Era il 2006 quando Hamed Ahmadi, un ragazzo di Bamyan, in Afghanistan, decise che non poteva più restare. Aveva 25 anni, un passato da regista e documentarista, e un paese che si sgretolava sotto i talebani e la guerra. Arrivò in Italia via mare, sbarcando a Venezia quasi per caso, era lì per presentare un film a un festival, ma la situazione in patria peggiorò così tanto che non poté più tornare. Si ritrovò solo, senza un euro in tasca, in una città di canali e turisti, con il permesso di soggiorno umanitario in mano e un futuro che sembrava un foglio bianco.
I primi mesi furono duri. Dormiva dove capitava, nei parchi o sui gradini delle chiese, mangiava quello che trovava. Poi iniziò a lavorare come lavapiatti in un ristorante, aiuto cuoco, cameriere. Imparò l’italiano ascoltando i clienti, ripetendo le frasi, sbagliando accenti. Ogni sera, quando spegneva le luci del locale, pensava alle ricette di sua madre, ai sapori speziati dell’Afghanistan, al kebab che preparava suo nonno. “Il cibo è l’unico ponte che non crolla mai”, si ripeteva.
Nel 2010 decise di provarci. Con pochi soldi messi da parte e l’aiuto di amici incontrati nel circuito dei rifugiati, aprì un piccolo chiosco a Venezia. Niente di lussuoso, un kebab afghano fatto come si deve, con carne marinata ore, spezie portate da casa, pane fresco cotto alla maniera tradizionale. All’inizio i clienti erano pochi, qualche migrante che riconosceva il sapore di casa, qualche veneziano curioso. Ma il passaparola fece il resto. La gente tornava perché lì non mangiavi solo cibo, mangiavi una storia.
Nel 2012 nacque ufficialmente Orient Experience, il primo vero ristorante. Non era solo un locale, era un viaggio. Ogni piatto raccontava il percorso di chi lo preparava. C’era l’Afghanistan di Hamed, il Bangladesh di un cuoco arrivato via Libia, la Turchia di un altro ragazzo scappato dalla repressione, la Grecia di chi aveva attraversato il mare su un gommone. I clienti sedevano a tavoli condivisi, ascoltavano le storie mentre mangiavano, e spesso finivano per abbracciarsi.
Il successo arrivò piano, ma inesorabile. Aprirono un secondo locale, poi un terzo. Oggi Orient Experience ha diversi punti a Venezia, Padova, Treviso e oltre, una catena che dà lavoro a decine di persone, tra cui molti ex rifugiati come lui. Hamed ha ottenuto la cittadinanza italiana, si è sposato, ha costruito una famiglia. Ma non si è fermato, ha aperto anche Africa Experience, gestito solo da rifugiati africani, per dare loro una chance. Ha partecipato a eventi di Confindustria, UNHCR come simbolo di resilienza e riscatto. “Sono ripartito da zero nel 2006”, dice sempre con un sorriso tranquillo, “e l’Italia mi ha dato la possibilità di restituire qualcosa”.
Oggi, quando cammini per le calli di Venezia e senti profumo di cumino e coriandolo, potresti entrare da Orient Experience. Troverai Hamed, o uno dei suoi ragazzi, che ti servirà un piatto e magari ti racconterà come da un gommone in mezzo al mare si possa arrivare a gestire un impero di sapori. Una storia vera, fatta di fatica, spezie e volontà ferrea. Perché a volte il successo non è solo arrivare lontano, ma trasformare il viaggio in qualcosa che nutre anche gli altri.
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