata da gran parte delle sue classi dirigenti, ha smesso da tempo di essere una presenza reale nei territori, ha abbandonato le strade, i quartieri popolari, le periferie, le comunità locali è  diventata spesso un'entità astratta, più impegnata a raccontarsi che a rappresentare qualcuno.

La si vede nelle convention, negli eventi, nelle campagne social, produce contenuti, slogan, hashtag, ma sempre più raramente produce radicamento e quando qualcuno prova a recuperare un linguaggio più vicino alla sua storia, viene trattato come una stonatura.

Viene inevitabilmente in mente la geniale satira di Boris, la "Medical Dimension" che proclama "facciamo la rivoluzione". Tutti ne parlano, tutti la evocano, ma nessuno la fa davvero. È una rivoluzione di cartapesta, una scenografia buona per la narrazione, non per la realtà.

Forse il problema è proprio questo. Non è Virginia Libero ad essere fuori posto, è la sinistra italiana che sembra non riconoscere più le parole che un tempo costituivano la sua identità, e quando quelle parole riemergono, invece di essere accolte come un ritorno alle origini, vengono percepite come un'intrusione.

Il paradosso finale è amaro nel momento in cui qualcuno prova a parlare come la sinistra di una volta, sono proprio coloro che si definiscono di sinistra a chiedergli di smettere,

ed è forse questa è la prova più evidente che la sinistra, in questo Paese, non è scomparsa elettoralmente, è scomparsa culturalmente.....






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