venerdì 23 gennaio 2026

Il funerale perfetto...



Carmine aveva passato gli ultimi tre anni a organizzare il proprio funerale.
Non era malato, noon era particolarmente vecchio (58 anni, portati malissimo ma comunque vivi).
Semplicemente aveva deciso che, visto come andava il mondo, era meglio non lasciare niente al caso, soprattutto quando si trattava di dare l’ultimo spettacolo.
Aveva scelto la bara color mogano con inserti in radica di noce («così sembro un mobile di lusso anche da morto»), aveva scritto il discorso che avrebbe dovuto leggere suo cugino Tonino (che però balbettava terribilmente quando era emozionato), aveva pagato la banda di fiati di Rutigliano per suonare «O surdato ’nnammurato» in versione slow-jazz-funebre, e aveva persino scelto la proiezione: venti minuti di slideshow con le sue foto migliori alternate a meme che aveva salvato su Facebook con la caption «quando capisci che la vita è uno scherzo ma tu ridi per primo».
Il giorno X arrivò per sbaglio.
Carmine stava provando il vestito buono per il funerale (cravatta verde bottiglia perché «fa risaltare il colorito cadaverico») quando scivolò sulla saponetta al vetiver che sua moglie aveva lasciato sul pavimento del bagno.
Caduta da manuale: testa contro il bidet, rumore secco, immediata perdita di coscienza.
Quando si risvegliò in ospedale, la prima cosa che sentì fu sua sorella che piangeva al telefono:
«Ha avuto un infarto mentre provava il vestito del funerale… sì, proprio quello… no, non è ironia, è morto sul serio stavolta».
Peccato che Carmine non fosse morto affatto.
Solo un bel trauma cranico, quindici punti e una commozione abbastanza seria da tenerlo knockout per due giorni.
Il problema vero arrivò al terzo giorno, quando si svegliò e scoprì che il suo funerale era già stato celebrato.
Con tutto il programma.
La bara vuota (perché il corpo era in ospedale), la banda che aveva suonato lo stesso, lo slideshow con i meme, il discorso di Tonino che per l’emozione aveva balbettato così tanto che sembrava un nuovo linguaggio proto-italico, e circa centosettanta persone che avevano passato il pomeriggio a commentare quanto fosse «bello anche da morto» e «che gran signore, ha pensato proprio a tutto».
Quando Carmine arrivò al cimitero (zoppicando, con una fasciatura in testa e ancora il camice dell’ospedale sotto il cappotto), trovò suo cognato che stava mettendo l’ultima palata di terra sulla tomba vuota.
Ci fu un silenzio lunghissimo.
Poi qualcuno dalla folla urlò:
«CAZZO CARMÌ, MA ALLORA NUN SI MORT’!»
E lì esplose il caos più bello e triste che si fosse mai visto in un camposanto.
La gente rideva, piangeva, si abbracciava, si insultava («maledetto egocentrico!»), qualcuno aprì una bottiglia di Primitivo che aveva portato «per il dopo», Tonino ricominciò a balbettare scuse, la moglie di Carmine gli tirò una sberla e poi lo baciò, e la banda – che non era ancora andata via perché stavano ancora bevendo il caffè offerto dal Comune – ripartì con «O surdato ’nnammurato» ma stavolta in versione tarantella disperata.
Carmine, in piedi davanti alla sua tomba vuota con la fasciatura da pirata e il camice che usciva dal cappotto, a un certo punto si mise semplicemente a ridere.
Una risata grassa, sguaiata, da persona che ha appena scoperto di essere contemporaneamente il più grande cretino e l’uomo più fortunato della Puglia.
E mentre rideva, con le lacrime che gli colavano sulla fasciatura, pensò:
«Forse alla fine il funerale perfetto non era quello che avevo organizzato io…
era questo casino qua.»
Poi si girò verso i parenti, alzò il bicchiere di plastica col Primitivo e disse con voce rotta:
«A salute mia… e vaffanculo  al destino che mi ha fatto questo scherzo.»
E tutti brindarono.
Anche i morti, probabilmente.

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