Ogni mattina alle 7:20 usciva di casa con lo zaino che pesava come un senso di colpa. Passava davanti al bar dove gli stessi uomini in giacca a vento bevevano il caffè in piedi, sempre lo stesso caffè, sempre allo stesso banco, sempre con lo stesso gesto stanco di pulirsi la bocca col dorso della mano. Li guardava e pensava "Bright and early for their daily races… going nowhere"
A scuola sedeva all’ultimo banco vicino alla finestra. Il prof di matematica scriveva equazioni sulla lavagna come se risolvessero qualcosa. Matteo le copiava senza capirle, solo per far passare il tempo. Ogni tanto alzava gli occhi e vedeva i compagni ridere, mandarsi messaggi, pianificare il sabato sera lui no, lui era lì, ma non si vedeva invisibile, come se il mondo avesse un buco esattamente nella forma del suo corpo e tutti ci passassero attraverso senza accorgersene.
Una volta, durante l’ora di religione, la prof parlò di paradiso. Matteo pensò "I sogni in cui muoio sono i migliori che abbia mai fatto" Non lo disse ad alta voce, ovviamente. Ma quella frase gli girava in testa da mesi. Nei sogni correva fino a un ponte altissimo, si fermava un attimo a guardare l’acqua nera sotto, poi si lasciava cadere e quando toccava l’acqua non sentiva dolore, solo un silenzio enorme, finalmente pulito. Si svegliava con le lacrime sugli zigomi e per cinque secondi si sentiva… sollevato.
Tornava a casa a piedi, sempre lo stesso percorso, passava d avanti alla vecchia cartoleria dove da piccolo comprava le figurine. Ora era chiusa da anni, la serranda abbassata piena di adesivi scoloriti. Ogni volta che ci passava pensava la stessa cosa "anche questo posto un tempo era vivo ora è solo un ricordo che nessuno ricorda più".
Una sera d’inverno, mentre pioveva fitto, si fermò sotto la pensilina dell’autobus che non prendeva mai. Guardò la gente che usciva dal lavoro, cravatte allentate, tacchi consumati, sigarette accese con mani tremanti. Tutti correvano per non perdersi l’ultima corsa, ma correvano verso cosa? Verso un divano, una cena surgelata, la TV accesa su programmi che nessuno guardava davvero.
In quel momento gli sembrò che il mondo intero fosse impazzito, non di follia urlata, ma di una pazzia silenziosa, educata, rassegnata. Mad world.
Matteo non fece gesti estremi, non sparì, non si buttò da nessun ponte, semplicemente, un giorno decise di smettere di fingere di essere come loro, prese un quaderno vecchio e cominciò a scrivere tutto quello che vedeva, tutto quello che provava, non erano poesie belle, ma solo frammenti sporchi, arrabbiati, tristi. Ma erano suoi.
E piano piano, scrivendo, iniziò a sentirsi un po’ meno trasparente.
Non è una storia di redenzione totale. Non finisce con un abbraccio o con una canzone che cambia tutto. È solo la storia vera di tanti Mattei che ogni giorno si alzano, guardano fuori e pensano "All around me are familiar faces… worn out places, worn out faces"
E nonostante tutto, continuano a camminare.

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