Si chiamava Miriam, aveva sette anni e mezzo quando suo padre le mise in mano un piccolo fagotto con dentro un cambio di calze, un pezzo di pane e la catenina d’oro della nonna. Era l’autunno del 1943, a Roma.
«Vai con la signora Clara» le disse. «Ti verrà a prendere quando sarà finita.»
Miriam non pianse. Sua madre l’aveva già preparata, «Se piangi ti sentono, se canti piano, dentro di te, nessuno ti sente.» Così Miriam cantava la ninna-nanna yiddish che le cantava la mamma, ma solo dentro la testa, muovendo appena le labbra.
La signora Clara era una vedova di Trastevere, cuciva lenzuola per le monache di Santa Cecilia. Non era né eroina né santa, aveva paura come tutti. Ma quando il parroco le aveva chiesto «Puoi tenere una bambina per qualche tempo?», aveva risposto«Se è per non farla portare via da quelli lì, sì.»
Clara non capiva le parole ebraiche di Miriam mormorava a volte nel sonno, ma capiva, gli occhi spalancati quando sentiva i passi pesanti sulle scale. Ogni sera le insegnava una preghiera cristiana, «per sicurezza», e Miriam la ripeteva seria, come se fosse un altro segreto da custodire.
Passarono mesi. La fame mordeva. Clara divideva la sua razione con la bambina, fingendo di non avere appetito. Una volta un vicino, un ex fascista deluso, bussò alla porta, «Ho sentito una voce di bambina. Non sarà mica una di quelle…?» Clara rise forte, troppo forte «È la figlia di mia cugina di Velletri, venuta su perché là bombardano.» L’uomo se ne andò, ma Clara tremò per tre giorni.
Nel frattempo, a migliaia di chilometri di distanza, in un paesino olandese vicino ad Amsterdam, un’altra bambina di sette anni, Rebekka, viveva nascosta in un fienile. I suoi genitori l’avevano affidata a una famiglia di contadini protestanti. Ogni sera il padre putativo, un uomo con le mani callose e il cuore grande, le insegnava a mungere le capre e le diceva, «Dio non guarda il passaporto, guarda il cuore.» Rebekka non parlava quasi più. Aveva visto i suoi genitori portati via in un camion. Ma quando era sola nel fienile, sussurrava la stessa ninna-nanna yiddish che Miriam cantava a Roma, come se le due bambine, senza conoscersi, si stessero tenendo per mano attraverso l’Europa.
Miriam sopravvisse. Clara la tenne fino al giugno 1944, poi la affidò a un’altra famiglia in campagna. Dopo la Liberazione, Miriam tornò dai suoi zii, i genitori non li rivide mai più. Ma non dimenticò mai Clara. Quando, da adulta, raccontava la sua storia nelle scuole, diceva sempre «Non era una partigiana armata. Era una donna stanca che divideva il pane e fingeva di non avere paura, eppure mi ha salvato la vita. Il coraggio non è non avere paura. È avere paura e farlo lo stesso.»
Rebekka sopravvisse anch’essa, dopo la guerra scrisse una lettera ai contadini olandesi, «Mi avete insegnato che una persona buona può cambiare il mondo di una bambina.», quei contadini furono riconosciuti giusti tra le nazioni, non lo sapevano nemmeno, credevano solo di fare la cosa giusta.
Oggi, nel 2026, mentre scorrono post che accusano “gli altri” di rubare lavoro, case, futuro, mentre discorsi velenosi dividono il mondo in “noi” e “loro”, mentre le guerre frantumano intere nazioni e il prezzo più alto lo pagano sempre i più deboli, bambini e anziani, feriti che cercano solo un sorso d’acqua o una mano tesa, capita ancora che chi prova ad aiutare venga colpito a morte. a In Ucraina come a Gaza, dove centinaia di persone in coda per un sacco di farina sono state falciate da proiettili mentre tendevano le mani verso l’aiuto, non solo nei soccorsi di emergenza, dove paramedici e volontari sono stati abbattuti mentre caricavano barelle, strade di Minneapolis, dove un infermiere che si mette in mezzo per difendere una donna spinta a terra finisce ucciso dagli spari di chi dovrebbe garantire la sicurezza, anche se sembra una fottuta e noiosa retorica,in questo un momento dove facciamo passi in dietro verso quel baratro oggi più che mai dovremmo tenere a mente che la Shoah non è un capitolo chiuso nei libri di scuola, ricordare che il terrore e la violenza non hanno mai prodotto democrazia.
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