Diouf insegna matematica e scienze in una scuola media della provincia di Piacenza, nato in Senegal, oggi è docente di ruolo, quando gli chiedono di raccontare il suo percorso dall'Africa all'insegnamento in Italia, non parla di imprese straordinarie o di ostacoli insormontabili. Lo definisce semplicemente con una parola, "lineare".
Ed è proprio questa normalità a rendere la sua testimonianza così potente, nel pieno delle continue discussioni sull'“emergenza stranieri a scuola”, il professore invita a guardare la realtà dei fatti, racconta di Nai, una sua allieva straniera che può utilizzare il telefono come traduttore grazie a una deroga prevista dalla scuola, ma il punto non è la tecnologia, il punto sono i compagni.
Secondo Diouf, tutti i ragazzi della classe, senza eccezioni, aiutano la compagna nelle difficoltà quotidiane, un comportamento spontaneo, naturale, privo di pregiudizi e allora viene da porsi una domanda scomoda,
se i bambini e gli adolescenti riescono a vedere prima la persona che la provenienza, perché tanti adulti continuano a vedere prima la provenienza che la persona?
Forse perché certe convinzioni appartengono più agli adulti che ai ragazzi, forse perché sono gli adulti a costruire muri che spesso i giovani nemmeno vedono.
Le parole del professore colpiscono proprio per questo, non negano i problemi che possono esistere nella scuola italiana, al contrario, ricordano che ce ne sono molti altri, più concreti e urgenti, ma mettono in discussione l'idea che la presenza di studenti stranieri sia di per sé un ostacolo all'apprendimento o alla crescita di una classe.
Questa storia è importante perché racconta una realtà che raramente conquista le prime pagine.
Le cronache sono piene di episodi che alimentano paura, conflitto e divisione, le esperienze positive di integrazione, invece, finiscono spesso in fondo alla pagina, quando non vengono ignorate del tutto, come la polvere nascosta sotto il divano, esistono ma qualcuno preferisce non guardarle.
Eppure sono queste storie a raccontare il Paese reale,un paese dove un ragazzo nato in Senegal può diventare insegnante di matematica e scienze in una scuola italiana, dove una studentessa che arriva da un'altra cultura trova compagni pronti ad aiutarla, dove la diversità non viene vissuta come una minaccia, ma come una normale componente della vita quotidiana.
Il multiculturalismo non significa cancellare le differenze, significa imparare a conviverci, a comprenderle e a trasformarle in una ricchezza comune, significa offrire a tutti maggiori opportunità di crescita umana, culturale e sociale.
La storia del professor Diouf non è una favola, è semplicemente la dimostrazione che l'integrazione funziona molto più spesso di quanto venga raccontato, forse il messaggio più importante è proprio questo, mentre gli adulti discutono, litigano e si dividono, i ragazzi stanno già costruendo il mondo che verrà, un mondo in cui aiutare una compagna in difficoltà è un gesto naturale e in cui le differenze non vengono percepite come una barriera, ma come una parte normale della realtà, forse dovremmo imparare qualcosa da loro.

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