Immagina di camminare per le strade di Teheran con i capelli al vento, un semplice atto di libertà in un paese dove la libertà è diventata crimine. Roya Heshmati, di 33 anni nata a Sanandaj e residente nella capitale iraniana, lo ha fatto. Nell'aprile 2023 ha postato una foto su Instagram una gonna lunga nera, una camicia rossa, il volto scoperto, lo sguardo dritto in camera. Nessun velo. Solo lei, contro un regime che da quarant'anni decide cosa le donne devono indossare per esistere in pubblico.
Quel post le costò caro. La polizia entrò in casa sua di notte, le sequestrò telefono e computer, la portò via. Undici giorni di detenzione. Poi il processo, prima 13 anni e 9 mesi di carcere, una multa, e 74 frustate. In appello la prigione divenne sospesa, rimase la multa irrisoria, il divieto di lasciare il paese per tre anni… e quelle 74 frustate.
Il 3 gennaio 2024, una data che in Iran coincideva con la Festa della Madre, Roya fu convocata all'ufficio del procuratore del Distretto 7 di Teheran per l'esecuzione. Entrò nell'edificio senza velo, lo tolse di proposito davanti alle guardie. Le donne agenti cercarono di forzargliene uno addosso, lei lo strappò via di nuovo. Alla fine la ammanettarono, la incatenarono a un letto in una stanza che lei stessa definì "una camera di tortura medievale" un giudice presente, un'ufficiale donna, e un uomo con una correggia di cuoio in mano.
74 colpi, su spalle, schiena, fianchi, cosce, polpacci, glutei. Ogni frustata un'esplosione di dolore lancinante, Roya non gridò. non implorò, non si piegò. Sottovoce, tra un colpo e l'altro, ripeteva come un mantra le parole che hanno incendiato l'Iran dopo la morte di Mahsa Amini
"In nome della donna, in nome della vita, libertà" in alcune sue parole "In nome della donna, in nome della vita, l'alba arriverà". O ancora "I vestiti della schiavitù si strappano".
Non contava i colpi, li subiva, mentre il cuoio le segnava la pelle, la sua mente e il suo cuore restavano intatti. Finita la punizione, l'uomo che l'aveva frustata le ordinò di rimettersi il velo, minacciando altre frustate e un nuovo processo. Roya rifiutò ancora. Uscì da lì con il corpo martoriato, ma la testa alta, il velo buttato via come un simbolo ormai inutile.
Poco dopo, pubblicò un lungo resoconto su Instagram, dettagli crudi, il dolore fisico descritto senza filtri, ma soprattutto la sua dignità ferrea. "Non ho lasciato che pensassero di avermi fatto male davvero", scrisse. Quelle parole divennero virali, un'onda di rabbia e solidarietà che attraversò l'Iran e il mondo. Amnesty International, l'ONU, Hengaw, attiviste come Masih Alinejad: tutti parlarono di lei. Il regime tentò di screditarla, accusandola di essere pagata dall'estero o di promuovere «promiscuità». Roya rispose con la verità nuda era solo una donna che non accettava più di essere controllata sul proprio corpo.
Oggi, a distanza di due anni, Roya Heshmati resta a Teheran, sotto minaccia costante, impossibilitata a lasciare il paese. Il suo account X risulta disattivato da mesi, ma la sua immagine, quella donna in rosso che cammina libera è diventata iconica. Un promemoria che il coraggio non si misura in vittorie immediate, ma nella capacità di dire «no» anche quando il prezzo è il sangue sulla pelle.
Roya non ha solo resistito a 74 frustate. Ha trasformato il suo dolore in un messaggio per tutte le donne iraniane che ogni giorno scelgono di non chinare la testa non ci piegherete. In un mondo che troppo spesso guarda altrove, la sua storia ci ricorda che la libertà non è un regalo, è una battaglia che si combatte un passo alla volta, un capello scoperto alla volta, un sussurro di ribellione alla volta.
E mentre il regime continua a frustare corpi, non riesce a spegnere le anime come quella di Roya. Perché, come lei ha dimostrato, quando una donna decide che la sua vita vale più della paura, l'alba, prima o poi arriva davvero....
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